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  • Ue-Cina: Pechino, il partner indispensabile

    VoxEurop
    16 giugno 2017

    I rapporti con la Cina, avviati nel lontano 1975 e costantemente rafforzati da allora, costituiscono una opportunità per l’Ue di rinforzare il suo peso geopolitico, e di fare della prima potenza commerciale del mondo una preziosa alleata.

    Nel 2013 la Cina è divenuta la più grande potenza economica mondiale, anche se i dati che fornisce (in particolar modo quelli relativi alla crescita del suo Pil) sono a volte poco attendibili. La Cina è anche il secondo partner economico dell’Unione.

    Relazioni commerciali perturbate

    Lo sviluppo della Cina ha reso queste due aree geografiche molto interdipendenti, e legate alle conseguenze della globalizzazione. Questi legami sempre più forti hanno permesso lo sviluppo rispettivo delle due entità. L’Unione europea ha portato, attraverso le sue imprese, gli investimenti necessari allo sviluppo economico della Cina. Da parte sua la Cina, con l’apertura (molto lenta e graduale) del mercato interno alle imprese straniere gli ha offerto delle prospettive di crescita innegabili (come ad esempio la Peugeot, anche se è obbligatorio un partenariato con un’impresa locale) e hanno permesso di importare alcuni prodotti a un costo inferiore.

    Tuttavia la crisi economica e finanziaria ha cambiato i rapporti di forza e gli equilibri tra le due aree geografiche: la Cina, anch’essa toccata dalla crisi, è stata in grado di riprendersi e ha così preservato il suo status di potenza economica. La situazione degli Stati membri dell’Ue si è notevolmente aggravata. La situazione politica di questi paesi ha spinto l’Ue a intensificare gli sforzi contro il dumping cinese. Alcuni dazi doganali più elevati, e in alcuni settori, come quello dei pannelli solari, sono stati oggetto di intensi negoziati dinanzi all’organismo per la risoluzione delle dispute internazionali sul commercio dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc).

    Ulteriori tensioni si sono levate intorno allo status di economia di mercato. Lo statuto è automatico per tutti i paesi che aderiscono all’Omc da almeno 15 anni, caso questo della Cina nel dicembre 2016. Questo status ha innescato forti tensioni in seno all’Ue. La maggior parte degli stati membri vi si era opposta, e il parlamento europeo ha votato una risoluzione per indurre la Commissione a non concedere tale status alla Cina (546 voti a favore su 751). Tuttavia, la Commissione non aveva il potere di impedirlo. In effetti, con lo status di economia di mercato l’Ue riscontra più difficoltà nell’adottare misure di ritorsione contro la Cina (sono più difficili da giustificare, il paese ricorrente deve dimostrare e provare che le distorsioni del mercato sono riconducibili all’importazione dei prodotti cinesi ).

    Per ovviare a ciò, la Commissione da una parte ha rafforzato le misure anti-dumping, applicabili a tutti i paesi, ma che riguardano particolarmente la Cina poiché nella maggior parte delle controversie per violazione delle regole commerciali europee è coinvolta un’impresa cinese. Proposte nel 2013, queste nuove misure consistono nell’abbandonare in alcune circostanze la regola del dazio più basso. Questa regola, impone che il dazio doganale sia proporzionale al danno subito, ciò che limita la possibilità di risposta della Ue al dumping cinese. Attualmente è oggetto di discussione del consiglio d’Europa.

    È un segnale positivo che l’Ue abbia potuto aggirare i problemi causati dallo statuto di economia di mercato. È una prova di cambiamento in seno alle istituzioni europee: benché in una fase di declino delle istituzioni internazionali, l’Ue è stata in grado di reagire contro gli effetti della globalizzazione.

    D’altra parte, l’Unione europea a novembre del 2016 aveva proposto all’Organizzazione mondiale del commercio che le misure anti-dumping venissero calcolate diversamente, tenendo conto della presenza dello Stato e dei sussidi pubblici (concentrazione di imprese pubbliche), e non solo del prezzo applicato nel mercato interno.

    Una preziosa alleata

    La situazione economica degli stati europei spinge la Ue a reagire con molta prudenza alle distorsioni della concorrenza che può generare gli scambi commerciali con la Cina, ciò che ha fatto evitando di ridiscutere il nuovo statuto della Cina all’interno dell’Omc, giudicato non rilevante da alcuni funzionari europei.

    In effetti, la Ue è in difficoltà con gli investimenti, e la Cina può rimediare, in parte, a questo problema macroeconomico che danneggia enormemente l’eurozona. Gli investimenti cinesi all’interno della Ue sono passati da 6 miliardi nel 2010 a 27 miliardi nel 2014, in particolare per acquisizioni simboliche (l’aeroporto di Tolosa o parte del porto del Pireo ad Atene).

    La Cina resta dunque una risorsa preziosa per la Ue nell’economia globale, in particolar modo per le due strategie adottate. Da una lato, Pechino ha messo in atto una nuova politica interna : “la nuova normalità” o “new normal”. Lo scopo è quello di “accettare” un modello di crescita rallentato , rivolgendosi sempre più verso il suo mercato interno e aprendo agli investimenti stranieri. Ciò dovrebbe facilitare le relazioni con l’Ue e i suoi Stati membri e dunque rafforzare le relazioni sia sul piano economico che sul piano politico.

    La seconda strategia adottata dalla Cina si basa sull’idea di internazionalizzazione o di “going global”. Questa strategia non è nuova, la si fa risalire agli anni Novanta, precedenti l’ingresso della Cina nell’Omc avvenuto nel 2001. Ma in precedenza, era volta a preparare la Cina alla concorrenza. Oggi, il suo obiettivo è quello di affiancare le imprese cinesi all’estero. La strategia del going global si fonda sull’investimento nelle infrastrutture dei trasporti internazionali (la recente apertura della nuova “Via della seta” ne è un esempio) nonché su una più ampia apertura economica : la Norvegia e la Svizzera sono gli unici stati in Europa ad avere siglato un accordo di libero scambio con la Cina.

    L’Unione europea, per assumere un rilevante peso commerciale e diplomatico, deve quindi ottenere e siglare un accordo con la Cina, senza essere ingenua, per farne un nuovo partner privilegiato. Ciò gli consentirà di avere più voce in capitolo a livello internazionale, e di far valere i suoi valori, come i diritti umani.

    Relazione esclusiva

    Per fare della Cina un partner, e di conseguenza godere di tutti i benefici politici e economici che ne conseguono, la Ue negozia con essa un Trattato Bilaterale di Investimenti. Le due parti sono al tredicesimo ciclo di negoziati. Perché questo trattato? L’Unione europea desidera avere una relazione uniforme con la Cina, che quest’ultima non vuole affatto. In effetti preferisce le relazioni bilaterali con gli Stati membri, in particolar modo sul piano diplomatico, e ciò per due ragioni, che rivelano la debolezza della Ue a livello geopolitico.

    La prima ragione è la più semplice : l’Unione europea ha uno scarso peso diplomatico, a causa delle divergenze interne, e della sua carenza di mezzi. La sua unica influenza deriva dalle donazioni con le quali contribuisce allo sviluppo (l’Ue è il principale donatore al mondo), di cui la Cina beneficia poco o nulla.

    La seconda ragione si basa più su una precisa strategia della Cina : di fronte al disordine diplomatico europeo, un dialogo con la Ue viene considerato secondario. Incapace di prendere una posizione comune su < temi scottanti > (così come per il Kosovo, o ancora più recentemente per la Siria), l’Unione europea non può essere un debole alleato per la Cina, malgrado la sua strategia < multipolare >. La prima visita di un presidente cinese alle istituzioni europee risale al 2014.

    Punti di forza

    Per divenire un interlocutore indispensabile della Cina, e per avere un forte peso geopolitico, la Ue deve far valere i suoi punti di forza. Il primo dei quali è chiaramente quello economico, di fronte al rallentamento della crescita cinese, le imprese europee intendono giocare un ruolo principale in futuro per sostenere lo sviluppo della Cina (soprattutto se quest’ultima si ripiega sul suo mercato interno). Per l’Alto rappresentante agli affari esteri per l’Unione europea Federica Mogherini, ciò potrebbe fare da leva.

    La Cina ha fatto del soft power una delle sue armi vincenti per imporre la sua influenza, e la Ue dovrebbe fare altrettanto, sulla base dei suoi valori (quali i diritti umani, la libertà ….) e del modello di società che rappresenta, un modello sociale protettivo e la tutela dell’ambiente. Così dal 2003, secondo la delegazione francese agli affari esteri europei le relazioni Ue-Cina hanno avuto un nuovo impulso dal lancio di un partenariato globale che oramai “spazia dalle questioni di politica estera, alla sicurezza, alle sfide globali quali i cambiamenti climatici o la governance economica internazionale”.

    Se le relazioni tra la Cina e l’Unione europea dimostrano la debolezza diplomatica dell’Europa, il loro sviluppo è auspicabile in un mondo multipolare. Sviluppare e rafforzare le relazioni con la Cina permette anche di essere un interlocutore privilegiato nelle tensioni geopolitiche regionali (tensioni per il controllo del mar cinese meridionale, test nucleari della Corea del Nord).

    Inoltre, è fondamentale che la Ue diversifichi le sue relazioni diplomatiche : sviluppare gli scambi commerciali con la Cina permette di accedere più largamente a tutta la regione, e ottenere delle risorse, quali quelle energetiche, altrimenti meno accessibili agli stati membri. In effetti la complessità dei rapporti tra la Russia e l’Europa e l’(apparente) isolazionismo degli Usa dimostrano che l’Unione europea deve rafforzare le sue relazioni diplomatiche con la Cina.

    La Cina è dunque un partner indispensabile per l’Europa malgrado le tensioni commerciali dovute al dumping che potrebbero intaccarne le relazioni. Di fronte all’isolazionismo degli Usa, alle tensioni tra la Russia e l’Ue, la Cina deve divenire un pilastro fondamentale della diplomazia europea.

    Tradotto dal francese da Stefania Paluzzi

  • Economia: L’euro, l’Europa e la crescita che non cresce

    VoxEurop
    27 aprile 2017

    Pugni, insulti e varia umanità stanno dentro quella regione economica che associa stati autonomi e che senza dazi né gabelle, consente la libera circolazione delle merci.

    Abitata da operatori di mercato: milioni di imprese producono valore, centinaia di milioni di consumatori producono il consumo di quel valore, spendendo un’unica moneta, per generare ricchezza.

    Giustappunto, quella zona Euro circoscrive il sistema che ha estratto virtù economica dalle risorse produttive e da quelle improduttive messe in campo.

    Una montagna di miliardi di euro viene generata ogni anno mettendo a profitto vantaggi e svantaggi.

    Una Società di operatori che agisce dentro processi globalizzati: per contenere il costo del lavoro che riduce pure stipendi e salari; finanzia così l’aumento della produttività, limita i concorrenti.

    Con l’abbondante impiego delle politiche di reflazione, per sostenere la spesa, viene alterato il meccanismo di formazione dei prezzi, imprigionato il libero mercato.

    Con il debito, che ha migliorato il reddito, si è fatta la spesa ben oltre il bisogno e gli utili di chi così ha venduto; si è finanziata la spesa pubblica, invitato le imprese alla spesa per gli investimenti.

    Tutti hanno speso. Già, quella spesa aggregata che genera il reddito!

    Tanto fare, fa la crescita; fatta a debito prima o scoppia.

    Scoppia!

    Tornano insufficienti i redditi, si riduce la spesa privata che riduce la convenienza delle imprese a spendere. Il ridotto prelievo fiscale riduce la spesa pubblica, il consolidamento fiscale la taglia.

    Questa Spending Review degli agenti economici blocca il meccanismo dello scambio domanda/offerta.

    Scatta l’allarme, arrivano gli economisti: vengono da Chicago a dire; quelli austriaci sono già lì, dicono; i keynesiani, i neo e i post- keynesiani propongono.

    Le dottrine si danno battaglia: debito sì o no?

    I politici si eludono, incontrano, scontrano, impegnano e disimpegnano; se il debito sale troppo blocca la crescita, nel tentativo di ridurlo si va in recessione.

    Signori, per tornare a crescere occorre fare quel che si deve, senza fare debito. Si può!

    Dentro gli Stati e tra gli Stati ci sono aree dove si produce più di quanto si consuma e altre dove accade l’inverso. I primi hanno bisogno di acquirenti, i secondi dei venditori.

    Gli squilibri nelle bilance commerciali di quei Paesi lo fanno vedere, esponendo costi e ricavi.

    Si vede in quella parte di debito fatta, per dare sostegno al tenore di vita, che acquista le merci prodotte altrove.

    Si vede pure l’affanno della spesa pubblica corrente, che fa un pezzo di Pil, e quella spesa che retribuisce chi nel “pubblico” lavora e deve fare la spesa.

    Si vede nel deficit e nel costo del debito di chi importa merci; nel surplus di chi esporta.

    Affanni e guadagni che lo spread misura e grida.

    Dunque, quando in questo mercato unico l’offerta si mostra in eccesso per difetto di domanda si impone la necessità di riportare in equilibrio quel commercio squilibrato, acquistando l’unica merce scarsa sul banco della spesa: la domanda.

    Deve, chi vende importare quella merce che fa vendere il già prodotto, fa nuovamente produrre dando continuità al ciclo; far crescere l’economia per fare utili.

    Tocca così investire quei surplus, non investiti per produrre, per remunerare il valore di quella merce e i costi di quell’esercizio, ricostituendo la capacità di spesa di questa gente.

    Et voilà, per l’area comune un nuovo equilibrio: più surplus, meno deficit, pure meno debito. Migliorano i conti, si riavvia il meccanismo dello scambio.

    La Merkel ci prova.

    Mentre per l’equilibrio di bilancio i tedeschi chiedono tagli su tagli alla spesa, per tutti; in casa loro, il basso costo del debito, consente di retribuire chi deve spendere. Zitti zitti, assumono dipendenti nella pubblica amministrazione, aumentano i salari e le pensioni per migliorare il potere d’acquisto. Un discreto inizio che, se accontenta Keynes e le poche imprese che vendono in casa, rimanda ancora la spesa, per acquistare la domanda fuori casa, delle tante imprese che esportano.

    Scarsa, quella domanda più al sud, meno al nord dell'Europa; con ancor più valore; buona, per riportare in equilibrio pure la bilancia commerciale della intera area Ue.

    Il modo per ricapitalizzare quegli associati che acquistano l’offerta loro, ripristinandone il valore. Do ut des!

    Vignetta di Arend van Dam

  • Informazione e giornalismo: Una nuova piattaforma per il data journalism europeo

    VoxEurop
    31 marzo 2017

    Una volta tanto, un po' di pubblicità: siamo felici di annunciare una nuova iniziativa editoriale. A ottobre 2017, l’European Data Journalism Network – EDJNet comincerà a produrre, a condividere e a pubblicare delle notizie data-driven sulle vicende europee.

    L’obiettivo della rete EDJNet è di fornire dei contenuti accurati e rigorosi e assistenza ai mezzi d’informazione europei e al di là dell’Europa, e di fornire agli utenti degli strumenti editoriali per capire meglio l’Europa.

    I contenuti prodotti da EDJNet saranno disponibili su un sito web multilingue e open source e sui siti dei membri del network.

    EDJNet è stato creato da un consorzio di mezzi d’informazione europei guidato da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (Italia) e VoxEurop (Francia), in stretta collaborazione con altre tre testate – Alternatives économiques (Francia), Spiegel Online (Germania), EUObserver (Belgio) – e tre agenzie specializzate nel data journalism – Journalism++ (Francia); Local Focus (Paesi Bassi) e Journalism Robotics (Svezia). Altre otto testate – due specializzate nel data journalism (BIQdata presso Gazeta Wyborcza in Polonia e Pod črto in Slovenia) e sei altre più generaliste(Askanews e Internazionale in Italia, NRC Handelsblad nei Paesi Bassi, El Confidential in Spagna, H-Alter in Croazia e Ouest-France in Francia) – fanno anch’esse parte del network. Insieme tutti i partner hanno un audience di 70 milioni di visitatori unici al mese. Il network sarà aperto a nuovi partner.

    La redazione transnazionale di EDJNet:

    • Produrrà inchieste data-driven, analisi, articoli esplicativi e di fondo, infografiche, video e corte rassegne in 12 lingue al massimo

    • Svilupperà strumenti automatizzati che consentiranno alle redazioni di aumentare la loro copertura delle questioni europee e di curare le risorse, gli strumenti e gli articoli data-driven esistenti per incoraggiare gli utenti a seguire e coprire l’attualità europea

    • Fornirà assistenza e consulenza su misura ai giornalisti sulle notizie data-driven attraverso il suo helpdesk e dei webinar

    • Avvierà delle coproduzioni e del content-sharing con altre testate europee attraverso partenariati editoriali e syndication

    I contenuti saranno prodotti dai singoli partner o congiuntamente da due o più di loro. L’editing terrà conto dei bisogni e delle specificità di ciascun partner e delle caratteristiche e delle abitudini dei suoi lettori.

    Il progetto è finanziato dalla Commissione europea, ma EDJNet e i suoi membri godono della più completa indipendenza editoriale.

    La piattaforma sarà disponibile su www.edjnet.eu a partire da ottobre 2017..

    Nel frattempo degli aggiornamenti verranno pubblicati sui siti dei membri di EDJNet e su Twitter su #EDJNet e #ddj.

    Contatti:

    Nicole Corritore

    Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

    corritore@balcanicaucaso.org

    Gian Paolo Accardo

    VoxEurop

    editor@voxeurop.eu

  • Sessantesimo anniversario del Trattato di Roma: Quale Europa per la generazione Y?

    VoxEurop
    15 marzo 2017

    Alla vigilia delle celebrazioni del 25 marzo, un gruppo di giovani studenti provenienti da tutta Europa si è incontrato in Italia per redigere un manifesto che presenta la loro visione per il futuro dell’Ue.

    Sessant’anni dopo la firma del Trattato di Roma, c’è ancora parecchio da fare. L’Unione europea sta soffrendo sotto i colpi di una diffusa mancanza di fiducia nelle istituzioni europee, della crisi dei migranti e la conseguente diffusione della xenofobia, delle diseguaglianze generazionali, del populismo e di tanti altri problemi che potrebbero minare le sue fondamenta e i suoi successi.

    In occasione del suo anniversario è giunto il momento di celebrare il passato, ma anche di ripensare il futuro. I giovani devono affermare il loro ruolo nel dialogo istituzionale.

    Questo è il motivo per cui noi come NEOS sosteniamo come media partner un’iniziativa la cui importanza ci appare di grande importanza e significato. Il Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza europea, Villa Vigoni, e l’organizzazione hanno selezionato un gruppo di brillanti giovani intellettuali e lavoratori Europei che hanno sviluppato una visione comune per la strada che l’Europa deve intraprendere. L’obiettivo è scrivere un documento “The Rome Manifesto”, che deve fornire una prospettiva per il futuro dell’Europa

    Gli autori (nella foto sopra) sono brillanti giovani europei dai 25 ai 40 anni. Metà di loro sono giovani accademici specializzati in storia, filosofia, diritto europeo e public governance. L’altra metà sono giovani professionisti tra cui dottori, imprenditori, commercialisti e specialisti di public affairs.

    Sono divisi in tre gruppi:

    1. “Narrativa per l’integrazione Europea”, patrocinato da Peer Steinbrück, ex ministro delle finanze della Germania. Anche se i fondamenti della missione Europea – salvaguardare la pace e la prosperità – continuano ad essere validi, l’interpretazione del loro significato dovrà cambiare per spiegare agli Europei di oggi la ragion d’essere dell’Europa.

    2. “Istituzioni Europee”, patrocinato da Filippo Taddei, direttore del Institute for Policy Research all’università Johns Hopkins di Bologna e responsabile nazionale economia e lavoro del Partito Democratico. Attualmente, il potere decisionale a livello Europeo manca non solo di efficacia, ma anche di trasparenza. Le persone comuni non comprendono come lavorano le istituzioni Europee e questo danneggia la loro legittimazione. A questo va aggiunto che molti governi nazionali hanno incolpato l’Ue per le decisioni impopolari, anche se erano loro stessi coinvolti in queste decisioni.

    3. “Identità Europea”, patrocinato da Sylvie Goulard, europarlamentare francese. Questo gruppo discute cosa rappresenti l’identità europea e come gli europei possano prenderne coscienza, in modo di rafforzare il legame tra l’Europa e i suoi cittadini. In tutto il continente, gli europei hanno radici comuni nella loro storia, cultura, politica, società e valori. La vicinanza geografica contribuisce pesantemente ad un destino comune. Se l’Unione europea vuole riottenere l’approvazione popolare, più Europei dovranno condividere questo senso di identità Europea – comprese le generazioni più vecchie e persone con un’educazione variegata.

    La scelta di coinvolgere giovani europei ha una doppia valenza simbolica. Da una parte, riflette la lungimiranza del Manifesto. Dall’altra, è il riconoscimento di una crescente identità Europea tra i giovani, che è ben mostrata in questo grafico dell’Eurobarometro 78 del 2012.

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    “È fra le generazioni giovani e le categorie socialmente ed economicamente più avvantaggiate che l’Unione Europe ha il maggior supporto”, dice l’Eurobarometro 83 del 2015. La percezione positiva è più diffusa tra gli Europei appartenenti alla generazione “Y”, nata dopo il 1980 (47% “positivo” contro il 14% “negativo” e il 38% neutrali) e tra le persone che hanno studiato fino ad oltre i 20 anni di età (49% contro il 15% e 35% “neutrali”).

    I gruppi si sono recentemente incontrati nella Villa Vigoni per concludere la redazione del documento. Durante le celebrazioni per l’anniversario del Trattato di Roma il documento verrà presentato presso la residenza dell’Ambasciatore Tedesco a Roma, Villa Almone il 23 Marzo.

  • 60 anni del Trattato di Roma: Non si scherza con l’Unione europea

    VoxEurop
    03 marzo 2017

    Il clima attuale è particolarmente ansiogeno e pensiamo che noialtri, i cittadini, dobbiamo prendere la parola e far sentire la nostra voce. È per questo che gli alunni del Liceo franco-tedesco di Friburgo, in Germania, hanno scritto e tradotto questo testo. Il loro appello è sostenuto dal consiglio dei delegati degli alunni, da quello dei genitori e dall'insieme degli insegnanti e dalla direzione dello stabilimento.

    "No all'Unione europea": va bene, ma poi? La rinascita del nazionalismo? L’isolamento politico e l’emarginazione? Attizzare l'odio e chiudere le frontiere?

    I movimenti antieuropei stanno emergendo e non solo in Gran Bretagna, dove il Brexit ha dimostrato che tutto può accadere. Questo ci fa capire che lo scetticismo antieuropeo rappresenta una minaccia reale per i valori elementari della nostra convivenza europea. Ma perché, sessant'anni dopo la fondazione della nostra comunità economica, così tanti europei si dimostrano critici verso il loro più grande progresso?

    È comprensibile che l'esistenza di quest'unione sia messa in discussione da alcuni tra i suoi 510 milioni di cittadini. Ed è altrettanto evidente che la nostra UE, cosi com'è, è complessa e incompiuta.

    Difficile da capire, formata da un groviglio complesso di regole e di leggi che la rendono opaca, è più burocratica che vicina alla popolazione. Questi sono alcuni degli argomenti critici principali. Effettivamente, quest'unione può sembrare lontana dalla realtà quotidiana di molte persone. L’UE rafforza il potere dei lobbisti e trascura il singolo cittadino. L'Unione europea vuole darci l'immagine di un'unità, anche se non è in grado di presentarci una politica unita. Questa mancanza di uniformità politica rende impossibile il compito di omogeneizzare la disparità economica e sociale che emerge fra i paesi europei. Gli strati sociali divergono sempre di più. Non ci pare necessario ricordare come possa finire un'Europa nemica e divisa. O forse sì? La prima parte del secolo scorso dovrebbe essere un monito.

    La Comunità Economica Europea è stata fondata con l'intenzione di garantire la pace e di proteggerla. Questo fine è stato realizzato con successo: di guerra, in Europa, ormai se ne parla solo nei manuali di storia. Proprio in un momento in cui migliaia di persone fuggono dalle tragedie della guerra e del terrore, dovremmo essere grati per questo dono prezioso e dovremmo conservarlo con cura. Sarebbe incosciente mettere a repentaglio tutto ciò.

    L'unione europea protegge la democrazia. La libertà di stampa, quella d'opinione e quella di religione sono solo pochi esempi dei diritti intangibili che spettano a ogni cittadino europeo. Non è una fortuna incommensurabile vivere in un paese dove i principi di libertà e di autodecisione sono ancorati nella costituzione? Quanti stati sono ancora autoritari e disprezzano l'essere umano? Quante persone combattono ancora per la libertà e sono oppresse, torturate e massacrate?

    Tutti i membri dell'unione europea devono rispettare i principi della democrazia e se un paese desidera entrare nella Comunità europea deve prima sottoporsi a una serie di verifiche e di controlli. In questo modo si garantisce la stabilità della democrazia.

    Due aspetti essenziali dell'unione europea sono la libera circolazione delle persone e dei beni e la moneta comune. Queste sono, in aggiunta alla libertà e alla democrazia, le caratteristiche principali dell'Unione europea. Di certo non sono caratteristiche perfette; soprattutto l'uso dell'euro è molto criticato. Nella zona euro il cambio di valuta è scomparso così come i costi legati ad esso. Qualsiasi cittadino europeo può muoversi a suo piacere, può viaggiare e può oltrepassare le frontiere senza essere controllato. La convenzione di Schengen, nella quale sono contenuti questi diritti, non permette solamente la prosperità economica, ma anche e sopratutto lo scambio culturale. Questo scambio conduce alla comprensione di una cultura diversa dalla propria e contribuisce a mantenere una convivenza pacifica.

    Quando si sparge la voce che alcuni paesi vogliono costruire muri e barriere, non resta che sgranare gli occhi. Non dobbiamo ritornare mai più a questo punto di partenza. Questo perché la libertà di muoversi oltre il confine del proprio paese non deve essere messa in discussione, qualsiasi scopo si voglia raggiungere. Sarebbe un contraccolpo per la nostra società europea così libera e varia.

    L'unione europea non è perfetta. Ciononostante ci garantisce pace e sicurezza.

    Criticarla è legittimo. Distruggerla no. Non si può mettere in discussione il fatto che sia giunto un tempo di cambiamento e di trasformazione affinché l'Unione europea sia preparata per i suoi compiti futuri. Queste modifiche devono essere intraprese tutti insieme, non con ostilità e divisioni interne.

    Oggi più che mai l'unione europea ha bisogno di essere rinforzata. Non è un privilegio vedere i propri vicini e amici senza limitazioni? Viaggiare senza dover subire un controllo meticoloso del proprio passaporto? Non dover cambiare moneta ogni volta che si superano le proprie frontiere? E sopratutto vivere in pace? Per tutti noi europei, questi diritti sono diventati familiari, ormai li diamo per scontati. Eppure ci sono sempre più persone che mettono in dubbio tali privilegi.

    Stimati cittadini europei,

    Siamo filoeuropei e lo dichiariamo esplicitamente. Siamo fieri di essere parte di un'unione alla quale appartengono 510 milioni di abitanti con un patrimonio culturale diverso e vario.

    Vogliamo lo scambio e non muri. La nostra unione europea deve restare un sinonimo di libertà, di pace e di sicurezza. Ci auguriamo un'unione europea più democratica, più trasparente e con più uguaglianza sociale.

    Abbiamo bisogno di grandi progetti in tutta Europa, per esempio nel settore dello sviluppo sostenibile.

    Disegno di Claudio Cadei/Cartoon Movement

  • 2017, Anno elettorale: Osare l’Europa

    VoxEurop
    06 febbraio 2017

    Presidenziali in Francia, legislative nei Paesi Bassi e in Germania: il 2017 è un anno cruciale per l’Europa. Per questo e per opporsi all’ondata populista che minaccia di spazzarli via, i candidati devono cogliere l’occasione per proporre le loro idee sul futuro dell’Unione.

    Nel 2017, si svolgeranno elezioni nazionali in vari paesi europei, ad esempio per eleggere il futuro capo di Stato in Francia e il capo del governo in Germania.

    Nell’ambito delle campagne elettorali in arrivo, facciamo appello ai candidati e alle candidate affinché mettano in primo piano nel dibattito le loro proposte sul futuro dell’Europa, e in particolare per la zona Euro e la zona Schengen.

    Oggi, i principali temi di una campagna elettorale nazionale sono infatti legati troppo strettamente alla cooperazione europea per poter nascondere il ruolo centrale di quest’ultima.

    Ad esempio, non è più possibile concepire una politica economica e sociale di vasta portata senza risolvere la questione europea.

    È inutile lavorare sulla sicurezza e sulla salvaguardia duratura della pace, che risponda alle grandi questioni geopolitiche e migratorie del 21° secolo, senza parlare di Europa.

    Allo stesso modo, è illusorio sperare di lottare efficacemente contro i cambiamenti climatici e per la protezione dell’ambiente senza poter fare affidamento su un quadro europeo unito.

    Infine, è inconcepibile che si costruisca la democrazia del futuro senza scegliere tra, da un lato, un ritorno consapevole alle nazioni indipendenti in stile anni ‘30 o, dall’altro, un deciso progresso verso un’entità federale europea con un legame diretto coi suoi cittadini.

    Osiamo davvero promuovere l’Europa! Oppure, abbandoniamo il progetto: Europexit. Tra queste due scelte, non c’è davvero un confronto.

    L’Europa al momento risente dei propri malfunzionamenti perché è una costruzione incompleta. Ma non è una situazione inevitabile, al contrario! Se l’approccio intergovernativo finora predominante ha raggiunto i suoi limiti, il potenziale benefico e federatore dell’Europa rimane in ogni caso immenso e sotto-utilizzato.

    Nell’odierno contesto di mondializzazione ineluttabile, l’origine dell’attuale ondata populista, e della relativa inadeguatezza di varie politiche nazionali, è strettamente legata alla mancanza di coerenza, di trasparenza e di prospettive per quanto riguarda l’Europa. Ci troviamo ora in un momento-chiave in cui bisogna porre fine a questa mancanza e alle sue nefaste conseguenze.

    Facciamo dunque appello ai candidati e alle candidate perché si impadroniscano pienamente di questi argomenti durante i dibattiti pubblici in vista delle prossime elezioni. I vostri concittadini sentono il bisogno di assistere a un dibattito di alto livello alimentato dalle vostre proposte di progresso su una questione centrale per il futuro di tutti noi: l’Europa.

    Traduzione di Andrea Torsello

  • Conferenza “A Soul for Europe”: Urgente – cercasi un’anima per l’Europa

    VoxEurop
    25 novembre 2016

    Non si poteva scegliere titolo più adatto a descrivere il periodo che l’Europa e il progetto europeo stanno attraversando, sotto i colpi di molteplici minacce, come l’irrisolta crisi dell’euro, diserzioni come quella della Brexit, disaccordi su questioni globali, come sottolineato dalla firma, non libera da polemiche, del trattato di libero scambio col Canada e, infine, la vittoria di Donald Trump alle presidenziali negli Stati Uniti e la sua intenzione di rivedere le relazioni transatlantiche. Un insieme di fattori di incertezza che ci interrogano sull’attualità del progetto europeo, della sua percezione e sulle risposte che queste minacce richiedono.

    È per questo che l’8 e il 9 novembre si è svolta a Berlino la conferenza A Soul for Europe, organizzata dalla Fondazione Allianz e dalla Fondazione Berlin Zukunft. Questa occasione ha riunito responsabili politici, attori della società civile, giornalisti ed esperti al fine di discutere sul progetto europeo e su quali assi sia possibile rilanciarlo. La prima giornata è stata interamente dedicata al dibattito sulla posizione delle città, attori-chiave della costruzione europea. Tre dibattiti hanno caratterizzato la seconda: la cultura come fattore d’integrazione, il fenomeno dell’immigrazione e il modo in cui influenza la costruzione europea e la costruzione dell’Europa dei cittadini a partire da questi ultimi. Alcuni partecipanti come Ivan Krastev o Ulrike Guerot hanno concluso che la partecipazione dei cittadini è fondamentale per la formazione di un “demos” europeo e per dare nuova linfa il progetto europeo. Per queste ragioni, bisogna rafforzare questi mezzi di partecipazione, a partire dalle istituzioni. Un punto di vista sostenuto anche da alcuni blogger, come Jon Worth.

    Molti progetti diretti in questo senso sono stati presentati nello spazio Marketplace Europe, come ad esempio vonkiezzukiez.eu (“Di quartiere in quartiere”), che punta a mettere in relazione i problemi affrontati da quartieri e città del continente, attraverso una discussione collettiva fra cittadini e rappresentanti delle istituzioni. Il progetto Migration Matters ha l’obiettivo di mostrare al grande pubblico la realtà delle migrazioni grazie a inchieste rigorose. European Alternatives vuole attivarsi per “far emergere uno spazio politico transnazionale che attribuisca ai cittadini la capacità di decisione”.

    La giornata si è conclusa con l’intervento del Presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker, con un discorso sullo stato dell’Europa, col sostegno della Fondaziome Konrad Adenauer. Juncker, che dal vivo appariva più umano e meno mediatico di quanto la sua immagine pubblica lasci intendere, ha posto l’accento su un punto essenziale per tutti quelli che sono coinvolti o interessati dal progetto europeo: “leggo spesso che l’Unione europea è il principale problema del continente europeo. Ritengo invece che sia l’unica soluzione possibile per fare in modo che l’Europa sia capace di sopravvivere nel mondo di domani”.

    Traduzione di Andrea Torsello

  • Dopo il fallito golpe in Turchia: Niente vendette, presidente Erdoğan

    VoxEurop
    04 ottobre 2016

    Scrittori, giornalisti e scienziati da tutto il mondo stanno firmando questa petizione, per chiedere al governo turco di porre fine alla repressione contro stampa e opposizione, cominciando dalla liberazione del romanziere Ahmet Altan e di suo fratello, l’economista e scrittore Mehmet.

    Il 15 luglio 2016 in Turchia c'è stato un tentato golpe. A organizzarlo è stata una parte delle Forze armate autoproclamatasi Consiglio di pace turco, che citava fra le motivazioni del colpo di stato l'erosione del secolarismo, lo smantellamento delle regole democratiche, il mancato rispetto dei diritti umani e la perdita di credibilità del paese a livello internazionale. I dissidenti sono stati sconfitti dai militari lealisti e accusati dal governo di legami con il leader religioso in esilio Fethullah Gülen, acerrimo nemico del presidente Recep Tayyip Erdoğan.

    Più di trecento persone sono state uccise e oltre 2.100 sono rimaste ferite durante il golpe, a cui è seguita una impressionante ondata di arresti, non meno di semila, contro almeno 2.839 soldati e 2.745 magistrati. 15mila dipendenti del Ministero dell'Istruzione sono stati sospesi e a 21mila docenti è stata revocata la licenza per l'insegnamento negli istituti privati; inoltre sono stati arrestati 42 giornalisti, accusati dal governo di essere fedeli a Gülen.

    Scrittori, giornalisti e scienziati di tutto il mondo stanno firmando questa petizione, per chiedere al governo turco di fermare il pugno di ferro contro stampa e opposizione, cominciando dalla liberazione del noto romanziere Ahmet Altan, e di suo fratello Mehmet Altan, scrittore e docente di economia:

    Noi firmatari facciamo appello ai democratici di tutto il mondo, così come a quanti tengono al futuro della Turchia e della regione in cui essa ha un ruolo di primo piano, perché si oppongano alla persecuzione con cui il governo sta colpendo le menti e gli scrittori più brillanti del paese solo perché ritenuti non allineati.

    Questa lettera è conseguenza del tentato golpe del 15 luglio 2016, fortunatamente fallito e represso in poche ore. Se il popolo turco non avesse resistito a questo attacco contro le istituzioni democratiche avremmo avuto anni e anni di miseria e sofferenza.

    Era comprensibile che dopo il golpe il governo avrebbe imposto temporaneamente lo stato di emergenza. Tuttavia, un colpo di stato fallito non dovrebbe diventare un pretesto per una caccia alle streghe dal sapore maccartista, né lo stato di emergenza andrebbe gestito con così scarso rispetto dei diritti fondamentali, della legalità processuale o addirittura del buon senso.

    Come scrittori, docenti universitari e difensori della libertà di espressione siamo molto turbati nel vedere colleghi che conosciamo e rispettiamo incarcerati in nome di leggi emergenziali. Giornalisti come Şahin Alpay, Nazlı Ilıcak o la scrittrice Aslı Erdoğan sono stati fieri paladini della democrazia e oppositori del militarismo o di qualunque altra espressione del potere tirannico.

    Particolare indignazione ha destato in noi la notizia dell'arresto, durante un blitz all'alba dello scorso 10 settembre, del noto romanziere Ahmet Altan, e di suo fratello, Mehmet, scrittore ed eminente professore di economia. I due sono accusati di aver lanciato messaggi subliminali per radunare i sostenitori del golpe durante uno show televisivo andato in onda il 14 luglio, la sera prima del colpo di stato fallito.

    Ahmet Altan è uno dei maggiori scrittori turchi, autore di successo di romanzi tradotti in varie lingue e con milioni di copie vendute in tutto il mondo. Per cinque anni è stato anche caporedattore del quotidiano liberale Taraf, che si è battuto per il diritto all'informazione del popolo turco. Nell'arco della sua carriera Ahmet Altan ha ricevuto varie denunce: negli anni Novanta per aver cercato di far solidarizzare una parte di lettori turchi con la minoranza curda, o più recentemente per aver tentato di costringere il primo ministro a presentare le sue scuse per il massacro di Roboski del 2011, quando morirono 34 civili durante un attacco aereo. L'ultima volta che si è presentato davanti a una corte di giustizia è stato il 2 settembre scorso, con l'accusa di aver diffuso segreti di stato sulla base di un'incriminazione in larga parte copiata da due casi totalmente diversi.

    Mehmet Altan è professore all'Università di Istanbul, nonché opinionista che in numerosi libri si è battuto per ricostruire un'identità turca basata non sulla razza o sulla religione, ma sul rispetto dei diritti umani. Come suo fratello e altri ora in carcere, la sua colpa non è quella di aver appoggiato un colpo di stato, ma quella di saper muovere delle critiche puntuali all'attuale governo, i cui progressi iniziali per l'estensione della democrazia sono ora cancellati da un brusco ritorno al passato.

    Facciamo dunque appello al governo turco perché ponga fine alla persecuzione ai danni di importanti scrittori e acceleri il rilascio di Ahmet e Mehmet Altan, così come di tanti altri colleghi accusati ingiustamente.

    Héctor Abad, Writer.

    Daron Acemoğlu, Professor of Economics, Massachusetts Institute of Technology.

    Dogan Akhanli, Writer, PEN Germany.

    Meena Alexander, Poet, writer ; Distinguished Professor of English, Hunter College and CUNY Graduate Center in the PhD program in English.

    Monica Ali, Writer.

    Professor Rosental Calmon Alves, Knight Chair in Journalism & UNESCO Chair in Communication ; Director, Knight Center for Journalism in the Americas, University of Texas at Austin.

    Gillian Anderson, Film, television, theatre actress.

    Kwame Anthony Appiah, Philosopher, cultural theorist and novelist.

    Chloe Aridjis, Writer, Mexico / United Kingdom.

    Ingeborg Arlt, Writer, PEN Germany.

    John Ashbery, Poet.

    Margaret Atwood, Writer.

    Michael Augustin, Poet, translator, Germany.

    Thomas Bachmann, Author.

    Çiğdem Balım, Senior lecturer, Indiana University.

    Etienne Balibar, Philosopher ; Professor Emeritus, University of Paris-Ouest ; Anniversary Chair in Modern European Philosophy, Kingston University, London.

    Hans Jürgen Balmes, Editor, S. Fischer Verlage.

    Russell Banks, Writer.

    Peter Barbey, Publisher, The Village Voice.

    Julian Barnes, Writer.

    Robert Barnett, Senior Research Fellow and Director, Modern Tibetan Studies, Columbia University.

    Jürgen Baurmann, Professor Emeritus, University of Wuppertal, Germany.

    John Berger, Writer.

    Sara Bershtel, Publisher, Metropolitan Books / Henry Holt.

    Johann Bihr, Head of the Eastern Europe & Central Asia desk, Reporters Without Borders (RSF).

    Clifford Bob, Raymond J. Kelley Endowed Chair in International Relations, Duquesne University.

    Eric Bogosian, Actor, playwright, novelist and historian.

    Mirko Bonné, Writer.

    Vera Botterbusch, Filmmaker, photographer, writer.

    Patrick Boucheron, Professor, History, Collège de France.

    Olivier Bouquet, Professor, History, University of Paris VII.

    Hamit Bozarslan, Professor, History, EHESS.

    Warren Breckman, Rose Family Endowed Term Chair, Professor of History, University of Pennsylvania.

    Breyten Breytenbach, Writer, South Africa / France.

    Daphné Breytenbach, Independent journalist, France.

    Lisette Buchholz, Publisher, persona verlag.

    A.S. Byatt (Dame Susan Duffy), Novelist, poet, Booker Prize winner.

    Jamie Byng, Publisher, Canongate Books.

    Simon Callow, Actor, musician, writer and theatre director.

    Peter Carey, Writer.

    Nick Cave, Musician, author, screenwriter.

    Baltasar Cevc, Lawyer, Erlangen, Germany.

    Ying Chan, Journalist, Winner of CPJ International Press Freedom Award.

    Roger Chartier, Professor, History, Collège de France.

    Frances Dal Chele, Photographer.

    Noam Chomsky, Linguist ; Institute Professor of Emeritus, Massachusetts Institute of Technology.

    Claus Clausen, Publisher, Tiderne Skifter, Denmark.

    Nathalie Clayer, Professor, History, EHESS.

    Jonathan Coe, Novelist.

    JM Coetzee, Nobel Laureate in Literature.

    Professor Dominique Custos, Centre for Research on Fundamental Rights and the Evolution of Law (CRDFED), University of Caen, France.

    Burak Çopur, Political Scientist, University of Duisburg-Essen, Germany.

    Sophie Dahl, Writer.

    Christophe Deloire, Secretary-General, Reporters Without Borders (RSF).

    Ariel Dorfman, Novelist, playwright ; Walter Hines Page Research Professor Emeritus of Literature, Duke University.

    Costas Douzinas, Professor of Law, University of London.

    Tanja Dückers, Writer.

    Horst Eckert, Writer.

    Scott Ellsworth, Author ; lecturer, Department of Afroamerican and African Studies, University of Michigan.

    Jean Louis Fabiani, Professor, Humanities, EHESS.

    Catherine Farin, Editor, S. Fischer Verlage.

    Rita Felski, Professor of literature, University of Virginia and University of Southern Denmark.

    Elena Ferrante, Writer.

    Sandro Ferri, Publisher, edizioni e/o, Europa editions.

    Sascha Feuchert, Vice-President and Writers-in-Prison-Commissioner of PEN Germany ; Professor of Literature, University of Giessen.

    Stephen Frears, Film director.

    Maureen Freely, Writer ; President of English PEN.

    Uwe Friesel, Writer and translator ; Member of International PEN / First President of the German Union VS.

    Neil Gaiman, Writer.

    Rebeca García Nieto, Writer, Spain.

    Marcel Gauchet, Philosopher, EHESS ; publisher of Le Debat.

    Graeme Gibson, Novelist.

    Mario Giordano, Writer.

    Maurice Godelier, Professor of Anthropology, EHESS, Paris.

    Jordan Goodman, Honorary Research Fellow in the Wellcome Trust Centre for the History of Medicine at College, London .

    Professor Anthony T. Grafton, Historian, Princeton University.

    Roland Greene, Mark Pigott KBE Professor in the School of Humanties and Sciences, Professor of English and Comparative Literature, Stanford University.

    Constanze Güthenke, Associate Professor of Greek Literature, Faculty of Classics, University of Oxford.

    Ulla Hahn, Writer.

    Matt Haig, Novelist and journalist.

    Anton Harber, Caxton Professor of Journalism at University of the Witwatersrand, Johannesburg and chair of the Freedom of Expression Institute.

    David Hare, Playwright.

    Josef Haslinger, President, PEN-Centers, Germany.

    Chris Hedges, Author, Pulitzer Prize Winner.

    Amy Hempel, Short story writer and journalist.

    Wolfgang Hermann, Author, Austria.

    Uwe-Karsten Heye, Writer.

    Jim Hicks, Executive Editor of the Massachusetts Review ; Professor at University of Massachusetts, Amherst.

    Kathy High, Interdisciplinary artist, curator, scholar.

    Adam Hochschild, Journalist, historian.

    James Hollings, Senior Lecturer in Journalism, Massey University Wellington, New Zealand.

    Nick Hornby, Writer.

    Violaine Huisman, Director of Humanities, Brooklyn Academy of Music.

    Mark Lee Hunter, Investigative journalist, Paris.

    Zehra İpşiroğlu, Author ; Professor of Theatre Studies, University of Duisburg-Essen.

    Ayesha Jalal, Mary Richardson Professor of History ; Director, Center for South Asian and Indian Ocean Studies, Tufts University.

    Gabriela Jaskulla, Writer and journalist.

    Amy Edith Johnson, Columbia University.

    Joachim Kalka, Writer and translator.

    Karin Karlekar, Director of Free Expression At Risk Programs, PEN America.

    A.L. Kennedy, Writer.

    Tanja Kinkel, Writer.

    Hubert Klöpfer, Publisher and member of PEN Germany.

    Laurens van Krevelen, Writer and publisher, The Netherlands.

    Barbara Krohn, Writer.

    Hari Kunzru, Novelist and journalist.

    Hanif Kureishi, Writer.

    Olivia Laing, Writer and critic.

    Jean-Manuel Larralde, Professor of Public Law, University of Caen, Normandy.

    Camille Laurens, Writer.

    Marie Lecomte-Tilouine, Director of research at CNRS, France.

    Joanne Leedom-Ackerman, Vice President of PEN International.

    Jo Lendle, Publisher, Carl Hanser Verlage.

    Wolf Lepenies, Professor, Sociology, Wissenschaftskolleg zu Berlin; Freie Universität.

    Mark Lilla, Writer, Professor of Humanities, Columbia University.

    Antoine Lilti, Professor, History, EHESS.

    Professor Christoph Lindenmeyer, Author and journalist ; member of PEN-Center Germany.

    Clementina Liuzzi, Literary agent.

    Gert Loschütz, Writer.

    Gila Lustiger, Writer, Germany / France.

    Jonas Lüscher, Writer ; member of PEN-Center Germany.

    Lindsay Mackie, Board member of English PEN and chair of its Readers and Writers Programme.

    Alberto Manguel, Writer, Director of the National Library of Argentina.

    Anthony Marx, President and CEO of The New York Public Library ; former president of Amherst College.

    Frédérique Longuet Marx, Maître de conférences en sociologie à l'Université de Caen.

    Hisham Matar, Writer.

    Claudia Mattalucci, Professor, Anthropology, University of Milan-Bicocca.

    Tom McCarthy, National affairs correspondent, The Guardian.

    Ian McEwan, Novelist and screenwriter.

    Jay McInerney, Novelist.

    Maureen N. McLane, Professor of English, Director of Honors, New York University.

    Norbert Mecklenburg, Professor of Literature, University of Cologne.

    Allan Megill, Professor of History, University of Virginia.

    Maria Meinel, Translator.

    Laurent Mignon, Associate Professor of Turkish ; Fellow of St Antony’s College, Oriental Institute, University of Oxford.

    Rick Moody, Writer.

    Luiza Franco Moreira, Poet ; Professor and Chair, Department of Comparative Literaure at Binghampton University.

    Paul W. Morris, Director of Literary Programs at PEN American Center.

    Dirk Moses, Professsor, History, University of Sydney.

    Glenn W. Most, Professor of Classics, Scuola Normale Superiore, Pisa ; The University of Chicago, Committee on Social Thought.

    Madhusree Mukerjee, Writer.

    Neel Mukherjee, Writer.

    Enrique Murillo, Editor, Los libros del lince.

    Herta Müller, Nobel Laureate in Literature.

    Sten Nadolny, Novelist.

    Azar Nafisi, Writer.

    Ralf Nestmeyer, Author, historian.

    Mary Ann Newman, Translator.

    Steve Newman, Associate Professor, Director of Graduate Studies, Department of English, Temple University.

    Thandie Newton, Actress.

    Dr. Bui Hanh Nghi, Author.

    Dr. Wulf Noll, Writer.

    Olivier Nora, Publisher, Editions Grasset.

    Françoise Nyssen, Publisher, Actes Sud.

    Andrew O’Hagan, Novelist.

    Hans-Christian Oeser, Literary Translator, Member of PEN.

    Osman Okkan, Turkish-German Forum of Culture.

    Michael Ondaatje, Novelist and poet.

    Sandra Ozzola, Publisher, edizioni e/o, Europa editions.

    Erol Önderoğlu, Reporters Without Borders (RSF), Turkey.

    Cem Özdemir, Chairman and Member of Parliament, Alliance 90/ The Greens, Germany.

    Orhan Pamuk, Nobel Laureate in Literature.

    Christian Parenti, Author, investigative journalist.

    Tim Parks, Writer.

    Philip N. Pettit, Historian, Philosopher, Princeton University; Australian National University.

    DBC Pierre, Writer.

    Angela Pimenta, Columnist and president of Projor (The Institute for Development of Journalism), São Paulo.

    Philip Pullman, Writer.

    Justin Quinn, Writer, translator ; Associate Professor, University of West Bohemia, Czech Republic.

    Eduardo Rabasa, Writer.

    Marie-Joëlle Redor-Fichot, Professor of Public Law, University of Caen, Normandy.

    Daniel Rondeau, Writer; former ambassador.

    Professor Michael Rothberg, 1939 Society Samuel Goetz Chair in Holocaust Studies, UCLA.

    Frederick J. Ruf, Professor, Department of Theology, Georgetown University.

    Alan Rusbridger, Journalist, Principal of Lady Margaret Hall, Oxford and the former editor-in-chief of The Guardian.

    Salman Rushdie, Writer ; Winned of the Booker Prize for Fiction and the Booker of Bookers prize.

    P. Sainath, Author, journalist.

    Professor Philippe Sands QC, University College London and Matrix Chambers.

    Gisèle Sapiro, Professor of Sociology at the EHESS and Research Director at the CNRS, Vice-President of the EHESS for International Relations.

    Aram Saroyan, Poet and novelist.

    Roberto Saviano, Journalist, writer.

    Rafik Schami, Syrian-German writer.

    Anya Schiffrin, Director (IMAC) at the School of International and Public Affairs, Columbia University.

    Prof Dr. Wilfried F. Schoeller, Author, literary critic, professor of 20th Century Literatute, Literary Criticism Media, University.

    Eugene Schoulgin, Vice President, PEN International.

    Lynne Sharon Schwartz, Writer.

    Professor Salvatore Settis, Art Historian, President of Louvre Museum’s Scientific Board ; Former President of Scuola Normale Superiore di Pisa.

    Elif Shafak, Writer.

    Jayeeta Sharma, Associate Professor of History, University of Toronto.

    Peter Sillem, Editorial Director, S. Fischer Verlag.

    Shelly Silver, Associate Professor, Visual Arts Program, Columbia University.

    Dan Simon, Founder and publisher, Seven Stories Press.

    Laura M. Slatkin, Professor, Classical Studies, New York University.

    Ali Smith, Writer.

    Marie-Carmen Smyrnelis, Historian, EHESS.

    Lorin Stein, Editor of The Paris Review.

    Juliet Stevenson, Stage and screen actress.

    Klaus Stiller, Writer.

    Tom Stoppard, Playwright and screenwriter.

    Ulrich Straeter, Writer and publisher.

    Leander Sukov, Author, Germany.

    Johann P. Tammen, Poet and editor, Member of PEN.

    Adam Thirlwell, Writer.

    Emma Thompson, Actress, comedian, writer.

    Uwe Timm, Writer, Germany.

    Ilija Trojanow, Writer, translator, publisher.

    Özgür Türesay, Senior Lecturer, Applied School of Advanced Studies, 4th Section, Section of historical and philological sciences.’’

    Anja Utler, Writer, Germany.

    Regula Venske, General Secretary, PEN Germany.

    Charles V Wait, President, CEO and chairman of the board of The Adirondack Trust Company, Saratoga Springs, New York ; Director of the New York Bankers Association.

    Immanuel Wallerstein, Yale University.

    Günter Wallraff, Writer.

    Irvine Welsh, Novelist and playwright.

    Herbert Wiesner, Literary Critic, Member of German PEN Centre, Berlin.

    Michel Wieviorka, Professor of Sociology, EHESS.

    Dr. Thomas Wohlfahr, Director of Literature Workshop, House for Poetry, Berlin.

    Felicia Zeller, Writer.

    Cartoon by Enrico Bertuccioli/CartoonMovement

    Traduzione di Laura Bortoluzzi

  • Fesstival di Internazionale: Premiate a Ferrara le migliori vignette sull’Europa

    VoxEurop
    03 ottobre 2016

    Si è svolta sabato 1 ottobre nell'ambito del festival di Internazionale a Ferrara la premiazione del concorso "Una vignetta per l'Europa", organizzato dalla rappresentanza in Italia della Commissione europea, insieme a Internazionale e VoxEurop.

    Il primo premio è andato al disegnatore danese Niels Bo Bojesen, per una vignetta sulla Brexit uscita su Greenreport.it.

    Niels Bo Bojesen_primo premio internazionale fer

    Secondo classificato, l'italiano Marco De Angelis, per la vignetta sui migranti uscita su Buduàr.

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    Terzo classificato, il catoonist olandese Tjeerd Royaards, per la sua vignetta sulla "guerra illusoria" al terrorismo, pubblicata da VoxEurop.

    3premio_internazionale ferrara

    Il premio speciale della giuria è andato a Fabio Magnasciutti per la vignetta "Wishlist", apparsa su Buduàr.

    premio speciale giuria_internazionale

    E quello speciale del pubblico a "La Trahison", di Giuseppe La Micela, pubblicata da Oltremedianews.

    premio pubblico

    L'insieme delle vignette in concorso si può consultare sulla sezione dedicata della pagina Facebook di Internazionale.

  • Festival internazionale Lectorinfabula: Dove va il mondo?

    VoxEurop
    12 settembre 2016

    Dove sta andando il mondo? Di certo non sta aspettando l'Europa, che invecchia e si avviluppa nelle chimere nazionaliste. Se ne parlerà durante il festival Lectorinfabula, che si tiene dal 15 al 18 settembre a Conversano, in Puglia, e di cui VoxEurop è ospite.

    Per capire dove sta andando il mondo una sfera di cristallo serve a molto poco. Piuttosto occorre leggere con molta attenzione gli studi demografici: nel 2050 l'Europa sarà più anziana, meno popolosa, relativamente più povera, meno importante al livello mondiale. Di contro l'Africa e l'Asia, messe insieme rappresenteranno il 75 per cento della popolazione e il 55 per cento della ricchezza mondiale. Sono cifre impressionanti che dovrebbero farci riflettere tutti quanti.

    E invece? Invece, per i prossimi tre anni, il tema principale di discussione in Europa saranno i negoziati per la Brexit, la nostra capacità di vivere insieme e la gestione dei flussi migratori. E chissà quali altri sorprese ci riserverà il "grande disordine mondiale" in atto.

    Certo, è in gioco cosa si intende per "democrazia" e non è affatto argomento di discussione esclusivo per i politologi. Siamo invece tutti interpellati ad interrogarci sul nostro futuro. Cosa potrebbe accadere alla nostra cara vecchia Europa se, di fronte a quei dati così impietosi, si affermassero politicamente tutti quei (ahimè, numerosi!) movimenti politici e sociali anti–sistema, così fortemente avversi alla stessa Ue? Risposta facile: scioglimento dell'Unione, riduzione del tutto a piccole patrie e nazioni, conseguente nostra totale irrilevanza di fronte al resto del mondo. Il tutto attraverso il voto del popolo sovrano.

    Allora, tanto per cominciare, bisogna comprendere che occorre tutti calarsi, nel dibattito quotidiano, nel confronto politico, anziché tenersi distanti. È quello che un festival come Lectorinfabula si propone di fare. Così, la funzione di un festival di cultura europea può servire come supporto, come aiuto, come scintilla per far scoccare l'incontro tra chi cerca risposte e chi è in grado realmente di poterle offrire.

    Dialogare, ascoltare, confrontarsi, dibattere, pubblico e relatori, per conoscere e comprendere meglio. E forse, trovare soluzioni, insieme. Un tema così vasto pone una serie infinita di questioni. Nei quattro giorni di Lectorinfabula si farà un focus su alcune di queste, attraverso i diversi format del festival: una conoscenza della nostra società, il mondo dell'informazione, il futuro del giornalismo, le sfide date dalla competizione globale e le spinte dirompenti dell'innovazione tecnologica, i linguaggi in continua evoluzione, le risposte della Politica.

    Il nodo di fondo è che in una democrazia ben funzionante si è tutti coinvolti in un dibattito politico quotidiano che è, spesso, uno scontro fatto di passione. È questo il sale della democrazia.

    Ed ecco a cosa serve un festival di approfondimento culturale: a seminare dubbi, a non fermarsi sulla superficie delle cose, ma a comprendere andando in profondità. Dritto al cuore delle questioni. Dritto nel cuore dell'Europa.

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