Riforma del diritto di asilo: I rifugiati rimarranno pedine in mano ai governi europei

13 marzo 2017
Internazionale Roma

Il sistema europeo di gestione delle richieste di asilo mette troppa pressione sui paesi di frontiera e va riformato. Ma la riforma del regolamento di Dublino proposta della Commissione e degli stati membri è criticata da giuristi e organizzazioni di difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati.

Ali è siriano, ha 19 anni, e in questo momento si trova in un centro di detenzione per stranieri in Belgio in attesa di sapere se dovrà essere trasferito in Croazia, il paese dal quale è entrato nell’Unione europea, o se potrà rimanere in Belgio, dove suo fratello ha ottenuto lo status di rifugiato. Dopo aver attraversato l’Europa e aver trascorso alcuni mesi in una struttura di accoglienza per richiedenti asilo nelle Fiandre, a fine febbraio è arrivata la notizia che, in base al regolamento di Dublino, doveva tornare in Croazia e introdurre lì una richiesta di asilo, pur non avendo nessun legame nel paese e nonostante la Croazia fosse stata recentemente condannata per il suo trattamento dei richiedenti asilo. L’avvocato di Ali ha fatto ricorso contro la decisione e ora il ragazzo aspetta, spaventato e incredulo.

La sua storia è quella del fallimento del sistema di Dublino, nato nel 1990 per stabilire quale stato membro è responsabile dell’esame di una richiesta di asilo (quasi sempre il paese di primo ingresso nel territorio dell’Unione). Un sistema pensato, applicato e riformato male, che ha creato un’enorme pressione sui paesi di frontiera come l’Italia e la Grecia senza garantire una reale solidarietà e cooperazione tra gli stati membri dell’Unione. Ora, con la proposta di riformarlo una terza volta, il regolamento di Dublino è tornato al centro di accese discussioni tra Commissione europea, stati membri e Parlamento europeo.

La proposta di riforma presentata dalla Commissione il 4 maggio del 2016 ha tre obiettivi. Il primo è quello di semplificare (o rendere meno flessibile, a seconda dei punti di vista) l’individuazione dello stato responsabile dell’esame di una richiesta di asilo, riducendo le possibilità che questa responsabilità passi da uno stato all’altro. La Commissione propone inoltre un meccanismo correttivo di ridistribuzione dei richiedenti asilo, che scatterebbe solo quando la capacità di accoglienza di uno stato ha superato la soglia del 150 per cento. Sono infine previste delle sanzioni per scoraggiare i cosiddetti movimenti secondari dei richiedenti asilo che provano a raggiungere un paese diverso da quello dove sono tenuti a presentare la loro domanda.

Altre novità proposte dalla Commissione sono il controllo di ammissibilità delle domande di asilo, che dovrebbe essere effettuato dal paese di primo ingresso, la limitazione del diritto a un ricorso effettivo per i richiedenti asilo, la possibilità per gli stati membri di non partecipare al sistema correttivo di ridistribuzione versando 250mila euro per ogni richiedente asilo che rifiutano di accogliere e, tra i pochi punti positivi, l’estensione della definizione di parente anche ai fratelli e alle sorelle.

La proposta della Commissione ha scatenato molte critiche da parte di giuristi e organizzazioni di difesa dei diritti di migranti e rifugiati. A ottobre l’European council for refugees and exiles (Ecre) ha pubblicato una dettagliata analisi della riforma, definendola “tutto fuorché ragionevole” ed esortando il parlamento europeo a renderla più rispettosa dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo.

Nominata relatrice per la riforma, l’eurodeputata svedese Cecilia Wikström, del gruppo Alde (Alleanza dei democratici e liberali per l’Europa), ha discusso per mesi non solo con i relatori ombra ma anche con le ong del settore e i rappresentanti di numerosi governi europei. Il risultato di queste consultazioni è un documento con oltre un centinaio di emendamenti, presentato il 9 marzo alla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, che ha tempo fino al 23 marzo per proporre a sua volta delle modifiche.

Su alcuni punti Wikström è stata radicale. Ha per esempio eliminato il controllo di ammissibilità delle domande di asilo, che “creerebbe un insormontabile carico amministrativo per gli stati membri in prima linea”, e le sanzioni ai richiedenti asilo “insubordinati”, mentre ha reintrodotto la clausola di discrezionalità, che permette a uno stato membro di decidere di esaminare di una domanda di asilo anche se il regolamento di Dublino non lo prevede.

Secondo Elly Schlein, relatrice ombra per il gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, quello del controllo di ammissibilità era uno dei punti più preoccupanti della proposta della Commissione. Sulla base del concetto molto vago di “paese terzo sicuro”, la Commissione avrebbe voluto che i paesi di primo ingresso dichiarassero inammissibili le domande di asilo di persone transitate da paesi terzi dovrebbe avrebbero potuto chiedere una protezione internazionale. “Era l’ennesimo esempio della tendenza a esternalizzare le frontiere e le responsabilità europee, tendenza che caratterizza le politiche migratorie del Consiglio e della Commissione”, osserva Schlein.

Un punto su cui, almeno finora, concordano tutti i gruppi del Parlamento è che non deve essere possibile tirarsi fuori dal sistema correttivo di solidarietà. Nella sua relazione Wikström ha eliminato la possibilità di versare una somma per ogni richiedente asilo non accolto. “È inaccettabile assegnare un prezzo a degli esseri umani in cerca di protezione internazionale”, spiega. Per convincere i governi più recalcitranti, Wikström suggerisce di bloccare parte dei Fondi strutturali e d’investimento europei che gli spetterebbero, “una soluzione possibile sul piano legale”, spiega, “e già usata nel campo delle politiche della pesca, per esempio, quando i governi non rispettano le norme europee”.

Pur sostenendo, come la Commissione, che i richiedenti asilo non hanno il diritto di scegliere in quale paese presentare la loro domanda, Wikström offre loro la possibilità di esprimere una preferenza. Senza essere rivoluzionaria, la proposta apre uno spiraglio in un sistema coercitivo che tratta i richiedenti asilo come pedine da spostare sul territorio europeo, prive di volontà e con sempre meno diritti. Da anni molti giuristi denunciano il carattere ingiusto e controproducente di questa visione. Tra loro c’è Francesco Maiani, docente di diritto europeo all’Università di Losanna e autore di uno studio del giugno del 2016 commissionato dal Parlamento, in cui stronca la proposta della Commissione e dimostra che un sistema di distribuzione dei richiedenti asilo giusto ed efficiente deve essere basato sulle loro preferenze. “Non è pensabile distribuire decine di migliaia di persone senza la loro collaborazione. Vogliamo restare aggrappati a quest’illusione di controllo?”.

Commentando la relazione Wikström, Minos Mouzourakis di Ecre si rallegra di veder riprese “molte delle nostre proposte”, ma sottolinea che su alcuni punti il testo non è ancora soddisfacente, soprattutto per quanto riguarda la tutela dei minori non accompagnati. Wikström infatti non modifica la proposta della Commissione che, contraddicendo una sentenza del 2013 della Corte di giustizia dell’Unione europea, prevede inutili trasferimenti da un paese all’altro per i richiedenti asilo minori non accompagnati.

“Sono impaziente di avviare le discussioni con il Consiglio e la Commissione”, ha dichiarato Wikström in conferenza stampa. A chi le fa notare che alcuni governi hanno posizioni molto diverse dalle sue, l’eurodeputata svedese ricorda che “l’approvazione delle politiche di asilo non richiede l’unanimità al Consiglio, ma una maggioranza qualificata”. E con un sorriso assicura: “Sono un’ottimista, e non sono molto abituata a perdere”. Jean Lambert, relatrice ombra per i Verdi, condivide il suo ottimismo: “Cecilia Wikström è una relatrice molto rispettata, ha consultato gli stati membri e questo dovrebbe ridurre il rischio che il Consiglio faccia ostruzionismo”.

Elly Schlein la pensa diversamente. “Le discussioni già in corso al Consiglio sono totalmente scollegate dalla proposta della Commissione”, avverte. “Gli stati membri parlano di fantasiose soluzioni per evitare che la solidarietà sia obbligatoria e lasciare tutto in mano al Consiglio. Per loro è come se il Parlamento non esistesse. Non mi stupirebbe se dal loro punto di vista la proposta della Commissione fosse già superata”. In tal caso, osserva Schlein, la Commissione potrebbe dover ritirare la sua proposta e presentarne un’altra.

Cornelia Ernst, relatrice ombra per il gruppo Sinistra unita europea/Sinistra verde nordica, è al suo secondo mandato da eurodeputata e non nasconde la sua preoccupazione: “Ero già contraria alla precedente riforma del regolamento di Dublino, e certo non perché fossi una sostenitrice di questo sistema. Ma pensavo, come penso adesso, che riformarlo possa solo peggiorare la situazione”.

Intanto Ali aspetta. A cosa serviranno la sua detenzione, la sua paura, il suo eventuale trasferimento in Croazia, seguito quasi certamente da un nuovo tentativo di raggiungere il Belgio? Solamente ad alimentare l’illusione degli stati membri di poter controllare la sua vita, e quella di chiunque cerchi rifugio in Europa.

Questo articolo è la versione abbreviata di un'inchiesta a quattro mani realizzata da Annalisa Camilli e Francesca Spinelli per Internazionale

Questo articolo è pubblicato in collaborazione con Internazionale.

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