Quote rosa in parlamento: Cose da uomini di età matura

Lors de l'inauguration du nouveau parlement allemand, le 24 octobre.
Lors de l'inauguration du nouveau parlement allemand, le 24 octobre.
5 novembre 2017 – Der Spiegel (Amburgo)

La recente inaugurazione del nuovo parlamento tedesco è l’occasione per fare il punto sulla presenza di donne e di giovani fra gli scranni in Europa.

Il nuovo parlamento tedesco non solo è più grande rispetto a quello della scorsa legislatura, ma anche più maschile: solo 218 dei 709 parlamentari sono donne, pari a circa il 31 per cento.

Su questo fronte la Germania è in “buona” compagnia: pressoché in tutto il mondo sono gli uomini a detenere la maggioranza più significativa nei parlamenti.

In testa la Svezia e il Ruanda

Che non debba essere per forza così lo testimoniano i paesi scandinavi. La Svezia è considerata in molti ambiti un modello di parità tra i sessi, anche in parlamento, dove la quota rosa raggiunge il 46 per cento, stando alla classifica dell’Unione Parlamentare IPU. La vicina Finlandia è stata uno dei primi paesi in cui le donne potevano candidarsi. Oggi detengono il 42 per cento dei seggi.

Il fanalino di coda per quanto riguarda le quote rosa è rappresentato dal Kuwait e dal Giappone. In fondo alla classifica europea troviamo l’Ungheria, che non arriva al 10 per cento, seguita da Cipro e dalla Lettonia.

Caso più unico che raro a livello mondiale è il Ruanda, paese con la più alta quota rosa e l’unico stato, oltre alla Bolivia, a contare più onorevoli donne che uomini. Il paese dell’Africa orientale deve tale posizione di spicco alle particolari vicende storiche che l’hanno interessato.

Durante il genocidio del 1994 furono assassinati diversi leader politici. Complessivamente diminuì la percentuale di uomini all’interno della società, facendo sì che diverse funzioni pubbliche venissero rivestite dalle donne.

Quote rosa in crescita a livello mondiale

Nel 2003 il Ruanda introdusse delle quote che riservavano alle donne almeno il 30 per cento dei seggi degli organi legislativi. Attualmente il parlamento è costituito per il 61 per cento, ovvero per il doppio, da donne. In Bolivia la metà delle candidature spetta per legge alle donne.

Negli ultimi due decenni, stando alla rilevazione IPU, la quota di parlamentari donne è cresciuta costantemente a livello mondiale. Quote come quelle del Ruanda hanno contribuito a tale risultato, ma non sono tuttavia vincolanti: chi non le rispetta non viene quasi mai sanzionato e spesso sono i singoli partiti ad introdurle volontariamente.

I parlamenti europei fanno largo agli over 40

Per quanto concerne l’età media ci sono stati in Germania miglioramenti, seppur modesti. Dal 49,7 della scorsa legislatura si è scesi a 49,4, mentre nelle scorse legislature si era assistito a un aumento dell’età media. Ad esempio nel 1990 i parlamentari avevano in media 48,7 anni.

Il Bundestag si presenta così nettamente più giovane rispetto ai parlamenti di altri paesi come il Lussemburgo o la Lettonia, dove l’età media è molto superiore ai 50 anni. Stessa cosa vale per Cipro, dove vi è un forte divario tra l’età media dei parlamentari e quella della popolazione.

I parlamentari più giovani su scala europea li vantano i Paesi Bassi, con una media di 45 anni, seguiti da Norvegia e Romania, con 46 anni.

Il gap generazionale

All’indomani del referendum sulla Brexit si è parlato molto in Gran Bretagna del comportamento elettorale delle diverse fasce d’età: i voti decisivi per l’uscita dall’UE sono arrivati proprio dall’elettorato più anziano. Anche nella House of Commons prevalgono i più anziani, che portano l’età media intorno ai 51 anni.

La Gran Bretagna vanta inoltre con l’ottantacinquenne Dennis Skinner il primato del parlamentare più anziano dei 23 paesi osservati dallo SPIEGEL ONLINE, ma anche uno dei parlamentari più giovani in Europa, la ventitreenne Mhairi Black. Che non basta tuttavia per raggiungere la prima posizione in classifica, ricoperta dal norvegese Freddy André Øvstegård, che compirà 23 anni solo a dicembre.

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Traduzione di Caterina Saccani

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con The European Data Journalism Network.

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