Blog VoxEurop

  • La prossima guerra dell’Ue

    Presseurop
    07 novembre 2012

    Nonostante il premio Nobel per la pace e i molti dubbi espressi sulle sue capacità di azione internazionale, l'Europa si prepara per il suo prossimo intervento armato. Il bersaglio però non è la Siria, come molti avrebbero pronosticato, ma i ben più abbordabili – almeno sulla carta – separatisti tuareg e fondamentalisti islamici che hanno preso ormai da mesi il controllo del nord desertico del Mali.

    Da tempo si parla di un intervento straniero per aiutare il gracile esercito maliano a riprende il controllo del territorio, ma i preparativi stanno ora cominciando ad assumere contorni più concreti. Il 6 novembre a Bamako una commissione di esperti militari, a cui hanno partecipato anche gli inviati di Francia e Germania, ha consegnato il suo rapporto sull'intervento. Secondo i loro piani sarà necessario un contingente di non meno di quattromila uomini, in massima parte forniti dai paesi dell'Africa occidentale. Ma le porte della missione sono aperte anche alle "truppe non africane", ovvero europee. Il loro ruolo dovrebbe limitarsi al supporto e all'addestramento del contingente africano, ma la loro partecipazione ad azioni di combattimento non viene più esclusa a priori.

    A premere per il coinvolgimento diretto è soprattutto la Francia. Da diverse settimane esponenti del governo Hollande descrivono l'intervento come "inevitabile", sia perché "gli interessi della Francia", ex potenza coloniale, sono in gioco, sia perché ci sarebbe il rischio che la zona diventi un grande campo d'addestramento per aspiranti attentatori diretti verso obiettivi europei. Pare infatti che diversi giovani francesi di ascendenza islamica abbiano già fatto le valigie per unirsi al jihad nel Sahara.

    Germania e Stati Uniti suggeriscono un approccio più prudente, dato che in assenza di nuove elezioni in Mali non c'è speranza di offrire una legittimazione democratica alla rioccupazione del nord. Inoltre la coalizione dei ribelli sta già mostrando le prime crepe: se Al Qaeda nel Maghreb islamico mantiene la linea dura, i "moderati" di Ansar Dine hanno recentemente rigettato il terrorismo e aperto al dialogo con i paesi del Sahel. Oltre agli islamisti, poi, ci sono i tuareg che hanno preso le armi solo per protesta contro il disinteresse del governo di Bamako, e potrebbero essere convinti a deporle con qualche concessione sostanziale. Der Spiegel ha riassunto lo scetticismo tedesco:

    Da anni la Francia combatte i fondamentalisti islamici nel Sahel, con le sue truppe speciali, istruttori per l'esercito maliano, soldi ed equipaggiamento, e soprattutto senza successo. […] I governi Ue vogliono minimizzare i rischi per i loro soldati, ma un approccio modesto avrebbe scarsi effetti nel breve termine. I tuareg avvertono che Al Qaeda sta diventando sempre più impopolare tra loro, ma un intervento occidentale potrebbe ridare sostegno ai terroristi. La missione rischia di essere un fallimento, anche perché il tempo scarseggia. Se sperano di invadere il nord prima della torrida estate, gli europei dovranno cominciare l'addestramento entro l'inverno. E se rimandano la missione gli islamisti avranno un sacco di tempo per rafforzare le proprie posizioni.

    Insomma, ci sono tutti gli elementi per prefigurare uno scenario di tipo somalo o afgano. Ma nonostante la pretesa discontinuità con il neobonapartismo di Sarkozy e il suo precipitoso intervento in Libia, Hollande sembra deciso ad andare avanti. I piani dell'intervento saranno sottoposti al Consiglio di sicurezza dell'Onu a metà novembre. Intanto si è già mosso il Servizio europeo di azione estera: Catherine Ashton è stata in visita ad Algeri il 6 novembre, ufficialmente per parlare di tutela del patrimonio artistico e investimenti infrastrutturali, in realtà per convincere la maggiore potenza regionale ad appoggiare l'intervento.

  • L’Europa vista da Boca Raton

    Presseurop
    24 ottobre 2012

    A parte qualche stato menzionato di sfuggita e il solito riferimento al "fare la fine della Grecia", gli spettatori dell'ultimo dibattito televisivo tra Obama e Romney avrebbero potuto tranquillamente "scordarsi che l'Europa esiste", scrive Slate.

    Tra gli argomenti affrontati dai due candidati "la crisi dell'euro non c'era, nonostante l'amministrazione Obama tema che i problemi dei debiti sovrani possano ostacolare la sua rielezione, e nonostante la pressione transatlantica, soprattutto sui tedeschi, perché si affronti finalmente la crisi", commenta il Guardian. Perché? Secondo Il Foglio

    l'Europa da tempo non è una priorità per Washington. Da alleato di ferro è diventata un peso, il simbolo del fallimento finanziario e del declino […]. Bruxelles […] è l'alleato inaffidabile che fa perdere tempo e che destabilizza l'economia del pianeta. Un modello negativo e superato, strategicamente irrilevante per gli interessi della grande potenza.

    Un'analisi un po' troppo pessimistica, dato la scarsa rappresentatività dei dibattiti di questo tipo rispetto alle reale gerarchia degli interessi di Washington. La politica estera non è certo al primo posto tra le preoccupazioni degli elettori degli swing states americani, a meno che non si parli di guerre e Medio Oriente, che infatti ha monopolizzato il dibattito. L'Europa poi è una questione particolarmente intricata, che mal si presta a essere semplificata in catchphrase da far riverberare sui titoli del giorno dopo. Ma per Libération il fatto che gli americani si siano scordati di noi dovrebbe piuttosto darci sollievo:

    Secondo molti diplomatici europei c'è da essere contenti che l'Europa sia scomparsa dai radar americani. Almeno la crisi dell'euro non è più brandita da Obama come la maggior fonte dei problemi economici dell'America e Romney ha smesso di fare del "socialismo europeo" il suo principale spauracchio di campagna. La discutibile conclusione di un eminente diplomatico europeo a Washington: di questi tempi meno si parla di noi negli Stati Uniti e meglio è.

  • Nel fumo delle lobby

    Presseurop
    19 ottobre 2012

    C’è molto fumo nella vicenda delle dimissioni del commissario europeo alla sanità John Dalli, e non è solo una battuta scontata. Dalli, ex ministro degli esteri maltese che aveva lasciato la carica dopo appena tre mesi per un'altra storia di favoreggiamenti, si è dimesso il 16 ottobre in seguito a un'inchiesta dell'ufficio europeo antifrode (Olaf) sui suoi contatti con l'industria del tabacco. Un'azienda svedese del settore ha infatti affermato di essere stata contattata da un imprenditore maltese che avrebbe offerto la disponibilità del commissario ad ammorbidire la nuova direttiva europea sul fumo a proposito dello snus, il tabacco da masticare scandinavo.

    Subito dopo le dimissioni, le prime di un commissario Ue dalla clamorosa uscita di scena dell'intera commisione Santer nel 1999, Dalli ha però rilasciato una videointervista in cui accusa il presidente José Manuel Barroso di averlo costretto a lasciare senza neanche poter leggere le conclusioni dell'inchiesta (che non sono state rese pubbliche) e la lobby del tabacco di aver costruito il caso per incastrarlo.

    Il giorno dopo, il 18 ottobre, un altro colpo di scena: dei ladri entrano in un palazzo del quartiere europeo di Bruxelles. Tra gli otto piani di uffici, però, visitano soltanto quelli dell'European smoke free partnership e dell'European public health alliance – due organizzazioni che si battono per l'introduzione di norme più rigide sul consumo di tabacco nell'Ue – e portano via solo qualche computer e alcuni documenti relativi alle loro campagne.

    Un'altra prova che la lobby del tabacco ha deciso di usare le maniere forti per bloccare la direttiva europea che avrebbe dovuto essere presentata in autunno, sostengono le ong antifumo – che secondo alcuni non sarebbero che un'altra lobby. Di sicuro la direttiva, che contiene misure ancora più restrittive sui prodotti a base di tabacco e persino sulle sigarette elettroniche (la Ecita, la lobby delle aziende che le producono, è stata tra i primi a infierire su Dalli dopo la sua caduta), subirà un grosso ritardo, e potrebbe addirittura essere passata in eredità alla prossima commissione europea.

    Insomma, l'unica cosa certa in questa vicenda è che la parola lobby compare troppo spesso. Durante il festival di Internazionale a Ferrara è stato presentato il documentario The Brussels business, di Friedrich Moser e Matthieu Lietaert, che fa luce sul funzionamento di questa vera e propria industria dell'influenza che svolge un ruolo determinante nell'oscuro processo legislativo europeo. Come ricordano gli autori, nel 2005 il commissario Siim Kallas aveva lanciato un'iniziativa sulla trasparenza che avrebbe dovuto istituire un registro obbligatorio per i rappresentanti dei gruppi di interesse a Bruxelles, rendendo così tracciabile la loro attività. In seguito a pressioni non meglio identificate, però, la proposta era stata ridimensionata fino all'irrilevanza. Chissà se questo episodio basterà a riaprire il dibattito.

  • Un Nobel alla carriera, non al merito

    Presseurop
    12 ottobre 2012

    Questo matrimonio non s’aveva da fare. Dopo l’annunciato fallimento della fusione tra Eads e Bae, le parti in causa hanno subito cominciato a scaricarsi la colpa. In realtà le cause del fiasco possono identificarsi in tre ben note idiosincrasie: l’ossessione della Francia per la sovranità nazionale, il disprezzo del Regno Unito per le logiche continentali e la sua preferenza per la “special relationship” con gli Stati Uniti e l’incapacità della Germania di superare il provincialismo economico-elettorale e il complesso d’inferiorità con Parigi.

    Sebbene non fosse un matrimonio d’amore, questa unione aveva certamente dalla sua la convenienza, soprattutto sul piano economico. Ma c’è dell’altro. Per una significativa coincidenza, il tabloid popolare tedesco Bild e il quotidiano economico Handelsblatt hanno entrambi definito il fallimento della fusione “un colpo al sogno europeo”. Non è un’esagerazione. La nascita di un grande gruppo paneuropeo poteva costituire il nucleo dell’“Europa della difesa” più volte invocata come prerequisito per l’integrazione politica ed economica.

    L’industria della difesa, in scienza politica il “complesso militare-industriale”, è una delle strutture portanti dello stato moderno. Oltre alla dimensione puramente strategica, essa influenza in modo determinante la politica estera. La decisione di vendere armamenti a un governo straniero piuttosto che a un altro è una scelta politica, e una volta presa determina le alleanze in modo ben più concreto e stabile che non i trattati di amicizia e le velletarie iniziative del Servizio europeo di azione estera. Senza il controllo di questa leva è impensabile che l’Ue possa dotarsi di una politica estera coerente. Che succederebbe alla diplomazia degli Stati Uniti se Washington non potesse condizionare le esportazioni militari alle alleanze politiche?

    Uno degli aspetti che determinano il successo o il fallimento dei processi di nation building, quale dovrebbe essere l’integrazione europea, è la convergenza dei gruppi d’interesse fondamentali che operano nelle entità costituenti. L’industria bellica è uno di questi. Un altro è l’industria energetica. In questo settore il differente orientamento delle aziende dei paesi chiave è responsabile della contraddittoria e fallimentare politica europea nei confronti della Russia e del Medio Oriente.

    Eppure il dibattito pubblico europeo continua accuratamente a evitare questi argomenti. L’integrazione europea avanza in campi in cui tutti sono d’accordo anche perché hanno scarse ricadute pratiche, come la tutela dei diritti umani, o in quelli su cui i governi non vogliono mettere la faccia, come l’imposizione della disciplina di bilancio. Ma i “giochi da grandi” continuano a svolgersi nelle capitali.

    Secondo alcuni il modello europeo può ancora contare sul “soft power”, l’insieme di forze di attrazione culturale che dovrebbe compensare in politica internazionale la perdita di “hard power”. L’attribuzione del Nobel per la pace all’Ue non potrà che confermare questa impressione nel breve periodo. Ma il fascino non va d'accordo con la debolezza e la divisione, come ha dimostrato l’evoluzione della “primavera araba” di fronte alla reazione europea e la paralisi di Bruxelles davanti alla crisi in Siria, dove non ha neanche tentato di svolgere un ruolo di mediazione pur marginale. In queste condizioni, non si vede cosa potrà fare l'Europa per meritare un altro Nobel negli anni a venire.

  • Anche l’Erasmus cede all’austerity

    Presseurop
    03 ottobre 2012

    Anche uno dei simboli più popolari dell'integrazione europea rischia di essere inghiottito dalla crisi, rivela El País. Il programma Erasmus, che ha appena celebrato il 25esimo anniversario e ha portato oltre due milioni di studenti nelle università degli altri paesi Ue, rischia infatti di rimanere senza soldi a causa del taglio del bilancio 2012 imposto dai paesi membri alla Commissione europea l'anno scorso. Bruxelles aveva avvisato che i fondi non sarebbero stati sufficienti per le spese già in programma, e così è stato: le borse per gli studenti da settembre a dicembre sono coperte solo per il 70 per cento, e non è chiaro se e dove sarà trovato il resto.

    Del resto, avverte l'eurodeputato francese Alain Lamassoure, l'Erasmus non è l'unico programma a rischiare la bancarotta: anche il Fondo per la ricerca e l'innovazione è a secco, e diversi stati membri perderanno contributi Ue di ogni tipo per centinaia di milioni di euro. Il commissario al bilancio Janusz Lewandowski ha chiesto un contributo straordinario agli stati per tappare le falle a breve termine, ma la situazione per il 2013 si annuncia ancora più difficile, dato che diversi paesi chiave – tra cui Francia e Germania – hanno chiesto un taglio di 5 miliardi di euro al prossimo bilancio.

  • Industria: Dubbi sulla fusione Bae-Eads

    Presseurop
    19 settembre 2012

    "La politica potrebbe rappresentare l'ostacolo principale alla creazione di un colosso europeo dell'aeronautica e degli armamenti", scrive Il Foglio. Il 12 settembre Les Echos aveva rivelato i piani per la fusione tra il consorzio franco-tedesco Eads, proprietario tra l'altro del costruttore aeronautico Airbus, e la britannica Bae Systems. Il nuovo soggetto avrebbe le dimensioni necessarie a garantirne la sopravvivenza in un mercato internazionale sempre più affollato e "costituirebbe l'embrione privato dell'Europa della difesa", scrive Il Foglio, ma "sta incontrando una fredda accoglienza nelle capitali".

    A Londra si levano voci sul rischio di mettere in discussione la 'special relationship' tra Regno Unito e Stati Uniti. [...] Per la Francia il timore maggiore è di perdere l'influenza su Eads e la sua filiale aeronautica Airbus. In caso di successo, Eads dovrebbe trasformarsi in un'impresa normale: fine delle presidenze doppie o a staffetta; stop ai consigli di amministrazione politicizzati; addio decisioni fondate più su interessi localistici che su logiche economiche. [Merkel] sembra esitare per il rischio di vedere spostarsi le attività legate all'aviazione civile di Eads in Francia e quelle della difesa nel Regno Unito. In gioco ci sono posti di lavoro e impianti tedeschi che, a un anno dalle elezioni, la cancelliera non può permettersi di perdere. [...] Nonostante i vantaggi geo-strategici della fusione – economie di scala, complementarità nelle specializzazioni e nei mercati di riferimento, rafforzamento della potenza commerciale – Berlino e Parigi continuano a tentennare.

    Un altro esempio da manuale delle dinamiche osservate mille volte negli ultimi anni, e una buona occasione per testare la volontà politica di superarle in vista delle trattative per l'attesa "svolta federalista". Come andrà a finire?

  • Politica: La democrazia si restringe

    Presseurop
    13 settembre 2012

    Di fronte alla paralisi dei politici nazionali, altre strutture – Banca centrale europea, Corte costituzionale tedesca, Corte di giustizia europea – hanno preso la guida degli affari europei. Un strappo alla democrazia da ricucire subito.

    Forse il modo migliore per descrivere il paradosso attuale della democrazia europea è dire che la sua sorte è stata in questi giorni affidata alle decisioni del consiglio della Banca centrale europea (Bce) e della Corte costituzionale tedesca. Nel momento in cui i dirigenti politici europei, ormai convinti della loro impotenza, se non della loro illegittimità, a vincere la "battaglia della credibilità" degli stati nei confronti dei mercati, hanno acconsentito a privarsi dei loro margini di manovra in favore di organi indipendenti e di procedure di sanzioni automatiche (il famoso trattato di stabilità), i giudici (nazionali ed europei) e i banchieri centrali hanno finito per assumere un ruolo centrale nella gestione quotidiana degli affari europei.

    Attraverso una forma di inversione simbolica, sono ormai i cosiddetti "indipendenti" ad animare il dibattito sul futuro dell'Unione politica e a svolgere funzioni che vanno ben oltre la sola legittimità funzionale che attiene al loro mandato iniziale. Così i dirigenti della Bce sono passati rapidamente dalla difesa della "stabilità dei prezzi" alla rivendicazione di "riforme strutturali" (mercato del lavoro, moderazione salariale e così via) e di recente partecipano attivamente alle discussioni sull'architettura della futura unione politica.

    Una partecipazione che ormai si estende anche alla scrittura dei futuri trattati, come nel caso della missione assegnata al gruppo dei cosiddetti "quattro saggi" (presidenti rispettivamente del Consiglio europeo, della Commissione, dell'Eurogruppo e della Bce). Per colmo d'ironia, questi "indipendenti" non esitano a ricordare agli stati i loro obblighi democratici: in diverse occasioni il presidente della Bundebank Jens Weidmann e quello della Bce Mario Draghi hanno ripetuto la necessità di aumentare la "responsabilità democratica" nei nuovi dispositivi istituzionali; in più di un'occasione la Corte costituzionale tedesca ha assunto il ruolo di ultimo baluardo in difesa del parlamento nazionale e così via.

    Insomma tutto sembra sottolineare, malgrado i venti anni di rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, la grande precarietà della legittimità democratica nell'Unione e la forza delle istituzioni apolitiche, tribunali, banche centrali, agenzie o autorità e così via. La catena del processo di delega dai poteri democraticamente eletti alle istituzioni indipendenti ha continuato ad allungarsi.

    Di conseguenza è difficile credere nell'assicurazione di José Manuel Barroso, che ancora a giugno in occasione del vertice del G20 riteneva che l'Europa non deve ricevere lezioni di democrazia dai paesi emergenti. Chiunque voglia "riorientare il corso della costruzione europea" farebbe quindi meglio a partire dalla constatazione più realistica di una democrazia europea che va sempre più riducendosi. Da questo punto di vista la sola introduzione dell'elezione diretta del presidente della Commissione – il nuovo obiettivo della diplomazia tedesca – non può bastare a dare un nuovo slancio democratico all'insieme politico europeo. Al contrario potrebbe addirittura rivelarsi una nuova chimera europea se dovesse accompagnarsi – come vorrebbero i conservatori tedeschi – alla concessione di nuovi poteri alla Banca centrale e alla Corte di giustizia.

    La revisione dell'Unione politica dovrà necessariamente cercare di inventare nuove forme di legami democratici con queste istituzioni "indipendenti". Non si tratta più di modificare la loro sfera di competenza, ma piuttosto di ripensare i due pilastri sui quali si è finora basata la loro autorità: una certa idea della loro indipendenza, concepita come indipendente da interessi di parte, e una pretesa obiettività scientifica delle loro diagnosi e verdetti. Per quanto riguarda il primo punto l'introduzione di una forma di rappresentanza dei partner sociali e delle minoranze politiche permetterebbe di assicurare un'autentica "indipendenza", evitando che questi nuovi spazi della politica europea finiscono nelle mani di un gruppo, uno schieramento o un'ideologia.

    Solo questo pluralismo -ed è il secondo punto – sarà in grado di far discutere su quelle controversie tecniche e politiche che allargheranno il perimetro del dibattito al di là della cerchia degli economisti e dei giuristi. I governi, attraverso il controllo delle nomine dei membri di queste istituzioni, hanno ancora gli strumenti per aprire queste scatole nere. Solo a questa condizione gli organismi democratici europei – Parlamento europeo in testa – non diventeranno istituzioni prive di contenuti.

  • Euro: Il cucchiaio di Draghi

    Presseurop
    11 settembre 2012

    I tempi in cui la duttilità degli italiani e l'amore per il calcio erano altrettanti sinonimi di bunga bunga sembrano lontanissimi ora che siamo stati riammessi tra i paesi responsabili e rispettabili. Nel suo editoriale sul New York Times, Roger Cohen celebra la tecnica e la visione di gioco di Mario Draghi, che con il suo piano di acquisto del debito ha superato il catenaccio della Bundesbank. Come quasi sempre avviene nel calcio, e come è avvenuto agli ultimi europei, la Germania sembra imbattibile ma alla fine vinciamo noi.

    La malleabilità e la maestria degli italiani sono troppo per i diktat tedeschi. Super Mario ha battuto la Germania con una serie di finte che ha fatto sembrare i duri della Bundesbank agili ed efficaci come balene spiaggiate. [...] Draghi il gesuita ha aiutato [Angela Merkel a fare le scelte giuste], con le sue frasi ellittiche e la sua capacità tutta italiana di andare a zig zag fino all'obiettivo. Sarebbe facile paragonarlo ad Alexander Hamilton al tempo della prima crisi del debito statunitense. Ma io preferisco vederlo come Andrea Pirlo, il centrocampista dalla visione a 360°, mai affrettato, sempre sicuro, maestro dei passaggi lunghi e corti, flagello della Germania, un fantasista che sa colpire il bersaglio con precisione.

  • Informazione: Berlusconi e l’Economist, ultimo atto

    Presseurop
    10 settembre 2012

    Ricordate la celebre copertina dell'Economist contro la candidatura di Silvio Berlusconi nel 2001? Ricorderete anche che l'ex premier l'aveva presa piuttosto male e aveva querelato il settimanale britannico per diffamazione. Bene, la causa è giunta a sentenza definitiva dopo la bocciatura dell'appello di Berlusconi, che ha avuto torto ed è stato condannato a pagare anche le spese processuali.

    Un'altra causa per diffamazione intentata contro l'ex direttore Bill Emmott si è ugualmente conclusa male per il cavaliere. L'Economist dedica alla questione appena un trafiletto, ma grondante di soddisfazione e sarcasmo fin dal titolo: "In contanti va benissimo, Silvio". A conclusione di undici anni di infruttuoso accanimento giudiziario, il settimanale pone questa epigrafe:

    Negli anni in cui il signor Berlusconi ha dominato la politica dell'Italia, la sua economia è cresciuta più lentamente di quella di qualsiasi altro paese del mondo eccetto Libia e Zimbabwe. Forse avrebbe dovuto concentrarsi di più su questo.

  • Regno Unito: Le nuove suffragette

    Presseurop
    30 agosto 2012

    Volete imparare qual è la posizione migliore da adottare quando la polizia cerca di trascinarvi via da un sit in? Oppure quali sono i metodi per portare avanti una campagna di sensibilizzazione? O ancora quali sono i vostri diritti legali se venite accusate di aver formato una catena umana per bloccare il traffico? Il 15 e 16 settembre all’Università di Bristol, nella Gran Bretagna sudoccidentale, si darà il via a una serie di incontri, workshop e discussioni in occasione della Suffragette Summer School, una due giorni di formazione femminista per educare all’arte della protesta non violenta.

    Circa 500 partecipanti sono attesi quest’anno per discutere, scambiarsi idee e tattiche e svolgere seminari pratici in un appuntamento “perfetto per chiunque voglia organizzarsi a livello locale, nazionale e globale per sradicare la disuguaglianza di genere”, come si legge sul sito. Le giovani organizzatrici sperano di ispirare una nuova generazione di femministe con lo stesso dinamismo delle suffragette che si sono battute per il diritto al voto all’inizio del secolo scorso. Come ha spiegato al New York Times Kat Banyard, fondatrice del gruppo UK Feminista, che organizza l’incontro: “Ci sono modi creativi in cui persone ordinarie possono inserire le questioni femministe nell’agenda dominante. L’azione diretta non deve per forza essere illegale. È molto importante che la gente conosca il proprio diritto legale a protestare”.

    Kat Banyard, trentenne autrice del libro The equality illusion, sul livello di uguaglianza raggiunto dalle donne in Gran Bretagna, sostiene che negli ultimi due anni il numero dei gruppi che prendono parte alla Summer School è triplicato, arrivando a sfiorare il centinaio. L’aumento della sensibilità nei confronti delle questioni di genere è dovuto al fatto che ci si è resi conto di come la crisi finanziaria e le misure di austerità varate dal governo di Londra abbiano colpito molto di più le donne rispetto agli uomini. I tagli alla spesa, infatti, si abbattono soprattutto sul settore dei servizi, dove sono impiegate in maggioranza donne, sulle cui spalle finiscono per pesare sempre più anche tutti i compiti di cura.

    “Questa è una battaglia femminile”, ha detto al Guardian la cinquantenne attivista Vita, “Sappiamo che le donne sono colpite dai tagli in maniera sproporzionata e questo è un modo per farlo sapere”. Una consapevolezza condivisa anche dalle donne più giovani, preoccupate degli stereotipi ancora radicati nella società britannica: “Credo che ci sia un enorme problema di immagine che a volte è esacerbato dalle stesse donne che non rappresentano il femminismo nel modo migliore”, ha detto al quotidiano la ventiduenne Rachelle Hunt. Per cercare nuove risposte a queste vecchie questioni si può partecipare ai workshop (aperti a entrambi i sessi) “Conoscenze mediatiche”, oppure “Cambiare la conversazione sui tabù” o anche “Coinvolgere gli uomini nell’attivismo femminista”.

    Lo scopo principale della scuola estiva è fare in modo che le questioni di genere non siano più relegate ai margini della società e trattate come temi di secondo ordine o di nicchia, come spiega Banyard al Nyt: “Il femminismo può ancora essere isolato perché è così stigmatizzato. Può essere difficile dire alle persone che non ti conoscono che sei femminista a causa degli stereotipi ancora esistenti. Le persone credono che le femministe odino gli uomini, siano prive di umorismo e si debbano vestire in un certo modo, quindi il solo fatto di ritrovarsi tutte insieme è importante. Ci ricorda che là fuori c’è un movimento globale e che non siamo sole. Partecipiamo a una straordinaria battaglia per creare un mondo migliore”.