La Slovacchia dopo l'omicidio di Ján Kuciak: Un paese sull’orlo della rottura

Des bougies en hommage à Ján Kuciak posées devant le siège du gouvernement, à Bratislava.
Des bougies en hommage à Ján Kuciak posées devant le siège du gouvernement, à Bratislava.
28 marzo 2018 – Visegrad Insight (Varsavia)

L’assassinio del giornalista Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová ha innescato un’ondata di proteste nel paese. Dopo aver costretto alle dimissioni il premier Robert Fico non danno cenno di placarsi ed è difficile immaginare fino a che punto possano spingersi, sostiene il ricercatore Milan Nič.

Alla fine di febbraio, l’omicidio del reporter investigativo slovacco Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová ha sconvolto il paese. In pochi giorni, si sono diffuse in strada proteste di massa anti-corruzione, che hanno rovesciato il primo ministro Robert Fico e spinto la coalizione di governo di centro-sinistra verso la crisi. Per ora, il rischio di elezioni anticipate è stato evitato, ma le conseguenze di questi eventi lanciano un forte messaggio che va oltre questo piccolo paese dell’Europa centrale.

Iniziamo dagli omicidi. Questo è il secondo omicidio di rilievo di un giornalista investigativo in uno stato membro Ue, dopo l’assassinio di Daphne Caruana Galizia a Malta. Come lei, Kuciak non stava solo indagando sui crimini finanziari in atto nel suo paese, ma anche i legami locali con la criminalità internazionale e l’evasione fiscale portata a galla dai Panama papers. Aveva soltanto 27 anni, ma secondo i suoi colleghi Kuciak era uno dei migliori nella ricerca di dati ed era coinvolto in una stretta collaborazione con altri giornalisti in Repubblica Ceca e Italia.

Le autorità slovacche hanno costruito la più grande squadra investigativa nella storia del paese, assistiti da colleghi italiani e cechi ma anche dall’Europol e dall’Fbi. Nel frattempo, gli organizzatori delle proteste, per la poca fiducia che nutrono verso la polizia slovacca, hanno richiesto una squadra investigativa internazionale congiunta.

L’omicidio di Kuciak ci ricorda in modo tragico che, in alcuni paesi Ue in cui gli organi preposti all’applicazione delle leggi non fanno (o non gli è permesso di svolgere) il loro lavoro, tocca a coraggiosi reporter rischiare la propria vita. Ciò rende i paesi periferici dell’Eurozona con strutture statali deboli e trascorsi di favoritismi politici attraenti ai fini del riciclaggio di denaro. In questo contesto, giornalisti investigativi senza timori e capaci, definiti “lupi solitari”, legati a reti investigative internazionali, rappresentano una forte minaccia per la criminalità organizzata rispetto a quanto si può pensare.

Una sfida europea

Ma non prendiamoci in giro: questo non riguarda solamente Malta e la Slovacchia. Ci sono diversi paesi dell’Unione europea con simili problemi di corruzione e forze dell’ordine deboli.

Di conseguenza, costituisce una sfida per le istituzioni Ue. Il Parlamento europeo ha inviato a Bratislava una delegazione scelta ad hoc, la quale ha pubblicato un valido rapporto, i cui risultati sono stati discussi nella seduta del Parlamento Ue del 14 marzo nell’ambito della sicurezza dei giornalisti in tutta l’Unione. Tuttavia, non è chiaro quali saranno le prossime tappe. I membri della delegazione Ue si sono fortemente stupiti nel trovare una diffusa diffidenza verso le istituzioni statali, in particolare verso la polizia e le altre forze dell’ordine; ciò si pone in forte contrasto con la prospettiva esterna che giunge a Bruxelles, dove veniva analizzata la situazione slovacca.

Magari questo tragico avvenimento dovrebbe catalizzare dovrebbe spingere verso un approccio più sistematico a livello europeo, che comprenda un nuovo meccanismo di supporto ai giornalisti e alle organizzazioni della società civile che affrontano i problemi legati a corruzione e stato di diritto, soprattutto in stati membri che presentano una forte sfiducia verso le forze dell’ordine. Questa è l’occasione per rispettare la richiesta di “più Europa” proveniente dagli organizzatori delle proteste slovacche, supportata sulla carta anche dal governo di Bratislava, in difficoltà ma comunque pro-europeo.

Inoltre, l’omicidio di Kuciak e della sua fidanzata ha alimentato una fortissima rabbia contro corruzione e contro i mancanti sforzi del governo per affrontare la questione. In pochi giorni, questa rabbia è sfociata nella più grande protesta di piazza dai tempi del comunismo. Se i numeri riportati non sembrano significativi da fuori, pensate a livello proporzionale: Bratislava ha una popolazione di 500mila persone, e dunque una folla di 40mila persone nella piazza principale corrisponde a 200mila persone nelle vicine Vienna e Budapest.

Organizzate da attivisti locali, le manifestazioni si sono svolte in 50 città del paese e addirittura si sono creati raduni di slovacchi espatriati in tutto il mondo, da Vancouver a Monaco di Baviera. La loro richiesta principale: un paese onesto, istituzioni indipendenti e uno stato di diritto più forte. Questo è un segnale molto incoraggiante in questo periodo di apatia politica. Ma sarà abbastanza per ottenere miglioramenti duraturi e costruire un paese onesto?

In terzo luogo, la profonda crisi politica slovacca continua ad acuirsi. Le proteste, nate con natura strettamente politica, a poco a poco si sono trasformate in proteste contro il governo di Robert Fico. Il suo partito populista socialdemocratico Smer (“Direzione”) è stato al potere per buona parte degli ultimi dodici anni. Sebbene i timori di corruzione fossero già esistenti in precedenza, la mole di scandali e conflitti d’interesse che coinvolgono la leadership di Smer ha raggiunto livelli inediti. E per il momento nessuno di loro è ancora stato sottoposto a indagine.

Questo paradosso è stato recentemente riassunto dall’Economist: solo sei delle oltre 800 persone processate e condannate per corruzione dal 2012 erano funzionari pubblici, e tra questi la persona col grado più alto era un sindaco di una città con meno di 2000 abitanti. Questi numeri non possono che condurre a un crollo nel consenso per il partito di governo: un recente sondaggio dell’agenzia Focus mostrava un consenso al 20 per cento per il governo, in calo del cinque per cento rispetto al mese scorso, prima dello scoppio delle proteste, mentre il 62 per cento degli slovacchi vuole le dimissioni di Fico.

Fico, un leader in declino

Tempo fa, Fico era visto come uno dei leader di centro-sinistra di maggior successo. Nel 2012, il suo partito aveva ottenuto il 45 per cento dei voti, che gli hanno permesso di formare un governo di un unico partito. Bisogna dare atto a Fico del fatto che è stato attento a non seguire le orme del vicino Orbán, nella regressione della democrazia e nella limitazione delle libertà civili e politiche. Allo stesso tempo, anche se molti partner europei e nazionali tiravano un sospiro di sollievo, la macchina di partito si è impossessata del controllo dei flussi di denaro pubblico e si è intrecciata con le grandi aziende più di qualunque altro governo precedente. Era solo questione di tempo prima che l’opaca bolla di corruzione esplodesse.

Il 4 marzo, il Presidente slovacco Andrej Kiska ha invocato un serio rimpasto di governo o elezioni anticipate. Il combattivo Fico ha risposto accusando il Presidente Kiska di cospirare col filantropo americano George Soros, già bersaglio di una brutale campagna di Orbán. Questo è stato eccessivo anche per i membri del partito minore della coalizione, i liberali di Most-Hid (“Ponte”). Le elezioni anticipate erano percepite come l’unica soluzione credibile per placare le crescenti proteste nel paese, e dunque i partiti di governo hanno avviato colloqui per fissare possibili date.

Infine, Fico ha annunciato che aveva ottenuto un accordo dell’ultimo minuto per salvare la coalizione di governo composta da tre partiti e che era pronto a dimettersi da primo ministro della Slovacchia. Ha presentato le dimissioni il giorno dopo, ma solo dopo che il Presidente Kiska aveva accettato di permettere allo Smer di Fico, in qualità di partito più grande, di nominare il capo del nuovo governo. Il neo-designato primo ministro è Peter Pellegrini, un deputato di Fico e un ex presidente del Parlamento, che finora può vantare un curriculum relativamente pulito. In realtà, Fico, che mantiene la posizione di segretario del partito, continuerà a muovere i fili da dietro le quinte. Il suo screditato modello di governance, basato su favoritismi, resterà in vigore, soltanto con una migliore immagine pubblica. Sarà sufficiente a calmare le acque?

Gli ultimi sviluppi costituiscono un segnale preoccupante del periodo che coinvolge non solo la Slovacchia, ma anche l’Europa centrale e orientale. Con l’eccezione delle illiberali irriducibili Polonia e Ungheria, è molto difficile prevedere che politica ci aspetta nel 2020.

Questo articolo è una versione modificata dell'originale, pubblicato dal Berlin Policy Journal

Traduzione di Andrea Torsello

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