Ue-Cina:

Pechino, il partner indispensabile

VoxEurop
16 giugno 2017

I rapporti con la Cina, avviati nel lontano 1975 e costantemente rafforzati da allora, costituiscono una opportunità per l’Ue di rinforzare il suo peso geopolitico, e di fare della prima potenza commerciale del mondo una preziosa alleata.

Nel 2013 la Cina è divenuta la più grande potenza economica mondiale, anche se i dati che fornisce (in particolar modo quelli relativi alla crescita del suo Pil) sono a volte poco attendibili. La Cina è anche il secondo partner economico dell’Unione.

Relazioni commerciali perturbate

Lo sviluppo della Cina ha reso queste due aree geografiche molto interdipendenti, e legate alle conseguenze della globalizzazione. Questi legami sempre più forti hanno permesso lo sviluppo rispettivo delle due entità. L’Unione europea ha portato, attraverso le sue imprese, gli investimenti necessari allo sviluppo economico della Cina. Da parte sua la Cina, con l’apertura (molto lenta e graduale) del mercato interno alle imprese straniere gli ha offerto delle prospettive di crescita innegabili (come ad esempio la Peugeot, anche se è obbligatorio un partenariato con un’impresa locale) e hanno permesso di importare alcuni prodotti a un costo inferiore.

Tuttavia la crisi economica e finanziaria ha cambiato i rapporti di forza e gli equilibri tra le due aree geografiche: la Cina, anch’essa toccata dalla crisi, è stata in grado di riprendersi e ha così preservato il suo status di potenza economica. La situazione degli Stati membri dell’Ue si è notevolmente aggravata. La situazione politica di questi paesi ha spinto l’Ue a intensificare gli sforzi contro il dumping cinese. Alcuni dazi doganali più elevati, e in alcuni settori, come quello dei pannelli solari, sono stati oggetto di intensi negoziati dinanzi all’organismo per la risoluzione delle dispute internazionali sul commercio dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc).

Ulteriori tensioni si sono levate intorno allo status di economia di mercato. Lo statuto è automatico per tutti i paesi che aderiscono all’Omc da almeno 15 anni, caso questo della Cina nel dicembre 2016. Questo status ha innescato forti tensioni in seno all’Ue. La maggior parte degli stati membri vi si era opposta, e il parlamento europeo ha votato una risoluzione per indurre la Commissione a non concedere tale status alla Cina (546 voti a favore su 751). Tuttavia, la Commissione non aveva il potere di impedirlo. In effetti, con lo status di economia di mercato l’Ue riscontra più difficoltà nell’adottare misure di ritorsione contro la Cina (sono più difficili da giustificare, il paese ricorrente deve dimostrare e provare che le distorsioni del mercato sono riconducibili all’importazione dei prodotti cinesi ).

Per ovviare a ciò, la Commissione da una parte ha rafforzato le misure anti-dumping, applicabili a tutti i paesi, ma che riguardano particolarmente la Cina poiché nella maggior parte delle controversie per violazione delle regole commerciali europee è coinvolta un’impresa cinese. Proposte nel 2013, queste nuove misure consistono nell’abbandonare in alcune circostanze la regola del dazio più basso. Questa regola, impone che il dazio doganale sia proporzionale al danno subito, ciò che limita la possibilità di risposta della Ue al dumping cinese. Attualmente è oggetto di discussione del consiglio d’Europa.

È un segnale positivo che l’Ue abbia potuto aggirare i problemi causati dallo statuto di economia di mercato. È una prova di cambiamento in seno alle istituzioni europee: benché in una fase di declino delle istituzioni internazionali, l’Ue è stata in grado di reagire contro gli effetti della globalizzazione.

D’altra parte, l’Unione europea a novembre del 2016 aveva proposto all’Organizzazione mondiale del commercio che le misure anti-dumping venissero calcolate diversamente, tenendo conto della presenza dello Stato e dei sussidi pubblici (concentrazione di imprese pubbliche), e non solo del prezzo applicato nel mercato interno.

Una preziosa alleata

La situazione economica degli stati europei spinge la Ue a reagire con molta prudenza alle distorsioni della concorrenza che può generare gli scambi commerciali con la Cina, ciò che ha fatto evitando di ridiscutere il nuovo statuto della Cina all’interno dell’Omc, giudicato non rilevante da alcuni funzionari europei.

In effetti, la Ue è in difficoltà con gli investimenti, e la Cina può rimediare, in parte, a questo problema macroeconomico che danneggia enormemente l’eurozona. Gli investimenti cinesi all’interno della Ue sono passati da 6 miliardi nel 2010 a 27 miliardi nel 2014, in particolare per acquisizioni simboliche (l’aeroporto di Tolosa o parte del porto del Pireo ad Atene).

La Cina resta dunque una risorsa preziosa per la Ue nell’economia globale, in particolar modo per le due strategie adottate. Da una lato, Pechino ha messo in atto una nuova politica interna : “la nuova normalità” o “new normal”. Lo scopo è quello di “accettare” un modello di crescita rallentato , rivolgendosi sempre più verso il suo mercato interno e aprendo agli investimenti stranieri. Ciò dovrebbe facilitare le relazioni con l’Ue e i suoi Stati membri e dunque rafforzare le relazioni sia sul piano economico che sul piano politico.

La seconda strategia adottata dalla Cina si basa sull’idea di internazionalizzazione o di “going global”. Questa strategia non è nuova, la si fa risalire agli anni Novanta, precedenti l’ingresso della Cina nell’Omc avvenuto nel 2001. Ma in precedenza, era volta a preparare la Cina alla concorrenza. Oggi, il suo obiettivo è quello di affiancare le imprese cinesi all’estero. La strategia del going global si fonda sull’investimento nelle infrastrutture dei trasporti internazionali (la recente apertura della nuova “Via della seta” ne è un esempio) nonché su una più ampia apertura economica : la Norvegia e la Svizzera sono gli unici stati in Europa ad avere siglato un accordo di libero scambio con la Cina.

L’Unione europea, per assumere un rilevante peso commerciale e diplomatico, deve quindi ottenere e siglare un accordo con la Cina, senza essere ingenua, per farne un nuovo partner privilegiato. Ciò gli consentirà di avere più voce in capitolo a livello internazionale, e di far valere i suoi valori, come i diritti umani.

Relazione esclusiva

Per fare della Cina un partner, e di conseguenza godere di tutti i benefici politici e economici che ne conseguono, la Ue negozia con essa un Trattato Bilaterale di Investimenti. Le due parti sono al tredicesimo ciclo di negoziati. Perché questo trattato? L’Unione europea desidera avere una relazione uniforme con la Cina, che quest’ultima non vuole affatto. In effetti preferisce le relazioni bilaterali con gli Stati membri, in particolar modo sul piano diplomatico, e ciò per due ragioni, che rivelano la debolezza della Ue a livello geopolitico.

La prima ragione è la più semplice : l’Unione europea ha uno scarso peso diplomatico, a causa delle divergenze interne, e della sua carenza di mezzi. La sua unica influenza deriva dalle donazioni con le quali contribuisce allo sviluppo (l’Ue è il principale donatore al mondo), di cui la Cina beneficia poco o nulla.

La seconda ragione si basa più su una precisa strategia della Cina : di fronte al disordine diplomatico europeo, un dialogo con la Ue viene considerato secondario. Incapace di prendere una posizione comune su < temi scottanti > (così come per il Kosovo, o ancora più recentemente per la Siria), l’Unione europea non può essere un debole alleato per la Cina, malgrado la sua strategia < multipolare >. La prima visita di un presidente cinese alle istituzioni europee risale al 2014.

Punti di forza

Per divenire un interlocutore indispensabile della Cina, e per avere un forte peso geopolitico, la Ue deve far valere i suoi punti di forza. Il primo dei quali è chiaramente quello economico, di fronte al rallentamento della crescita cinese, le imprese europee intendono giocare un ruolo principale in futuro per sostenere lo sviluppo della Cina (soprattutto se quest’ultima si ripiega sul suo mercato interno). Per l’Alto rappresentante agli affari esteri per l’Unione europea Federica Mogherini, ciò potrebbe fare da leva.

La Cina ha fatto del soft power una delle sue armi vincenti per imporre la sua influenza, e la Ue dovrebbe fare altrettanto, sulla base dei suoi valori (quali i diritti umani, la libertà ….) e del modello di società che rappresenta, un modello sociale protettivo e la tutela dell’ambiente. Così dal 2003, secondo la delegazione francese agli affari esteri europei le relazioni Ue-Cina hanno avuto un nuovo impulso dal lancio di un partenariato globale che oramai “spazia dalle questioni di politica estera, alla sicurezza, alle sfide globali quali i cambiamenti climatici o la governance economica internazionale”.

Se le relazioni tra la Cina e l’Unione europea dimostrano la debolezza diplomatica dell’Europa, il loro sviluppo è auspicabile in un mondo multipolare. Sviluppare e rafforzare le relazioni con la Cina permette anche di essere un interlocutore privilegiato nelle tensioni geopolitiche regionali (tensioni per il controllo del mar cinese meridionale, test nucleari della Corea del Nord).

Inoltre, è fondamentale che la Ue diversifichi le sue relazioni diplomatiche : sviluppare gli scambi commerciali con la Cina permette di accedere più largamente a tutta la regione, e ottenere delle risorse, quali quelle energetiche, altrimenti meno accessibili agli stati membri. In effetti la complessità dei rapporti tra la Russia e l’Europa e l’(apparente) isolazionismo degli Usa dimostrano che l’Unione europea deve rafforzare le sue relazioni diplomatiche con la Cina.

La Cina è dunque un partner indispensabile per l’Europa malgrado le tensioni commerciali dovute al dumping che potrebbero intaccarne le relazioni. Di fronte all’isolazionismo degli Usa, alle tensioni tra la Russia e l’Ue, la Cina deve divenire un pilastro fondamentale della diplomazia europea.

Tradotto dal francese da Stefania Paluzzi