L’Europa e i migranti: Una solidarietà a geometria molto variabile

28 settembre 2017 – Alternatives économiques (Parigi)

Due anni dopo la firma degli accordi di ricollocamento dei migranti per dare sollievo a Italia e Grecia, che devono far fronte alla schiacciante maggioranza degli arrivi, il panorama migratorio nel Mediterraneo è cambiato e il bilancio degli sforzi collettivi dell’Unione europea è quantomeno modesto.

Fu uno shock. Nella primavera del 2015, i cittadini europei, abituati allo spettacolo delle imbarcazioni che scaricano migranti africani sulle coste italiane al prezzo di regolari naufragi, assistono improvvisamente a un rapido aumento dei flussi ma a partire da tutt’altra origine, la Turchia, e verso un altro paese membro, la Grecia. Flussi nei quali i siriani costituiscono il gruppo più numeroso, che raggiunge un record in ottobre 2015 (211 mila arrivi), cioè poco più di un mese dopo che la cancelliera Angela Merkel ha sospeso provvisoriamente l’applicazione in Germania del regolamento di Dublino. Un regolamento europeo che permette a uno stato membro di rimandare un richiedente asilo verso il primo paese dell’Unione in cui si è fatto registrare.

Nell’urgenza della situazione, in autunno 2015 si organizza un vasto movimento di aiuto in alcuni paesi europei (Austria, Svezia, Germania...), su iniziativa del settore pubblico ma spesso anche a opera di associazioni umanitarie e di semplici cittadini. Collettivamente, l’Unione europea tenta anche di organizzare al suo interno una quantità minima di solidarietà, o piuttosto di “condivisione del fardello” secondo l’espressione coniata negli ambienti governativi. E non è senza difficoltà che gli stati membri adottano allora degli accordi che prevedono il ricollocamento in altri paesi dell’Ue di una parte dei migranti arrivati in Grecia o in Italia, principali paesi di accesso al territorio europeo.

Questa mappa interattiva mostra la distribuzione dei migranti per paese di origine lungo la rotta del Mediterraneo centrale e orientale.

Bilancio modesto

Due anni più tardi, la situazione delle migrazioni attraverso il mar Mediterraneo è cambiata e il bilancio degli sforzi collettivi sostenuti dall’Unione europea è per lo meno modesto. Oggi, come prima della primavera del 2015, i principali flussi di migranti che sbarcano in Europa si trovano nel Mediterraneo centrale, a partire soprattutto dalla Libia e diretti in Italia. Nel primo semestre del 2017, 85mila persone sono così sbarcate sulla penisola, pari al 20 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Questi flussi sono in maggioranza composti da cittadini dell’Africa occidentale (Guinea, Nigeria, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal), ma le persone provenienti da altre due nazioni (Bangladesh e Marocco) costituiscono una cospicua quantità di arrivi sin dallo scorso gennaio, mentre i migranti originari dell’Africa orientale (Eritrea, Sudan) sono proporzionalmente meno numerosi rispetto al 2016. Durante questi primi sei mesi del 2017, 2.150 persone sono morte tentando la pericolosa traversata del Mediterraneo centrale, ossia il 14 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2016. Ma si parla solo dei corpi ritrovati. Molti altri probabilmente non sono compresi in questo tragico conteggio.

Le traversate dei migranti tra la Grecia e la Turchia si sono invece arrestate (9.290 nel primo semestre di quest’anno, contro 158.500 nello stesso periodo dello scorso anno). Questo in parte è il risultato della dichiarazione comune siglata dall’Unione europea e dalla Turchia nel marzo 2016. In virtù di questa dichiarazione, le autorità turche si sono allora impegnate ad adottare le misure necessarie per evitare le partenze di migranti dalle loro coste e ad accogliere quelli che, arrivati in Grecia, non avrebbero potuto ottenere lo status di rifugiato o avrebbero rinunciato a richiederlo. In cambio, l’Unione europea ha accettato di accogliere sul suo territorio un migrante siriano presente in Turchia per ogni migrante ricollocato in Turchia dalla Grecia, ma con un tetto limite di 72mila persone.

Gli stati europei hanno anche promesso di versare alla Turchia, che accoglie tre milioni di rifugiati siriani sul suo territorio, aiuti per l’ammontare di tre miliardi di euro, oltre agli altri tre già promessi in occasione di un precedente accordo. Si sono inoltre impegnati a riprendere i negoziati d’adesione della Turchia all’Ue, in stallo da molti anni, e a accelerare la procedura di eliminazione dei visti di breve soggiorno per i cittadini turchi che desiderano recarsi nell’Unione. Tuttavia, la realizzazione di queste promesse non finanziarie, condizionata al rispetto dello stato di diritto in Turchia, è stata ostacolata dal crescente autoritarismo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, in particolare in seguito al golpe mancato del 15 luglio 2016 nel suo paese.

Bloccati in Grecia

L’eccezionale crollo delle traversate tra Turchia e Grecia è stato accompagnato da un calo drastico del numero di morti in questo tratto del Mediterraneo orientale (37 morti nel primo semestre del 2017 contro 376 nello stesso periodo dello scorso anno). In compenso, l’accordo tra Ue e Turchia ha avuto una conseguenza molto negativa per la Grecia e soprattutto per i migranti arrivati sul suo territorio subito prima o a partire dalla firma della dichiarazione comune. 62mila di loro sono oggi bloccati nel paese, sia perché i paesi europei che confinano con la Grecia hanno chiuso le loro frontiere sin da marzo 2016, sia perché il sistema d’asilo greco è bloccato, il che limita l’attuazione del piano dei ricollocamenti verso la Turchia previsto dalla dichiarazione comune di marzo 2016. Di fatto, 1.798 migranti sono stati rinviati in Turchia fiino al 9 giugno 2017. Ciò nondimeno, l’Ue, in virtù della dichiarazione comune, ha accettato un numero più che proporzionale di siriani ricollocati, dato che il loro numero raggiunge le 6.254 unità alla stessa data.

Solidarietà differenziata

Per quanto riguarda la solidarietà tra stati europei nella ripartizione dei migranti arrivati in Grecia e Italia, il minimo che si possa dire è che per il momento è limitata ma soprattutto molto contrastata. Al nove giugno 2017 sui quasi 100mila migranti che dovevano essere così ricollocati, soltanto un quinto di loro è stato effettivamente ricollocato, anche se la Commissione europea insiste nell’affermare che il ritmo si è accelerato dallo scorso gennaio. In particolare, alcuni paesi dell’Europa centrale e orientale non hanno accolto o ricollocato quasi nessun migrante, al punto che la Commissione europea ha recentemente deciso di aprire delle procedure d’infrazione contro Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria.

Con l’aumento degli sbarchi di migranti in Italia durante quest’anno, l’importanza della solidarietà tra stati membri dovrebbe teoricamente aumentare. In realtà, i paesi dell’Unione hanno soprattutto l’ambizione di frenare i flussi a monte su due livelli: in primo luogo nei paesi d’origine, promettendo un maggiore aiuto allo sviluppo per accrescere il livello di vita e per invitare quei migranti le cui motivazioni sono soprattutto di tipo economico a rimanere sul posto. Per chiarire meglio, gli stati membri hanno intenzione, parallelamente a questo aiuto allo sviluppo, di rimandare nei paesi d’origine quei migranti che hanno raggiunto l’Ue ma non hanno ottenuto lo status di rifugiato.

Gli stati Ue si rivolgono con ancor più premura ai paesi di transito, come il Niger, centro nevralgico dell’Africa occidentale odierna, e la Libia. L’Unione partecipa alla formazione della guardia costiera in questo paese dell’Africa settentrionale che conta due governi e soprattutto un gran numero di gruppi armati che eludono i controlli delle autorità. L’obiettivo dell’Ue è d’impedire alle imbarcazioni fatte partire dai trafficanti di raggiungere le acque internazionali e di permettere che i migranti siano riportati vivi sulle coste libiche. Nelle acque internazionali in effetti, una serie di navi militari europee ma anche altre navi noleggiate dalle Ong s’impegnano a soccorrere le imbarcazioni alla deriva e quando ci riescono portano i migranti fino ai porti italiani, dato che gli altri stati membri hanno chiuso i loro. Infatti oggi la maggioranza di coloro che sbarcano sulla penisola lo fa grazie a un’operazione di salvataggio in mare aperto. Migliaia d’altri muoiono nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Traduzione di Andrea Torsello

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con The European Data Journalism Network – CC/BY/NC.

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