Economia:

L’euro, l’Europa e la crescita che non cresce

27 aprile 2017 – VoxEurop

Pugni, insulti e varia umanità stanno dentro quella regione economica che associa stati autonomi e che senza dazi né gabelle, consente la libera circolazione delle merci.

Abitata da operatori di mercato: milioni di imprese producono valore, centinaia di milioni di consumatori producono il consumo di quel valore, spendendo un’unica moneta, per generare ricchezza.

Giustappunto, quella zona Euro circoscrive il sistema che ha estratto virtù economica dalle risorse produttive e da quelle improduttive messe in campo.

Una montagna di miliardi di euro viene generata ogni anno mettendo a profitto vantaggi e svantaggi.

Una Società di operatori che agisce dentro processi globalizzati: per contenere il costo del lavoro che riduce pure stipendi e salari; finanzia così l’aumento della produttività, limita i concorrenti.

Con l’abbondante impiego delle politiche di reflazione, per sostenere la spesa, viene alterato il meccanismo di formazione dei prezzi, imprigionato il libero mercato.

Con il debito, che ha migliorato il reddito, si è fatta la spesa ben oltre il bisogno e gli utili di chi così ha venduto; si è finanziata la spesa pubblica, invitato le imprese alla spesa per gli investimenti.

Tutti hanno speso. Già, quella spesa aggregata che genera il reddito!

Tanto fare, fa la crescita; fatta a debito prima o scoppia.

Scoppia!

Tornano insufficienti i redditi, si riduce la spesa privata che riduce la convenienza delle imprese a spendere. Il ridotto prelievo fiscale riduce la spesa pubblica, il consolidamento fiscale la taglia.

Questa Spending Review degli agenti economici blocca il meccanismo dello scambio domanda/offerta.

Scatta l’allarme, arrivano gli economisti: vengono da Chicago a dire; quelli austriaci sono già lì, dicono; i keynesiani, i neo e i post- keynesiani propongono.

Le dottrine si danno battaglia: debito sì o no?

I politici si eludono, incontrano, scontrano, impegnano e disimpegnano; se il debito sale troppo blocca la crescita, nel tentativo di ridurlo si va in recessione.

Signori, per tornare a crescere occorre fare quel che si deve, senza fare debito. Si può!

Dentro gli Stati e tra gli Stati ci sono aree dove si produce più di quanto si consuma e altre dove accade l’inverso. I primi hanno bisogno di acquirenti, i secondi dei venditori.

Gli squilibri nelle bilance commerciali di quei Paesi lo fanno vedere, esponendo costi e ricavi.

Si vede in quella parte di debito fatta, per dare sostegno al tenore di vita, che acquista le merci prodotte altrove.

Si vede pure l’affanno della spesa pubblica corrente, che fa un pezzo di Pil, e quella spesa che retribuisce chi nel “pubblico” lavora e deve fare la spesa.

Si vede nel deficit e nel costo del debito di chi importa merci; nel surplus di chi esporta.

Affanni e guadagni che lo spread misura e grida.

Dunque, quando in questo mercato unico l’offerta si mostra in eccesso per difetto di domanda si impone la necessità di riportare in equilibrio quel commercio squilibrato, acquistando l’unica merce scarsa sul banco della spesa: la domanda.

Deve, chi vende importare quella merce che fa vendere il già prodotto, fa nuovamente produrre dando continuità al ciclo; far crescere l’economia per fare utili.

Tocca così investire quei surplus, non investiti per produrre, per remunerare il valore di quella merce e i costi di quell’esercizio, ricostituendo la capacità di spesa di questa gente.

Et voilà, per l’area comune un nuovo equilibrio: più surplus, meno deficit, pure meno debito. Migliorano i conti, si riavvia il meccanismo dello scambio.

La Merkel ci prova.

Mentre per l’equilibrio di bilancio i tedeschi chiedono tagli su tagli alla spesa, per tutti; in casa loro, il basso costo del debito, consente di retribuire chi deve spendere. Zitti zitti, assumono dipendenti nella pubblica amministrazione, aumentano i salari e le pensioni per migliorare il potere d’acquisto. Un discreto inizio che, se accontenta Keynes e le poche imprese che vendono in casa, rimanda ancora la spesa, per acquistare la domanda fuori casa, delle tante imprese che esportano.

Scarsa, quella domanda più al sud, meno al nord dell'Europa; con ancor più valore; buona, per riportare in equilibrio pure la bilancia commerciale della intera area Ue.

Il modo per ricapitalizzare quegli associati che acquistano l’offerta loro, ripristinandone il valore. Do ut des!

Vignetta di Arend van Dam