Ritiro degli USA dall’accordo di Parigi: Un’opportunità per l’Europa di prendere la leadership ambientale

2 giugno 2017
La Stampa Torino

L’annuncio di Donald Trump di volersi ritirare dall’accordo di Parigi sul clima, con il quale 195 paesi si impegnano a limitare le loro emissioni di CO2, è una catastrofe ambientale, ma anche l’opportunità per l’Ue di prendere la leadership della lotta contro il riscaldamento globale insieme alla Cina.

Ora può cambiare tutto. Il benservito di Trump agli accordi sul Clima rimescola le carte del gran gioco multilaterale. Per l’Europa è un evento non lieto che, tuttavia, apre la porta a un possibile rafforzamento delle sue aspirazioni di leader globale.

Sempre che dimostrino di avere gli attributi necessari, i (per ora) Ventotto possono diventare i “numero uno” nella battaglia per salvare il pianeta, come in quella per la tutela di un commercio libero ed equo. Oltretutto, se come ha annunciato dalla Casa Bianca, gli Usa intendono uscire e rientrare nei trattati ambientali, toccherà a loro arbitrare la non semplice contesa per recuperare gli americani e non per escluderli.

È una responsabilità che schiude opportunità. Il “no” di Washington ai patti di Parigi è stato anticipato a Bruxelles e Berlino approfondendo le relazioni coi cinesi, autoproclamati paladini della globalizzazione e della difesa “verde” come fossero loro quelli a stelle e strisce. E’ un intreccio affascinante, questo che si profila con Pechino. Bello e pericoloso.

L’Europa ha la facoltà di dare il buon esempio e dettare le regole sul Clima, sperando che The Donald ci ripensi. Il gioco attira tutti, a partire da Frau Merkel e il suo giovane sodale francese, Emmanuel Macron. La sfida al surriscaldamento della Terra è un doppio affare: è giusta e genera consensi. Alimenta inoltre la speranza di influenzare la Cina, "il primo peccatore mondiale dell’ambiente", secondo il capo della Commissione Ue, Juncker. E’ una prospettiva bivalente pure questa. Perché si può persuadere gli asiatici a inquinare di meno e, pragmaticamente, consolidare legami commerciali capaci di fruttare miliardi a chi saprà farlo (tedeschi in testa).

Gli uomini del presidente Xi Jinping la giudicano un’occasione d’oro. Possono archiviare il progetto velenoso del G2 con gli Stati Uniti e rinnovarlo col mercato che a loro piace di più, il nostro, facile se Trump si spingerà davvero sulla strada del bilateralismo e della tentazione protezionista. I cinesi – dei quali è spesso difficile fidarsi sino in fondo e con i quali bisogna comunque misurarsi – hanno ogni interesse a mostrarsi ragionevoli. Vendere manufatti in Europa può ben valere un impegno per il pianeta e il libero scambio. «Ampliare la partnership con la Cina in questi tempi insicuri», ha detto ieri la Merkel. Così, la leader vera dell’Europa, quella che ha sfidato Trump prima e dopo il G7 di Taormina, indica la strada ai partner comunitari. La seguiranno, c’è da scommetterci.

In questa fase non c’è alternativa al confronto con lo Xi nuovo formato che farà di tutto per colmare il vuoto che l’America di Trump sta lasciando. Deve però essere chiaro che i patti vanno controllati e fatti rispettare chiaramente. Bisogna che l’Europa sia unita nell’azione e che la leadership di Angela Merkel non diventi un business nazionale. Un’Italia ben integrata nell’Ue avrebbe maggiori chance di farsi sentire: è da qui che occorrerebbe cominciare, meglio se con una strategia ampia e di largo respiro. Pensando sì al voto imminente e a come amministrare la democrazia, ma anche alla Terra intossicata che gira e vive indipendentemente dalla nostra legge elettorale.

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