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  • Intervista: Mario Monti: “Riformare senza la pressione dei nazionalismi”

    Presseurop
    10 maggio 2013

    Due anni fanno molta differenza. Nel 2011 avevamo intervistato Mario Monti a margine della conferenza State of the Union organizzata nell’ambito del Festival d’Europa di Firenze (di cui Presseurop è partner). All’epoca Monti era un ex commissario europeo e presidente dell’Università Bocconi, e ci aveva risposto con calma durante una pausa caffè. Oggi è un ex presidente del consiglio circondato da guardie del corpo e con i minuti contati, e in occasione del’edizione 2013 di State of the Union, dopo una breve conferenza stampa affollata da molti giornalisti italiani in attesa del suo pronostico sul nuovo governo Letta, Monti ha accettato di fermarsi due minuti e rispondere alle nostre domande (in francese). 

    Due anni fa ci aveva parlato di come la crisi minacciasse il mercato unico e l’euro. Oggi il futuro di questi due pilastri dell’Unione europea sembra garantito, ma restano forti dubbi sul metodo scelto dall’Ue e dagli stati per combattere la crisi. È convinto che oggi l’atmosfera europea sia più favorevole al superamento delle crisi rispetto al 2011?

    Mi sembra di sì. Abbiamo fatto molti progressi concreti nella lotta alla crisi. Abbiamo anche proiettato le politiche europee verso il futuro, con la bozza (in corso di finalizzazione) di un piano per una reale unione economica e monetaria approfondita, sotto l’egida del gruppo presieduto dal Van Rompuy. Sono convinto che i capi di stato e di governo si preparino ad affrontare seriamente gli aspetti politici e psicologici come il nazionalismo e il populismo. Questo non significa necessariamente cambiare le politiche economiche. Personalmente credo che anche quelle debbano cambiare, ma non seguendo le spinte nazionaliste e populiste. Se vogliamo portare avanti determinate politiche in un clima che è altamente esposto ai rischi di un rifiuto dettato dai nazionalismi e dai populismi, bisogna prestare la massima attenzione. 

    Durante il suo mandato come presidente del consiglio, e in particolare nella primavera del 2012, ha cercato insieme a François Hollande e Mariano Rajoy di riequilibrare le relazioni tra gli stati Ue e di ottenere un ammorbidimento delle posizioni della Germania. È convinto che le divergenze tra la Francia e la Germania siano un elemento durevole e ingombrante nella gestione della crisi e nella costruzione del progetto europeo?

    Sono ancora convinto che una buona collaborazione franco-tedesca sia una condizione essenziale per l’avanzamento dell’Europa. Essenziale, necessaria ma non sufficiente. È altrettanto importante che il tandem franco-tedesco non crei negli altri l’impressione di essere esclusivo e discriminatorio. In un certo senso è quello che è successo all’epoca dell’intesa tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, mentre nel periodo in cui ho osservato la situazione da vicino le cose sono cambiate, tra Merkel e Hollande e in generale nei rapporti tra gli stati.

  • I populisti buoni

    Presseurop
    08 marzo 2013

    Per Dario Fo essere chiamato populista non è più un problema. “Il dizionario dice che populista è colui che intende migliorare la posizione del popolo permettendogli di sfuggire alle violenze della classe dominante, ai ricatti e allo sfruttamento. Quindi è un termine positivo”, ha scritto recentemente sul blog di Beppe Grillo.

    Anche nella stampa europea l’affermazione del Movimento 5 stelle ha provocato una radicale rivalutazione del concetto. Il belga De Morgen ha compilato una tassonomia di partiti e movimenti populisti attivi nel continente, distinguendo quelli nazionalisti e xenofobi come i Veri finlandesi da quelli di matrice libertaria e partecipativa come l’M5s. Per El País il populismo è come il colesterolo: c’è quello cattivo, come il neofascismo di Alba dorata e il berlusconismo, e quello buono degli indignados e di Grillo.

    In realtà la definizione data da Fo è un po’ troppo ottimistica. Per i sociologi a caratterizzare il populismo è piuttosto la contrapposizione tra il “popolo” inteso come totalità del corpo sociale (il “cento per cento” citato da Grillo nella sua intervista a Time) e un gruppo ostile ed estraneo, che può essere incarnato a seconda dei bisogni dalle élite finanziarie, dalle minoranze etniche o dalla “casta”.

    I primi a definirsi populisti furono i narodniki russi di fine ottocento, seguiti dal Party of the people statunitense (che, guarda caso, scomparve dopo pochi anni anche a causa di uno sfortunato accordo con il Partito democratico). Il termine ha acquisito una connotazione negativa solo in seguito, quando è stato usato per definire i regimi autoritari latinoamericani basati sulla pretesa del sostegno delle masse. In Europa è stato invece praticamente inapplicato per decenni. Un modello sociale più equo, una ripartizione più equilibrata dei redditi e un sistema politico più complesso e basato sugli interessi di classe scoraggiavano una lettura troppo semplicistica della società.

    Il termine populismo è improvvisamente divenuto mainstream intorno al 2009: la crisi delle banche e le misure di austerità con cui sono stati finanziati i salvataggi hanno generato una varietà di movimenti di opposizione di ogni colore, diversi in tutto tranne che nella denuncia (o nello sfruttamento) della palese disparità di trattamento tra responsabili e vittime del disastro. Per oltre tre anni l’etichetta “populista” è stata usata per liquidare ogni opposizione alla linea dettata da Bruxelles e Berlino, e per un po’ ha funzionato. Ma come ha scritto Simon Jenkins sul Guardian, ora il vento sta cambiando un po’ in tutta Europa.

    L’aumento della diseguaglianza – da anni reale e improvvisamente percepito – all’interno delle società europee sta creando una realtà sempre più somigliante a quella descritta dai populisti. Le elezioni italiane hanno suonato un allarme che i leader europei non potevano non sentire: in Svizzera un referendum sulla proposta di limitare lo stipendio dei manager è stato approvato da una maggioranza schiacciante. Francia e Germania stanno già considerando l’introduzione di misure simili. Il Parlamento europeo vuole imporre un tetto ai bonus per i banchieri. Forse sono ancora in tempo. In Italia, uno dei paesi Ocse con il più alto coefficiente Gini di diseguaglianza, qualcuno avrebbe dovuto pensarci prima di portare i banchieri al governo.

  • Agricoltura: L’Europa e il land grabbing

    Presseurop
    12 febbraio 2013

    Al di fuori dei confini francesi sono in pochi ad amare la Politica agricola comunitaria. La sua inefficienza e iniquità sono ormai riconosciute da tutte le parti in causa al di fuori dai circoli ufficiali, eppure la pressione di Parigi ha fatto sì che all'ultimo, drammatico Consiglio europeo la Pac sia scampata ai tagli che si sono abbattuti su voci ben più meritorie della spesa dell'Ue.

    Attualmente la Pac è oggetto di un processo di riforma che dovrebbe concludersi entro il 2014. Il fondatore di Slowfood Carlo Petrini ha fatto appello ai cittadini europei perché esprimano il proprio sostegno agli eurodeputati e li convincano a resistere alle pressioni delle lobby dell'agricoltura, salvando gli aspetti positivi che la riforma avrebbe per l'ambiente e i consumatori europei.

    Ma i danni provocati dalle storture dell'agricoltura europea vanno ben oltre i confini dell'Ue. Intervistato da Why Poverty?, lo stesso Petrini accusa i generosi suss

    idi accordati agli agricoltori europei di aver alimentato il dumping dei prodotti agricoli nei paesi dell'Africa subsahariana, distruggendo l'agricoltura locale e spianando la strada al "land grabbing", l'accaparramento di terreni coltivabili da parte dei paesi ricchi.

    Secondo la giornalista camerunense Clariste Soh Moube, parte della responsabilità è da imputare agli accordi di partenariato con l'Ue, che aprono le frontiere africane ai prodotti europei ma di fatto bloccano il percorso in senso inverso. Se l'Europa vuole davvero tornare in Africa senza sensi di colpa dovrà cambiare approccio anche in questo settore.

  • Libri: Dove vai, Europa?

    Presseurop
    05 febbraio 2013

    Oggi l’euro sembra aver superato la sua crisi più grave. Al punto che alcuni cominciano a temere che il suo apprezzamento minacci le esportazioni europee e la timida ripresa economica.

    Eppure, un anno fa, pochi scommettevano sulla tenuta della moneta unica : sembrava che la Grecia dovesse trascinarsi dietro, insieme all’euro, anche la Spagna, poi l’Italia, poi, chissà, la Francia e i Paesi Bassi. E invece, un anno dopo, non soltanto la Grecia, ma anche la Spagna e l’Italia sono ancora qua.

    All’epoca — sembrano passati lustri — in tanti si chiedevano dove andassero l’euro e l’Europa tutta quanta. Al diavolo, rispondeva (e risponde ancora) qualcheduno al di là della Manica (e anche nei commenti ai nostri articoli). Indietro, sosteneva chi ha nostalgia per l’epopea dei primi anni della Comunità europea e il raggiante sol dell’avvenire che l’illuminava. Avanti, afferma invece qualcun altro, con le idee più o meno chiare sulla destinazione.

    Alcuni di questi ultimi si erano ritrovati oltre un anno fa all’università La Sapienza di Roma, in occasione di un colloquio per i dieci anni dell’euro. Le loro relazioni sono state raccolte e pubblicate in un libro — Quo Vadis Euro(pa) — a cura dello storico Francesco Gui e dell’economista e nume tutelare di Presseurop, Thierry Vissol, uscito da poco per Lithos editore.

    Nel libro si ritrovano, oltre agli interventi dei curatori, quelli di alcune note firme per i lettori di Presseurop, come il corrispondente della Stampa a Bruxelles, Marco Zatterin, e quello di Libération a Roma Eric Jozsef: due giornalisti parecchio impegnati sul fronte delle idee e, a modo loro, dell’integrazione europea. Ma anche di vignettisti come Vadot e Tom, anche loro ospiti fissi delle nostre pagine, presenti con disegni inediti, realizzati in occasione del sesto festival di Internazionale a Ferrara. In copertina, la vignetta di Agim Sulaj che ha vinto il premio 2012 per la migliore vignetta sull’Europa pubblicata in Italia.

    Una lettura utile per chi desiderasse approfondire i temi solitamente affrontati nelle nostre pagine, in particolare quello del futuro dell’Unione e della sua moneta.

  • Italia: Cosa ha scritto Münchau su Monti

    Presseurop
    21 gennaio 2013

    "Monti non è l'uomo giusto per guidare l'Italia": una column di Wolfgang Münchau sul Financial Times che si discosta vistosamente dai panegirici che la stampa europea riserva di solito al nostro premier, per di più quasi citando la celeberrima copertina dell'Economist contro Berlusconi, non poteva certo sfuggire ai giornali italiani. Ma come per Repubblica, le traduzioni si limitano a questa constatazione piuttosto banale: "ll suo governo ha provato a introdurre riforme strutturali modeste, annacquate fino alla irrilevanza macroeconomica. Ha promesso riforme, finendo per aumentare le tasse. Ha iniziato come tecnico ed è emerso come un duro politico".

    In realtà la principale critica di Münchau è un'altra: Monti si è mostrato troppo debole di fronte ad Angela Merkel e alla sua ortodossia anticrisi. Di fronte ai problemi posti dall'appartenenza all'euro, i paesi del sud Europa hanno tre opzioni: 1 stare dentro e accettare tutti gli aggiustamenti imposti da Berlino e Bruxelles; 2 stare dentro, ma a condizione che gli aggiustamenti siano equamente condivisi tra paesi debitori e paesi creditori del nord; 3 uscire dall'euro. Per Münchau l'unica opzione sostenibile è la seconda. I governi italiani sono invece da sempre fautori di una quarta via: "stare nell'euro, concentrarsi solo sul risanamento a breve termine e aspettare". Il Professore non ha fatto eccezione:

    Monti non ha tenuto testa ad Angela Merkel. Non ha detto alla cancelliera tedesca che il proseguimento dell'impegno del suo paese nella moneta unica avrebbe dovuto dipendere da una vera unione bancaria, dall'introduzione degli eurobond e da una politica economica più espansionista da parte di Berlino.

    Nella cruciale dialettica con Merkel Pierluigi Bersani potrebbe avere qualche possibilità di successo in più, se non altro perché potrebbe fare comunella con François Hollande. Ma il risultato più probabile delle elezioni di febbraio è un parlamento bloccato dalle differenze tra le due camere, che continuerà a tirare a campare senza produrre riforme. La partecipazione di Monti al governo, vista dalle cancellerie europee come una garanzia di stabilità, potrebbe invece produrre effetti drammaticamente differenti:

    Mi aspetto che emerga un consenso politico anti-euro, che potrebbe ottenere una maggioranza alle prossime elezioni o scatenare una crisi politica, con lo stesso risultato. Per quanto riguarda Monti, secondo me la cosa più probabile è che la storia gli riserverà un posto simile a quello di Heinrich Brüning, cancelliere tedesco dal 1930 al 1932. Anche lui faceva parte di un consenso prevalente secondo cui non c'era alternativa all'austerità.

  • Mali: Un’altra guerra giusta

    Presseurop
    15 gennaio 2013

    Dici "intervento francese" e pensi a Bernard-Henri Levy. Ancora non si conoscono obiettivi, tempi e modalità dell'operazione Serval, ma il filosofo da combattimento francese ha già stabilito che si tratta di una "guerra giusta", per cinque buone ragioni: 1. fermare l'istituzione di uno stato terrorista, 2. bloccare il collegamento con gli altri gruppi islamici della regione, 3. ribadire il diritto all'intervento e 4. la "responsabilità di proteggere" e 5. riaffermare il ruolo della Francia come paladina della democrazia mondiale. Certo,

    ci sarà l'inevitabile concerto di Cassandre che grideranno all'impantanamento, al nuovo Vietnam, all'avventurismo di una guerra che doveva durare solo qualche giorno e cui fra una settimana verrà rimproverato di prolungarsi in eterno: capriccio della parola nella democrazia delle opinioni! […] Si saprà contrapporre un doveroso disprezzo a chi già grida al ritorno della Francia africana (Françafrique) e dei suoi riflessi neocolonialisti?

    A parte i toni curiosamente marinettiani, Bhl avrà bisogno di cospicue riserve di disprezzo, dato che al terzo giorno di intervento le Cassandre sono già parecchie. Tra queste Carlo Panella, non certo un altermondista, che sul Foglio critica non tanto la validità morale dell'operazione, ma la sua carente e tardiva pianificazione – che ha già provocato tre vittime tra i francesi, contando anche il fallito raid in Somalia – e l'incapacità di mettere assieme l'indispensabile sostegno dei paesi limitrofi, il cui contagio potrebbe rendere lo scenario del Sahel addirittura peggiore di quello afgano. Panella cita l'ex premier Dominique de Villepin:

    In Mali non abbiamo alcuna possibilità di successo. In Mali ci batteremo alla cieca. Arrestare lo sfondamento degli jihadisti verso sud, o riconquistare il nord del paese, o sradicare le basi di al Qaida nel Maghreb sono tutti obiettivi bellici differenti, nettamente diversificati. Per di più in un quadro che vede il nostro partner, il governo del Mali, del tutto instabile politicamente e in assoluta carenza di un appoggio regionale solido

    E conclude:

    Entrare in guerra, senza avere chiaro quale sia il suo obiettivo finale e senza alleati sicuri sullo scenario regionale è possibile. Ma porta alla sconfitta. Questo è esattamente quello che ha fatto François Hollande, nella sua prima impresa africana.

  • Visti dagli altri: “Meglio un comunista che Berlusconi”

    Presseurop
    07 dicembre 2012

    L’ultima tempesta politica in Italia ha messo in crisi una situazione che sembrava essersi tranquillizzata. I politici italiani si sono dimostrati ancora una volta inaffidabili, scrive l’Economist. Il Partito della libertà di Silvio Berlusconi ha tolto il suo appoggio al governo Monti proprio un paio di giorni dopo che i titoli di stato italiani erano tornati sotto controllo.

    Finora Monti aveva il sostegno del Pdl, del Partito democratico e dell’Udc. Anche se Pier Luigi Bersani ha dichiarato che rimarrà fedele al governo tecnico fino alla fine della legislatura, al suo partito converrebbe andare presto al voto. Dopo il successo delle primarie, i sondaggisti lo danno sopra al 30 per cento.

    Perché allora Berlusconi vuole tornare al voto, nonostante sia molto probabile la sua sconfitta? Secondo le previsioni, il Pdl prenderà il 16 per cento dei voti, più o meno come il Movimento 5 stelle guidato dal comico Beppe Grillo. Ma il voto anticipato non porterebbe solo cose negative per Berlusconi.

    Andare alle urne impedirebbe le primarie e quindi il ricambio generazionale ai vertici del Pdl e bloccherebbe l’approvazione di una nuova legge elettorale. E con questo sistema, il nuovo parlamento eletto sarebbe comunque instabile, proprio come vuole il Cavaliere.

    Nel frattempo sul Financial Times l'ex direttore dell'Economist Bill Emmott si è schierato a favore di Pier Luigi Bersani, il leader del Pd. “Bersani è tanto lontano dall’essere un comunista quanto Berlusconi dall’essere un modello di rettitudine”, scrive il Financial Times, “L’Italia ha bisogno di un risultato che dia al nuovo governo la possibilità di sopravvivere fino alla fine della legislatura e di mettere in atto profonde riforme. I problemi dell’Italia non riguardano la gestione a breve termine del debito, che è stato l’impegno principale di Monti durante il suo anno al governo, né in generale il debito pubblico, nonostante sia al 120 per cento del pil”.

    “Il vero problema è la cronica mancanza di crescita economica degli ultimi vent’anni”, prosegue il quotidiano britannico,”per risolverlo serve un governo capace di rimuovere gli ostacoli alla crescita del paese. Questo risultato può essere raggiunto solo con la vittoria del Partito democratico di Bersani, quindi – nonostante tutti i suoi pregi – con il pensionamento di Monti come premier”. – Giovanni Ansaldo

  • Intervista: Gianni Pittella: “Basta con il rigore”

    Presseurop
    30 novembre 2012

    Il 29 novembre la Commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento europeo ha approvato l’opinione dell’assemblea sulla supervisione del sistema bancario europeo, che sarà la premessa ai negoziati con gli stati membri in vista dell’adozione di un testo sull’unione bancaria da parte del Consiglio dei ministri delle finanze, fissato per il prossimo 4 dicembre. Un dossier che il primo vice-presidente del parlamento, Gianni Pittella, ha seguito da vicino. Ne parla a Presseurop in questa intervista concessa alla vigilia del voto della Commissione. Intervista di Gian Paolo Accardo.

    PRESSEUROP – Vicepresidente Pittella, a che punto è l’Unione con la supervisione bancaria?

    GIANNI PITTELLA: Più di ogni altra cosa Berlino non vuole che la Banca centrale europea (Bce) possa esercitare il proprio controllo sulle banche meno importanti, e nello specifico sulle circa 1.600 Landesbanken (banche regionali) e casse di risparmio tedesche. Abbiamo però raggiunto un compromesso: il comitato di supervisione della Bce sarà competente sulle banche nazionali e su quelle il cui fallimento innescherebbe un rischio sistemico, come pure quelle che hanno chiesto aiuto finanziario perché in gravi difficoltà. Alle autorità bancarie nazionali spetterà invece la supervisione delle altre banche. Ma la Bce avrà la possibilità, qualora lo ritenesse necessario, di concentrarsi su queste ultime. Il Parlamento dovrà inoltre vigilare che non vi siano conflitti di interesse tra l’autorità di controllo e le banche controllate. Si tratta di una questione delicata, soprattutto a causa dell’enorme permeabilità del settore bancario. In seguito abbiamo stabilito che il presidente e il vicepresidente del comitato di supervisione devono essere eletti col consenso del Parlamento europeo – proprio come il presidente della Bce, del resto – per garantire il controllo democratico su questo organismo. Noi chiederemo che il comitato di supervisione resti in contatto costante con la Commissione per gli affari economici e monetari del Parlamento. Quanto alla sua attuazione, speriamo che il Consiglio l’approvi in occasione del summit del 13-14 dicembre, affinché la supervisione possa cominciare gradualmente la propria attività a partire dall’inizio del 2013.

    Una volta adottato questo comitato di supervisione bancaria, quali altre tappe resteranno da superare per arrivare a un’autentica unione bancaria?

    Ci saranno ancora alcune cose da mettere a punto, specialmente in termini di armonizzazione della regolamentazione in materia di depositi bancari. In ogni caso, il passo più importante sarà proprio quello della supervisione. Si tratta di una vera e propria rivoluzione: si passerà da 27 supervisori nazionali – un’autentica contraddizione in un’Europa nella quale vi sono banche sovranazionali – a un solo supervisore. Mantenendo il sistema attualmente in vigore non potremmo evitare nuove crisi bancarie. L’istituzione della supervisione bancaria unica ha anche il vantaggio di innescare un circolo virtuoso: se si può concretizzare l’unione bancaria, si può concretizzare l’unione economica e fiscale. E da lì si arriverebbe all’unione politica, perché sarebbe irrazionale condividere a livello europeo soltanto l’aspetto economico e quello finanziario e non quello politico.

    Lei quindi crede nell’unione politica?

    Certamente, anche se vi sono resistenze che ci dobbiamo sforzare di superare. Io spero che già a partire dal 2014, data delle prossimi elezioni europee, si possa adottare una nuova Convenzione europea, che dia all’Unione nuove regole sul piano politico e delinei l’ambito della futura unione politica.

    Pensa che il Parlamento abbia un ruolo preciso nella vita economica dell’Unione e nella ricerca di soluzioni alla crisi?

    Con il trattato di Lisbona il Parlamento è diventato un condecisore. Penso che nel giro di pochi anni potrebbe diventare una vera camera legislativa. E alla fine di questo iter, la camera legislativa dell’Unione europea dovrà essere il Parlamento. Oggi vogliamo far sentire la nostra voce su come gestire la crisi. Ci battiamo per far capire ai sostenitori dell’austerity che tutte le analisi confermano che gli effetti di una politica basata soltanto sul rigore sono devastanti: il debito pubblico non cala, subentra la recessione, la disoccupazione aumenta, la domanda interna precipita, l’Europa perde competitività sul piano internazionale e le previsioni relative a un ritorno della crescita dicono che ormai dovremo aspettare il 2014.

    Ha qualche proposta alternativa?

    Bisogna porre fine all’austerity. È giunto il momento di investire. Noi auspichiamo un programma europeo per la crescita, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile. Un piano che abbia il suo presupposto nel finanziamento di reti e infrastrutture materiali e immateriali. Delle prime fanno parte le reti ferroviarie, quelle energetiche e telematiche, e le energie rinnovabili. Alle seconde appartengono l’istruzione, la formazione, la ricerca e la mobilità dei giovani. Si tratta di un piano del valore di svariate centinaia di miliardi, ed è indispensabile metterlo a punto quanto prima.

    E dove conta di trovare i miliardi necessari, proprio ora che gli stati membri devono far fronte a tagli di bilancio talvolta molto onerosi e non hanno più soldi?

    Dobbiamo istituire i buoni europei del tesoro, i famosi eurobond, per mettere insieme circa tremila miliardi di euro. Non sono io ad aver fissato questa cifra, ma gli economisti guidati dall’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi e dall’economista italiano Alberto Quadro Curzio. Di quei miliardi, 2.300 saranno destinati alla socializzazione del debito europeo, e di conseguenza alla riduzione del medesimo. I restanti 700 saranno utilizzati per finanziare questo piano di investimenti. A quel punto potremo dire ad Angela Merkel e ai cittadini tedeschi: l’istituzione degli eurobond non vi costerà neppure un centesimo, perché saranno garantiti dalle riserve degli stati membri e dal loro patrimonio pubblico.

    Gli stati saranno in grado di offrire garanzie sia per il proprio debito pubblico che per quello eventuale europeo?

    Le riserve in oro e il loro patrimonio saranno sufficienti. Si potrà decidere che gli stati impegnino a garanzia degli eurobond la parte di pil eccedente il 60 per cento (la parte di indebitamento pubblico ammessa dai criteri di convergenza dell’euro). Da un punto di vista tecnico è fattibile. In seguito, se Angela Merkel per sostenere gli eurobond esigerà che si facciano passi avanti verso l’unione di bilancio – vale a dire che gli stati membri della zona euro rispettino i criteri previsti dal trattato fiscale e che da parte dell’Ue vi sia un controllo più rigoroso sulle loro politiche di bilancio – io sono d’accordo. A patto che si porti avanti nello stesso modo anche l’unione politica.

    Lei ha evocato l’ipotesi che il Parlamento diventi la camera legislativa dell’Ue. Al momento questo ruolo è ricoperto dal Consiglio. Come prevede che possano essere i rapporti tra queste due istituzioni nel caso in cui si concretizzi la sua idea?

    Immagino un potere legislativo bicamerale, con il Consiglio che funga da seconda camera, una specie di senato. Oppure due camere aventi i medesimi poteri. Il presidente del Consiglio sarebbe assimilato a un presidente del senato. A meno che non immaginiamo di trasformare il Consiglio in organo esecutivo, ma questo implicherebbe la questione del ruolo della Commissione.

    Guardando al futuro, immagina un’Ue federale o un’unione a due o tre velocità? O ancora un’unione più intergovernativa?

    Io auspicherei un’unione federale. Il modello intergovernativo non ha dato risultati brillanti, in quanto parte dal presupposto che qualsiasi negoziato sia guidato dagli interessi nazionali. Ed è chiaro che tali interessi sarebbero divergenti.

    Una riforma di cui si parla spesso negli articoli che abbiamo pubblicato è quella dell’elezione diretta con suffragio universale del presidente della Commissione e dei commissari europei. Che cosa ne pensa?

    Sono favorevole all’elezione diretta della Commissione. Potremmo realizzarla già a partire dal 2014, senza portare scompiglio alcuno alle normative che regolamentano attualmente le elezioni europee: se i partiti appartenenti a un gruppo politico al Parlamento europeo indicano in occasione della campagna qual è il loro candidato alla presidenza della Commissione, gli elettori voteranno anche per quest’ultimo. Se il partito socialista europeo segnala l’attuale presidente del Parlamento, Martin Schulz – e lo auspico vivamente, perché ha la levatura necessaria a occupare quella posizione – tutti i partiti affiliati faranno altrettanto e lo segnaleranno come candidato.

    Che ne pensa dell’ipotesi di liste elettorali transnazionali, con candidati pronti a presentarsi in paesi diversi dal proprio?

    Sono favorevole. E lo sono anche all’elezione di commissari europei tra gli eurodeputati, perché ciò consentirebbe di sottrarre la loro nomina ai governi e di risolvere il deficit democratico, uno dei mali che al momento affliggono l’Europa.

  • Energie rinnovabili: La traversata del Desertec

    Presseurop
    21 novembre 2012

    Quando il progetto Desertec è stato lanciato, nel gennaio 2009, i suoi promotori sapevano di dover affrontare enormi ostacoli naturali, economici e politici – l'idea è creare un sistema di centrali solari ed eoliche nei paesi del Nord Africa e connetterlo all'Europa attraverso una rete intelligente di cavi ad alta tensione, per una spesa totale di 400 miliardi di euro – ma non immaginavano che a questi si sarebbero presto aggiunti il precipitare della crisi dell'eurozona e la destabilizzazione portata dalle rivoluzioni arabe del 2011.

    Dopo aver suscitato grandi aspettative – soddisfare almeno il 20 per cento del fabbisogno energetico dell'Europa con fonti rinnovabili e relativamente a basso prezzo – il progetto sta ora subendo una serie di pesanti battute d'arresto, rivela Der Spiegel: la Siemens ha annunciato il suo ritiro dal consorzio citando ragioni economiche, e il governo spagnolo ha sospeso il suo sostegno alla realizzazione del primo impianto in Marocco e della connessione alla rete europea, che dovrà per forza di cose avvenire attraverso il suo territorio. Del resto, come ha spiegato una fonte, "in questo momento i capitali per gli investimenti in Europa sono una risorsa più rara dell'energia".

    Il direttore esecutivo Paul van Son ha dichiarato che il consorzio potrebbe andare a cercare i soldi altrove, per esempio in Cina, dove la compagnia energetica statale Sgc ha già espresso interesse. Secondo alcuni potrebbe essere un'occasione di disinnescare con la collaborazione il rischio di una guerra commerciale nel settore del solare, mentre i critici temono che la partecipazione cinese comporterebbe rischi per la sicurezza energetica del continente e per la proprietà intellettuale delle tecnologie utilizzate.

    Al momento, in ogni caso, non si vedono molte alternative. La richiesta di un contributo da parte dell'Unione europea, al di là dell'interesse espresso dal commissario Gunther Oettinger, ha poche speranze di essere accolta di fronte al probabile taglio del budget 2014-2020. Eppure se c'è un campo in cui le poche risorse rimaste dovrebbero essere investite è proprio l'interconnessione e l'indipendenza energetica.

    Recentemente la Iea ha predetto che l'aumento della produzione di idrocarburi dalle rocce scistose – una tecnologia a cui molti paesi europei sembrano aver rinunciato – potrebbe rendere gli Stati Uniti praticamente indipendenti dalle importazioni entro il 2030. A quel punto l'Europa si ritroverebbe da sola a dipendere dalle forniture dal Medio Oriente e a doverne garantire la stabilità, e visto il peggiorare della sua debolezza strategica e diplomatica il compito non sembra affatto alla sua portata.

    Inoltre sarebbe l'occasione di rimediare allo spettacolare fiasco dell'Unione per il Mediterraneo di Sarkozy e alla necessità di un veicolo di coordinamento e attrazione del Nord Africa verso l'Europa. La Germania, il paese più rappresentato nel consorzio, potrebbe sostituire il pomposo istituzionalismo francese con la concretezza teutonica degli affari. Con un po' di ottimismo si potrebbe ipotizzare una comunità mediterranea delle energie rinnovabili che sia per la regione quello che la Comunità europea del carbone e dell'acciaio è stato per l'Europa. Ma come al solito Berlino non sembra entusiasta di assumere un ruolo da leader: all'ultima riunione di Desertec, tenutasi proprio nella capitale tedesca, neanche un ministro del governo Merkel ha trovato il tempo di farsi vedere.

  • La difesa è il miglior attacco

    Presseurop
    15 novembre 2012

    Dopo sei mesi piuttosto fiacchi, il 13 novembre François Hollande ha deciso di passare alla riscossa con una conferenza stampa a 360° per scrollarsi di dosso l'immagine del mollaccione. Recentemente Die Welt ha accusato Hollande di aver "perso la bussola" e di aver finito per rispolverare le politiche di Nicolas Sarkozy, dal quale sembrava tanto desideroso di distanziarsi. Il quotidiano tedesco parlava di economia, ma l'affermazione si può allargare anche all'attivismo in politica estera con cui il presidente, come il suo predecessore, sembra puntare per far dimenticare le amarezze dei numeri.

    Durante la conferenza, Hollande è stato il primo leader occidentale ad annunciare del riconoscimento della nuova Coalizione nazionale come legittima rappresentante del popolo siriano. Con il suo impegno in favore della creazione e del riconoscimento internazionale del nuovo ombrello dell'opposizione siriana "la Francia ha recitato una parte importante e ha tutte le ragioni di esserne fiera", ha commentato Bernard Guetta su Libération.

    Il 15 novembre il ministro degli esteri Laurent Fabius si è spinto parecchio più in là, dichiarando che l'Unione europea dovrebbe sospendere l'embargo sulla vendita di armi alla Siria per permettere il rifornimento degli arsenali dell'opposizione. L'appello di Fabius ha subito riscosso l'appoggio del governo britannico. Ma dato che sarà necessario l'accordo di tutti e 27 gli stati membri, Bruxelles ha avvertito che la revisione non si farà certo in tempi brevi.

    La crisi siriana non è il solo campo in cui la Francia sta cercando di assumere un ruolo guida, ottenendo l'appoggio dei partner europei senza il fastidio di dover fare poi qualcosa di concreto. "Da quando è stato nominato sei mesi fa, il ministro francese della difesa Jean-Yves Le Drian cerca di rilanciare l'Europa della difesa, malgrado lo scetticismo diffuso e la crisi dell'euro", scrive ancora Libération. Il 14 novembre Le Drian e Fabius hanno organizzato un mini-summit al Quai d'Orsay con i loro omologhi tedeschi, polacchi, italiani e spagnoli per affermare la volontà dei cinque paesi di approfondire il coordinamento europeo in ambito militare. Intervistato da Libé, Le Drian ha dichiarato

    La situazione è cambiata, e l'Europa della difesa è diventata una necessità. Per almeno tre ragioni. Primo, gli americani hanno chiaramente annunciato il loro riequilibrio verso l'Asia e il Pacifico. Secondo, il bisogno di sicurezza – come dimostra il Sahel – resta grande per l'Europa. Terzo, siamo tutti di fronte a forti limitazioni di bilancio.

    Tali considerazioni avrebbero potuto valere anche per la fusione tra Bae Systems e Eads, che secondo molti sarebbe stato il primo vero mattone del'"Europa della difesa". Ma in quel caso il governo francese aveva contribuito al fallimento con la sua scarsa disponibilità a mollare il controllo politico sull'operazione.

    Nello stesso incontro Le Drian ha ribadito l'impegno del governo francese in favore dell'intervento militare nel nord del Mali, ottenendo a quanto pare l'adesione di Londra e Berlino. Il ministro ha anche fornito il primo dato concreto sulla partecipazione europea al contingente: circa duecento istruttori che si limiteranno ad addestrare le truppe fornite dall'Ecowas e non saranno assegnati a ruoli di combattimento. Secondo molte voci un intervento poco convinto potrebbe essere molto più dannoso che non fare nulla. Ma, come in Libia con Sarkozy, nessuno convocherà una conferenza stampa per raccontare le conseguenze.