L’Austria in bilico tra Europa orientale e occidentale: Vienna costruirà ponti o barriere?

5 febbraio 2018 – Transit (Vienna)

L’Austria può giocare un ruolo negativo nella frattura sempre più profonda tra Europa occidentale e orientale. E il futuro dell’Ue si deciderà nel centro del continente, scrive da Vienna Carl Henrik Fredriksson.

"La storia insegna ma non ha allievi", lamenta lo scrittore austriaco Ingeborg Bachmann nel deprimente romanzo postbellico Malina. “La storia non si ripete, ma insegna”, risponde Timothy Snyder nel suo opuscolo Sulla Tirannia, scritto in preda alla rabbia mentre Donald Trump si preparava a essere investito come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, un anno fa. Da storico, Snyder si sente particolarmente chiamato in causa sia per fare una diagnosi, sia per mettere in discussione i cambiamenti dell’era Trump e il percorso verso la società autoritaria che si preannuncia.

Ma Snyder non è uno storico qualsiasi, bensì è un esperto di Europa dell’Est. Egli mette in luce come durante la campagna per le presidenziali statunitensi, la maggior parte dei commentatori non abbia capito cosa stava accadendo. Tuttavia, un gruppo di osservatori, cioè gli est europei e gli esperti di Europa dell’Est, sapeva esattamente cosa c’era in gioco. Erano capaci di interpretare i segnali:

“La storia, che per tanto tempo è sembrata muoversi da ovest verso est, ora sembra abbia invertito la tendenza: tutto ciò che avviene qui sembra avvenire prima là.”

Il bestseller inaspettato di Snyder, che dopo 44 settimane nella classifica saggistica del New York Times occupa ancora il terzo posto, è strettamente inserito nel contesto americano in cui è stato scritto. Ma anche se l’obiettivo principale di questo polemico opuscolo è l’eccezionalismo americano (qui non può succedere), queste osservazioni possono essere applicate anche su questo lato dell’Atlantico.

Nel saggio pubblicato sulla rivista Transit e intitolato “Once upon a time in 1989”, la giornalista e fumettista di originale croata Slavenka Drakulić mostra come il conflittuale modello balcanico degli anni Novanta è attualmente riprodotto in Europa occidentale e come le identità vengono strumentalizzate dalla politica e il nazionalismo si fonde e confonde con la religione, creando una pozione letale. L’Occidente sta imparando la dura lezione dell’Est, fa notare Drakulić, ma con modalità totalmente diverse da quelle in cui speravamo.

Queste osservazioni diventano ancor più preoccupanti quando provengono direttamente dai protagonisti, pronunciate con disinvoltura da uno degli attori del dramma politico in corso in Europa: “Ventisette anni fa, qui in Europa centrale credevamo che l’Europa fosse il nostro futuro; oggi, sentiamo che siano noi il futuro d’Europa.” Così che lo scorso luglio il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha concluso il suo annuale discorso estivo di fronte a una platea di magiari in Romania.

Fu proprio alla Summer University magiara a Băile Tuşnad, o Tusnádfürdő come viene chiamata in ungherese, che nel 2014 Orbán illustrò la sua visione di “democrazia illiberale”, un concetto che da allora ha dominato il dibattito politico, forse superato in questa triste popolarità soltanto da “populismo”. Sebbene il discorso del 2017 abbia ricevuto meno attenzioni, verosimilmente è stato uno degli avvenimenti politici più interessanti dello scorso anno.

Orbán descrive gli attuali cambiamenti in Europa e neglio Stati Uniti come uno scontro tra l’”élite transnazionale” e i “leader nazionali patriottici”. E i patrioti, tra i quali Orbán inserisce anche sé stesso, hanno una missione: difendere la nazione, e di conseguenza l’Europa.

Secondo Orbán, l’evento politico più importante dell’ultimo anno non è stata né la cerimonia d’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, né il fatto che due elezioni in Francia abbiamo spazzato via l’intero sistema dei partiti tradizionali. L’evento più importante è stato che i quattro paesi del Gruppo di Visegrád, tra cui oltre all’Ungheria ci sono Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, hanno iniziato a cooperare “più strettamente che mai” e hanno dunque acquistato maggiore influenza sulla politica e sulle decisioni europee.

Finora quest’influenza si è manifestata soprattutto nell’evitare la ripartizione dei rifugiati tra tutti gli stati membri dell’Ue. “Voi volevate i migranti, noi no”, ha affermato Orbán durante una visita in Germania a inizio 2018, invitato dagli alleati di Angela Merkel della Csu. “Non è stata un’ondata di rifugiati, ma un’invasione”, ha aggiunto riferendosi agli avvenimenti di estate e autunno 2015, quando centinaia di migliaia di rifugiati hanno attraversato l’Europa in direzione di Germania, Austria o Svezia. “Non vogliamo considerare queste persone come dei rifugiati musulmani. Li consideriamo come degli invasori musulmani”.

Nel suo discorso estivo, Orbán ha spiegato quali sono i suoi timori. Secondo lui, un paese forte deve essere un paese sicuro. Inoltre, egli spesso associa l’idea di sicurezza a quella di identità culturale: un paese forte deve essere in grado di proteggere i propri confini e di prevenire attacchi terroristici. Ma, aggiunge, “non esiste cultura forte senza identità culturale”, e “sebbene si infranga qualche tabù affermando ciò, non esiste alcuna identità culturale in una popolazione priva di una composizione etnica stabile, la cui alterazione comporta una conseguente alterazione dell’identità culturale. Un paese forte non può permettere che ciò accada”.

Questo complesso demografico-culturale sta alla base dell’ideologia nazionalista di Orbán: non solo definisce gli ungheresi “una specie in via di estinzione”, ma allarga la questione per abbracciare l’intero continente: “l’Europa resterà il continente degli europei?”

Il primo ministro magiaro sostiene che oggi l’Europa è nelle mani dell’investitore e filantropo statunitense di origini ungheresi George Soros. Secondo il “piano Soros”, l’Ue “si sta preparando a consegnare il suo territorio a una nuova Europa meticcia e islamizzata”.

Non ci sono dubbi sul fatto che l’ambizione dell’Ungheria sia essere in prima fila nella battaglia contro Soros, contro i “grandi inquisitori” di Bruxelles e contro ciò che Orbán definisce la “scristianizzazione” dell’Europa. Uno dei segnali della strategia di riarmo ideologico che l’attuale governo persegue è la conferenza sul “Futuro dell’Europa” che doveva svolgersi a Budapest a gennaio, nell’ambito della presidenza ungherese del gruppo di Visegrád. Il programma era stato già annunciato quando gli organizzatori hanno deciso di rimandare la conferenza a maggio, dopo le elezioni politiche. Anche se la Fidesz, il partito di Orbán, dovrebbe vincere senza troppi problemi, non si vogliono correre rischi inutili, considerato quanto sono controversi i relatori presenti nel programma.

Invitato ad aprire questa conferenza “scientifica” è Milo Yiannopoulos, l’ex senior editor di Breitbart News, l’organo d’informazione preferito dell’estrema destra. Yiannopoulos paragona regolarmente il femminismo al cancro e di recente ha affermato che chiunque si definisce come musulmano dovrebbe essere “espulso dai paesi occidentali”. L’editore Götz Kubitschek, una delle principali personalità intellettuali della “nuova destra” in Germania, doveva introdurre una tavola rotonda che si chiederà (retoricamente) se “noi”, tormentati da sensi di colpa culturali, dobbiamo “sacrificare la nostra cristianità, la nostra libertà e il nostro stile di vita” o se invece dobbiamo “ritirarci nella nostra fortezza, difenderci e rafforzare i nostri valori e la nostra coesione interna?”

Questo è un modo di descrivere il bivio storico in cui si trova l’Europa in questo momento. Un altro sarebbe chiedersi se rimane qualcosa del progetto di integrazione europea se gli stati membri dell’Unione non riescono a proporre una risposta comune alla fondamentale questione migratoria e se il significato di parole come solidarietà e coesione vanno oltre al mero trasferimento di denaro da ovest verso est tramite i fondi strutturali e d’investimento.

I governi dell’Ungheria e degli altri paesi Visegrád sanno esattamente cosa vogliono. Sono intenzionati a riempire l’idea di Europa con proposte vecchie, costruire muri interni ed esterni, dentro alle teste degli europei e nel territorio; muri che possano tenere lontani gli “invasori”.

Saranno in grado di esportare la loro visione nazional-culturale di Europa a ovest? Succederà anche qua ciò che è avvenuto in Europa orientale?

La risposta probabilmente arriverà nel 2018. Orbán ha già affermato che questo sarà l’anno dei grandi scontri. E, come avvenne cento anni fa, il futuro dell’Europa verrà deciso in Austria: il primo luglio, la repubblica alpina assumerà la presidenza del Consiglio europeo per la terza volta dopo il 1998 e il 2006 e il nuovo governo austriaco, composto dai conservatori del Partito popolare austriaco (Övp) e dai populisti di destra del Partito della Libertà (Fpö), si sta preparando.

Già durante la serata elettorale, lo scorso autunno, giravano speculazioni sulla possibilità per l’Austria di aderire formalmente al gruppo di Visegrád. Un’ironica allusione al film di Quentin Tarantino suggeriva che i “Visegrád Four" diventerebbero così “The Hateful Five”, a causa delle dure posizioni austriache sui migranti. Prima delle elezioni il leader dell’Fpö Heinz-Christian Strache dichiarò che l’avvicinamento al gruppo di Visegrád era di sicuro da prevedere: “L’Austria dovrebbe aumentare la cooperazione con questi paesi”, spiegò in un dibattito televisivo, “magari anche diventando un membro del gruppo di Visegrád”.

Tuttavia, l’Austria non diventerà mai un membro dei V4, per il semplice fatto che rappresenta un contributore netto al budget europeo, quando invece gli altri quattro stati dell’Europa centrale ricevono tutti più di quanto contribuiscono, e questo rende incompatibili le rispettive visioni. Un altro divario incolmabile è che tutti i quattro paesi post-comunisti sono membri della Nato, mentre l’Austria coltiva e difende con forza, almeno a livello simbolico, la propria neutralità.

In ogni caso, è già chiaro che il governo del cancelliere Sebastian Kurz (Övp) si avvicinerà ancor di più a questi paesi per quanto riguarda le politiche sull’immigrazione, mettendo da parte la ripartizione coordinata dei richiedenti asilo secondo il sistema di quote e la protezione dei confini esterni dell’Unione. E questo si accorda perfettamente con le idee di Viktor Orbán e dei colleghi polacco, ceco e slovacco.

Quando Sebastian Kurz, il giorno prima di giurare da cancelliere, ha presentato il programma di governo durante una conferenza stampa a Kahlenberg, nei dintorni di Vienna, si è riferito esplicitamente a una proposta avanzata giusto una settimana prima da Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo. Per evitare che l’Europa venga lacerata, Tusk ha affermato che bisogna distogliere l’attenzione dalla redistribuzione dei rifugiati. Kurz ha colto la palla al balzo, mentre altri leader europei hanno criticato la proposta del presidente del Consiglio europeo, definendola “inaccettabile” e “antieuropea”.

Tuttavia, se si presta attenzione alle dichiarazioni del neocancelliere, sembra che le sue posizioni si iscrivano tanto alla tattica politica quanto alla strategia. “Il nostro paese può creare ponti in Europa”, afferma Kurz. “Ci impegniamo a cercare una stretta cooperazione con Germania, Francia e gli altri paesi. Ma allo stesso tempo, desideriamo anche coltivare buone relazioni con la parte orientale del continente”.

La nuova posizione sulla politica migratoria consentirà all’Austria di giocare un ruolo da mediatore tra gli stati centro-orientali e i loro avversari occidentali; un ruolo che si sposa con la posizione geografica del paese e con la sua eredità storica. “Questo ha sempre giovato alla nostra economia” ha spiegato Kurz in un’intervista rilasciata al Der Spiegel, poco dopo le elezioni. “Politicamente, credo sia un nostro obbligo”.

Rimane comunque da vedere se i paesi che (insieme all’Austria!) hanno sopportato maggiormente il pesante fardello dell’arrivo dei migranti (soprattutto Svezia e Germania) considereranno questa posizione come sufficientemente “neutrale”. Quando a fine gennaio Herbert Kickl (Fpö), un ministro del governo Kurz, durante un incontro dei ministri europei di interno e giustizia che si è svolto a Sofia ha dichiarato che l’Austria non accetterà le quote obbligatorie di rifugiati e il sistema di ricollocamento, i commentatori internazionali hanno interpretato che l’Austria si stava avvicinando al fronte del “no”, invece che porsi nel mezzo. Una considerazione difficilmente contestabile.

Stare dalla parte dei paesi di Visegrád per quanto riguarda le quote di migranti non è l’unico “punto di vista orientale” che il nuovo governo austriaco ha adottato. In una molto discussa intervista col giornale Kurier, la ministra degli esteri Karin Kneissl sembrava sostenere che le sanzioni imposte dall’Ue alla Russia come ritorsione per l’annessione illegale della Crimea e la destabilizzazione dell’Ucraina dovrebbero essere eliminate. Rispondendo alla domanda se le sanzioni sono sbagliate, Kneissl ha affermato che sono state fallimentari. In realtà, fa notare, le uniche sanzioni che abbiano mai “portato risultati sono state le sanzioni sportive contro il Sudafrica”.

Si può dire molto per confutare queste affermazioni, ma a prescindere dal fatto che l’analisi di Kneissl possa essere corretta o no, appare chiaro anche in questo caso che l’Austria vuole assumere il ruolo di “costruttore di ponti” tra est e ovest.

Kneissl non si stanca mai di sottolineare che lei non è formalmente affiliata a nessun partito politico, ma è stata nominata dall’Fpö. Nel dicembre 2016, il leader dell’estrema destra e ora vicecancelliere Heinz-Christian Strache ha firmato un accordo di cooperazione quinquennale col partito di Vladimir Putin, Russia Unita. Il patto include passaggi dedicati alla non-interferenza reciproca, alla promozione del dialogo e dello sviluppo economico e alla “crescita delle giovani generazioni nello spirito del patriottismo e dell’appagamento del lavoro”.

“A livello internazionale, il Partito della libertà continua ad accumulare influenza”, ha scritto Strache sulla sua pagina Facebook, commentando la firma degli accordi a Mosca. È difficile immaginare che abbandonerà queste ambizioni internazionali, ora che lui e la sua ministra degli esteri sono finalmente in una posizione in cui possono davvero attuarle.

L’accordo siglato tra l’Fpö e Russia unita è stato il primo di questo genere, e ha segnato l’inizio di una nuova fase nelle relazioni del Cremlino con i partiti europei di estrema destra, descritte nel dettaglio da Anton Shekhovtsov nel suo recente libro Russia and the Western Far Right – Tango Noir [“La Russia e l’estrema destra occidentale – Tango Noir”]. Tuttavia, anche se non si deve sottovalutare la componente ideologica nel sostegno dell’Fpö alla Russia, la disapprovazione verso le sanzioni nei confronti di Mosca non si limita agli elettori dell’Fpö, e riguarda tanto il denaro quanto la “protezione dei valori tradizionali”.

Gli uomini d’affari austriaci vogliono fare affari; il diritto internazionale e l’etica politica rimangono in secondo piano. È tristemente nota la standing ovation per il presidente Putin dell’assemblea della Camera di commercio austriaca nell’estate del 2014, nel bel mezzo del conflitto tra Russia e Ucraina. Gli affari sono affari: i gestori d’albergo e gli operatori sciistici nella repubblica alpina che dipende molto dal turismo vogliono riportare indietro i grandi spendaccioni russi; in Stiria i coltivatori di frutta e i produttori di latticini non vedono l’ora di riportare in carreggiata l’export verso est. Questi rappresentanti del commercio e dell’industria costituiscono una grossa fetta della base elettorale dell’Övp, o, come l’ha posta Sebastian Kurz, “questo ha sempre giovato alla nostra economia”.

In ogni caso, questo presunto pragmatismo può anche rivelarsi dannoso, come osserva Ivan Krastev nel Security Policy Preview del 2018, pubblicato lo scorso autunno dal ministro austriaco della difesa. L’Austria può sembrare il miglior candidato per il ruolo di intermediario tra il Cremlino e l’Occidente, ma anche se così fosse, dovrebbe trattenersi dal tentare, avverte Krastev: adottare il linguaggio e le posizioni di entrambi gli schieramenti in questo conflitto, con esigue prospettive di successo, rischia di indebolire la posizione austriaca all’interno dell’Ue.

Possiamo dire lo stesso rispetto al tentativo dell’Austria di navigare le agitate acque d’Europa: le possibilità di riuscire a evitare il sistema di quote di rifugiati possono essere maggiori, dato che l’indebolito (temporaneamente?) governo tedesco ha quantomeno manifestato la sua volontà di rimandare i negoziati europei su questo tema, ma la repubblica alpina sta mettendo a rischio la sua posizione anche in questo caso. Il fallimento degli stati membri est-europei ad assumere la comune responsabilità di gestire i rifugiati già presenti sul territorio dell’Unione ha aperto una frattura nell’Ue che impiegherà anni a rimarginarsi.

Mentre il precedente conflitto nord-sud, culminato nella crisi del debito dell’Eurozona, era soltanto una questione economica, l’attuale scontro est-ovest interessa i valori fondanti e le percezioni fondamentali del significato e dell’obiettivo del progetto d’integrazione europea. Il disappunto in alcuni stati dell’Europa occidentale e settentrionale è schietto e assume grande importanza lo schieramento scelto in una disputa che potrebbe disintegrare l’Unione, anche se da quella rottura dovesse risultare un’Europa a due o più velocità.

Se è il pragmatismo che l’Austria ricerca, allora dovrebbe magari cercare alleati tra gli stati occidentali che le somigliano come ad esempio quelli che sono entrati nell’Unione europea insieme a lei nel 1995: Svezia e Finlandia sono paragonabili all’Austria sia a livello economico, sia sistemico molto più di qualsiasi stato del gruppo di Visegrád, e hanno anche interessi coincidenti a lungo termine. Lo stesso accade per la Germania, il grande vicino dell’Austria a nord-ovest.

Ma forse dopotutto non è veramente il pragmatismo che guida il nuovo governo di Vienna, bensì l’ideologia. Un vecchio nuovo concetto per il futuro d’Europa.

Prima di avviare le riprese del film Il terzo uomo, in cui il cinico Harry Lime di Orson Welles si aggira come un’ombra tra i settori occupati della Vienna del dopoguerra, il produttore americano David O. Selznick scrisse un biglietto al regista Carol Reed, entusiasta dell’opportunità di presentare la metropoli centro-europea come un microcosmo del conflitto est-ovest, e di appoggiare l’Occidente.

Pare che il cancelliere Sebastian Kurz abbia piani piuttosto diversi per quando inviterà i suoi colleghi europei a Vienna quest’anno.

Traduzione di Andrea Torsello

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