Europa sociale: Come introdurre un reddito di base per tutti gli europei

5 giugno 2017 – VoxEurop

L’introduzione di un reddito di base versato dall’Unione che costituisca la base minima sulla quale gli stati membri possono costruire le loro politiche in questo ambito segnerebbe un grande passo avanti verso la costruzione di una vera Europa sociale.

A fine aprile, in seguito alla consultazione pubblica che ha coinvolto più di 16.500 partecipanti provenienti dalla società civile, la Commissione europea ha reso pubblica la sua riflessione sulla dimensione sociale dell’Unione europea e ha adottato una raccomandazione in favore di una ”base europea dei diritti sociali”. Se bisogna considerare positivamente la volontà dell’istituzione e del suo presidente Jean-Claude Juncker di riprendersi il proprio diritto di iniziativa in campo sociale, questa proposta dovrà comunque essere seguita da altre iniziative se la Commissione spera di raggiungere il suo obiettivo di una “tripla A sociale” per l’Ue. Un sostegno sistemico ai meccanismi di protezione sociale nazionale sotto forma di un euro-dividendo potrebbe aprire una via complementare e ambiziosa per affrontare le attuali sfide sociali, economiche e politiche.

Le realtà sociali di oggi, le sfide di domani

Nel prolungamento del suo libro bianco sul futuro dell’integrazione europea, la Commissione ha pubblicato la sua riflessione sulla dimensione sociale dell’Ue, dove ha descritto la carta sociale attuale e i fattori di cambiamento all’orizzonte 2025, prima di valutare i diversi scenari possibili in tema d’integrazione in ambito sociale.

L’analisi presenta un’immagine disparata, in cui i vari indicatori socio-economici rivelano alcuni lati negativi per la “macchina di convergenza” rappresentata dall’Unione. Tasso di occupazione, tasso di povertà e spesa pubblica destinata alle politiche di protezione sociale (parte del budget assegnata, fonti di finanziamento, grado di copertura per i vari rischi, ruolo del dialogo sociale) mostrano rilevanti disparità tra gli stati membri. La crisi e le insufficienti risposte che sono state apportate hanno reso più profonde questi divari e hanno colpito in particolare le persone con i redditi più modesti. Ricordiamo che, globalmente, circa un quarto della popolazione dell’Unione si trova in situazione di rischio di povertà o di esclusione sociale, un quinto dei giovani è disoccupato nella zona euro, e le ineguaglianze salariali tra uomini e donne sono sempre superiori al 16 per cento.

La Commissione inoltre individua i nuovi rischi relativi all’invecchiamento della popolazione, all’evoluzione delle strutture familiari o al mercato del lavoro. Su quest’ultimo punto, ad esempio, gli effetti combinati del progresso tecnologico, della globalizzazione degli scambi e della crescita del settore dei servizi colpiscono la qualità degli impieghi disponibili, la sicurezza sul posto di lavoro, le condizioni di lavoro e la sostenibilità dei modelli di protezione sociale. La “nuova questione sociale” implica, secondo la Commissione, di dover ripensare l’accesso alla formazione permanente, l’accesso all’impiego e la ripartizione dei tempi di lavoro, l’accesso a un reddito dignitoso e di dover “modernizzare” i sistemi di sicurezza sociale, per evitare che le ineguaglianze e la precarietà si accentuino ulteriormente e che si sviluppino nuove forme di esclusione sociale.

Se le disparità tra gli stati membri sono notevoli, queste sfide appaiono comuni. La Commissione identifica dunque tre scenari possibili per il futuro dell’integrazione europea in ambito sociale: 1) la politica sociale è una competenza esclusivamente nazionale e la sua dimensione europea si limita alla libertà di movimento; 2) gli stati membri che desiderano un’integrazione approfondita utilizzano la “cooperazione rafforzata” per armonizzare le proprie politiche sociali; e 3) l’insieme dell’Ue a 27 approfondisce la sua integrazione in ambito sociale, sviluppa un arsenale legislativo e delle capacità di redistribuzione per garantire i diritti sociali di tutti i cittadini europei. Per quanto la Commissione si limiti a aprire il dibattito e si rimette nelle mani degli stati membri, tuttavia insiste sulla necessità sia sociale sia economica di costruire una società in grado di offrire delle reali opportunità a ognuno e sull’imperativo politico di ridare fiducia al progetto europeo.

Una nuova base europea dei diritti sociali

È in questo quadro che si inserisce la proposta della Commissione in favore di una base europea dei diritti sociali, formata da venti principi chiave raggruppati in tre punti: uguaglianza delle opportunità e accesso al mercato del lavoro, eque condizioni di lavoro, e protezione e inserimento sociale. Elaborata in forma di raccomandazione, la proposta della Commissione non possiede un valore legale vincolante. Bisogna dunque invitare i paesi membri a adottare un certo numero di principi e di favorire la coordinazione delle politiche nazionali. La base è stata d’altronde pensata soprattutto per i paesi della zona euro come “bussola” che permetta di riprendere il processo di convergenza. Gli altri paesi sono liberi di adottare le misure comuni o dovranno probabilmente allinearsi se desiderano entrare nell’unione monetaria.

Rendendo l’euro il principale criterio della sua applicazione, la Commissione sembra far prevalere i suoi obiettivi economici sulla dimensione sociale. È chiaro che degli squilibri sociali eccessivi, esattamente come degli squilibri economici eccessivi, minacciano la sostenibilità dell’unione monetaria e la credibilità del progetto europeo. Tuttavia, mentre il processo di riforma macro-economica (il semestre europeo) è già riuscito a assorbire nelle sue procedure le questioni sociali, in nome del rafforzamento della disciplina di bilancio, è lecito domandarsi se la base proposta dalla Commissione abbia l’obiettivo di dare una nuova legittimità alle ricette neoliberali della “nuova governance economica” europea, con l’aggiunta di nuovi indicatori sociali al suo quadro di valutazione.

Inoltre, la base dei diritti sociali mira a rendere “più visibili, più comprensibili e più espliciti” i diritti e i principi già presenti nell’acquis sociale europeo. Da un punto di vista simbolico, l’iniziativa attribuisce rilevanza alla cittadinanza europea, alla stregua della Carta europea dei diritti fondamentali, ma in assenza di vincolo giuridico, questa base rischia di limitarsi a un “re-packaging” dei principi esistenti, senza effetti reali.

Effetti reali o effetto placebo, lo scopriremo in futuro. Ma nonostante l’evidente debolezza, la base dei diritti sociali costituisce una considerevole opportunità di espandere il dibattito, presentando altre audaci proposte per un’“Europa sociale”.

Un Euro-dividendo per tutti gli europei

Un reddito di base parziale versato incondizionatamente a tutti gli europei (cittadini e residenti legali) potrebbe così diventare lo strumento politico di un’Europa che protegge e riconcilia i cittadini con l’idea europea. Questo euro-dividendo, di un ammontare modesto (alcuni lo immaginano attorno ai 200 euro al mese secondo lo schema di finanziamento e un eventuale aggiustamento secondo il costo della vita in ogni paese), sarebbe distribuito a tutti i residenti adulti degli stati membri Ue su base individuale, senza controllo delle risorse o esigenza di compensazione. L’euro-dividendo non mira a sostituire i regimi nazionali sul reddito minimo, ma fornisce un reddito base sul quale gli stati membri possono costruire i propri sistemi di protezione sociale, allo scopo di garantire una vita dignitosa a tutti i loro cittadini.

L’adozione di un euro-dividendo costituirebbe dunque un modo intelligente di realizzare gli obiettivi della base europea dei diritti sociali. Migliorerebbe la condizione dei più svantaggiati, che avrebbero accesso a un reddito incondizionato complementare con riserve assicurate dai modelli nazionali di sicurezza sociale, senza ostacoli burocratici né rischi di stigmatizzazione sociale. Fornirebbe inoltre un meccanismo di solidarietà sotto forma di trasferimenti transnazionali, che permetterebbero di ridurre gli squilibri economici e sociali eccessivi tra i paesi della zona euro, grazie al suo effetto di stabilizzazione economica. La riduzione significativa dei fattori che spingono verso la migrazione per ragioni economiche all’interno dell’Unione, che eviterebbe così l’effetto negativo derivante dall’esodo dei cervelli per alcuni paesi, potrebbe costituire un ulteriore vantaggio. Infine, e soprattutto, avrebbe un effetto benefico sulla legittimità dell’Ue e sul sostegno al progetto europeo da parte dei cittadini.

Un euro-dividendo potrebbe essere finanziato da un’Iva europea o da una parziale ridistribuzione del Fondo sociale europeo, ad esempio. Si potrebbero immaginare anche altre fonti di finanziamento (imposta europea sul carbonio, imposta sulle transazioni finanziarie, ecc.) ma l’ideale, sul lungo periodo, sarebbe probabilmente di finanziarlo con un’imposta europea sul reddito delle società, in modo tale da ridurre il problema del dumping fiscale alla radice e da garantire un’equa ridistribuzione della ricchezza generata dall’integrazione europea. La proposta può anche essere introdotta prioritariamente nella zona euro e essere declinata in modi diversi, ad esempio riservandola esclusivamente ai bambini o ai giovani.

Le modalità pratiche dovranno essere discusse, ma quel che importa è che il finanziamento dell’euro-dividendo dipende dalle risorse proprie dell’Ue, in modo da creare un legame chiaro tra il bilancio dell’Unione e i suoi vantaggi per i cittadini europei. L’introduzione di un euro-dividendo mira a sviluppare un modello sociale europeo giusto, stabile ed efficace, poiché questo reddito rappresenta un impegno europeo in favore della cittadinanza sociale con una politica di portata e di rilevanza europee, trasparente e facile da amministrare.

Dalla base europea dei diritti sociali al reddito-base europeo, la strada è ancora lunga. Ma se la politica è l’arte del possibile e della persuasione, è arrivato il momento di proporre un’Europa sociale ambiziosa.

Translated by Andrea Torsello

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