Blog VoxEurop

  • Migrazione: Saamiya e le colpe dell’Europa

    Presseurop
    21 agosto 2012

    La sua storia ha fatto il giro del mondo. Perché è una di quelle da fare gelare il sangue. Una favola con il finale da incubo. L’ha raccontata per prima la scrittrice italo-somala Igiaba Scego sul giornale online Pubblico. Ed è una storia non diversa da molte altre che hanno riempito le pagine dei giornali europei e di tutto il mondo negli ultimi anni: una giovane donna somala che si imbarca sulle coste dell’Africa settentrionale nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e di sbarcare in Europa in cerca di un futuro migliore. E non ce la fa. Uno dei circa 1.700 volti senza nome delle persone che, secondo i dati dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr) dal 2011 hanno perso la vita in mare tentando di raggiungere l’Europa.

    Solo che il nome di Saamiya Yusuf Omar era comparso in mondovisione nel 2008 quando, allora diciasettenne, aveva rappresentato il suo paese, la Somalia, alle Olimpiadi di Pechino, correndo i 200 metri. Nel video che circola su Youtube si vede una ragazzina sottile, da subito distaccata da tutte le altre atlete, che arriva ultima al traguardo, tra gli applausi del pubblico. La notizia della sua morte è stata data durante una conferenza del comitato olimpico nazionale dall’ex atleta somalo Abdi Bile, l’unico ad aver riportato nel paese martoriato da oltre vent’anni di guerra civile una medaglia d’oro, vinta nei 1500 metri ai mondiali di Roma del 1987.

    Come dimostrano i molti articoli scritti su di lei, la storia di Saamiya ha avuto un impatto particolare sull’opinione pubblica europea. Sia perché nella scia dell’ebrezza lasciata dai giochi di Londra appena conclusi, l’annuncio della sua morte suona come una nota stonata, una brutta notizia che rovina la festa. Sia perché solleva un velo che avvolge le vite dei migranti nell’anonimato, permettendo a noi di accettare con passività e rassegnazione il moltiplicarsi delle immagini di gommoni alla deriva, morti strazianti, respingimenti. Per una volta non possiamo ignorare che si tratta di persone con una vita precedente, sogni, passioni, volontà, comuni a tutti noi. Saamiya ci sbatte in faccia una realtà che, grazie anche a un’informazione che appiattisce tutte le notizie sugli sbarchi e le morti in mare, eravamo riusciti a normalizzare e rendere innocua.

    Nel suo rapporto ‘Hidden Emergency’, (Emergenza nascosta), Human Rights Watch ricorda che in Europa manca un’azione coordinata per evitare le “inutili morti nel Mediterraneo”:

    Le operazioni di soccorso nel Mediterraneo sono ostacolate dalla scarsa coordinazione, dalle dispute sulla responsabilità, dai disincentivi a condurre salvataggi per le navi commerciali e dall’enfasi sul rafforzamento delle frontiere.

    Human Rights Watch esorta l’Europa ad fare in modo che “la prevenzione delle morti nel mare diventi il cuore di un approccio coordinato” alla migrazione e non uno strumento per mettere in atto “politiche volte a evitare gli sbarchi o altre manovre da parte degli stati del nord per scaricare il problema sugli stati del sud come Italia e Malta”.

    Il Parlamento europeo e il Consiglio europeo stanno discutendo la proposta di creare Eurosur, un sistema di sorveglianza che dovrebbe fare ricorso alla tecnologia, compresi droni e immagini satellitari, per monitorare il Mediterraneo e le coste dell’Africa del nord. Secondo Hrw, tuttavia, il progetto è inadeguato perché non “fissa le procedure, le linee guida né i sistemi per garantire che il soccorso in mare sia realizzato in modo efficace”. A parte l’obiettivo dichiarato di salvare le vite dei migranti, infatti, il nuovo sistema “riflette la tradizionale propensione a proteggere le frontiere e a scongiurare gli arrivi”, nota l’organizzazione per la difesa dei diritti umani. Se vuole veramente salvare le vite dei migranti in mare, l’Europa deve mettere in atto un sistema di sorveglianza che abbia come primo e chiaro obiettivo la tutela della vita delle persone e che sia soggetto a un monitoraggio rigoroso e imparziale.

    È facile dare la colpa della tragedia dei migranti nel Mediterraneo ai trafficanti senza scrupoli, al maltempo o al destino crudele. Invece, molte morti possono e devono essere evitate. Ce lo ricorda Human Rights Watch. Ma soprattutto ce lo ricorda Saamiya Yusuf Omar.

  • Italia: Estate di crisi

    Presseurop
    16 agosto 2012

    Quest’anno i romani stanno a casa. Lo sanno anche negli Stati Uniti, dove il New York Times pubblica un articolo dal titolo “‘Resto a Roma’ è il nuovo tema della stagione estiva”, facendo allusione al video della parodia musicale prodotto dalla stazione romana Radio Globo. La morsa dell’austerity si fa sentire e molte persone hanno dovuto rinunciare alle ferie o comunque non si sono potute permettere una vacanza al mare e sono rimaste in città. Persino il Lido di Ostia, storico rifugio dalla calura estiva a mezz’ora dalla capitale, non è stato preso d’assalto dai cittadini in fuga, anche a causa dell’aumento del prezzo della benzina che spinge molte persone a evitare l’auto, approfittando dei parcheggi lasciati vuoti dai più fortunati che hanno potuto abbandonare la città. Come sottolinea il New York Times:

    Anche ora al culmine dell’estate, le sdraio restano abbandonate sotto gli ombrelloni colorati. Le cabine negli stabilimenti balneari, che un tempo bisognava prenotare segnandosi in lunghe liste d’attesa, sono vuote. Decine di lidi che sono serviti da via di fuga stagionale per generazioni di romani, stanno sentendo la brezza gelata dei tempi duri.

    E chi non rinuncia a un tuffo dopo l’orario di lavoro o nel fine settimana cerca comunque di tagliare ogni spesa extra e di fare economia su tutto, continuando a stringere sempre più la cinghia di anno in anno. Normalmente affittare una cabina a Ostia per tutta l’estate (da maggio a settembre compresi) costa tremila euro, ma quest’anno molte sono rimaste vuote, nonostante i prezzi ridotti. “Molte famiglie hanno scelto la condivisione’, spiega il Nyt.

    Gli stabilimenti balneari fanno pagare l’ingresso, quindi molti romani si sono diretti verso le molte spiagge libere di Ostia, dove affittare un lettino costa 5 euro, stendere un asciugamano sulla sabbia è gratis e il pranzo al sacco o snack poco costosi hanno preso il posto dei rilassanti pasti nei ristoranti in riva al mare.

    D’altronde la Federconsumatori già a giugno aveva avvertito che solo il 34 per cento degli italiani avrebbe potuto permettersi una vacanza vera e propria e che il 31 per cento sarebbe stato costretto a rinunciarvi, accontentandosi di qualche giornata nelle località balneari più vicine. Secondo i dati dell’associazione per la tutela dei consumatori, un milione e 800mila romani sono rimasti in città e cinquecento tra artigiani e commercianti mandano avanti le loro attività tutto agosto. “Nella memoria recente non c’è mai stato un crollo così generalizzato e drastico”, ha detto in una nota il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca. E negli Stati Uniti i lettini in disuso nel Lido di Ostia diventano il simbolo della crisi economica italiana.

  • Musica: Voci contro i regimi

    Presseurop
    07 agosto 2012

    Per loro si è mobilitato Sting. Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers ha indossato una maglietta con le loro fotografie durante un concerto a Mosca. Musicisti del calibro di Pete Townshend, Jarvis Cocker e Neil Tennant hanno pubblicato una lettera di protesta sul Times. Peter Gabriel e Patti Smith hanno sostenuto l’appello di Amnesty International per la loro scarcerazione e alla fine si è schierata dalla loro parte anche Madonna giunta a Mosca per il grande concerto di martedì 7 agosto.

    Il gruppo punk Pussy Riot, sotto processo a Mosca per il reato di “vandalismo per motivi di odio religioso” sta sfidando il potere del Cremlino e sta gettando una luce oscura sulla democrazia nell’era di Vladimir Putin, che il 4 marzo scorso ha ottenuto il suo terzo mandato presidenziale malgrado il movimento di protesta che si è opposto alla sua rielezione. Nadezhda Tolokonnikova, 23 anni, Maria Alekhina 24 anni, e Ekaterina Samutsevich, 29 anni, sono sotto accusa per avere eseguito una controversa performance all’interno della Cattedrale del Cristo Redentore, ballando con il volto coperto da passamontagna colorati e cantando una canzone che critica il sostegno dato a Putin dalla chiesa ortodossa, il cui ritornello recita: “Vergine Maria liberaci da Putin”. Il pubblico ministero ha chiesto tre anni di detenzione in un campo di lavoro.

    I giorni scorsi le artiste si sono lamentate per le loro condizioni di prigionia, hanno denunciato di essere state lasciate senza cibo e acqua per dodici ore e di essere costrette a dormire non più di quattro ore a notte: “È una tortura”, ha detto Maria Alekhina, “ma dio è con me e non ho paura”. Ma quello delle Pussy Riot è solo l’ultimo esempio in ordine di tempo di uno storico conflitto asimmetrico tra provocatori musicali e regimi repressivi, da cui raramente il potere esce vittorioso. Lo sottolinea la rivista statunitense Foreign Policy che stila una lista di musicisti che si sono scontrati con i propri governi e sono diventati icone intramontabili.

    Il 31 marzo 1964 le truppe fedeli al generale Olímpio Mourão Filho marciarono sulla metropoli costiera brasiliana di Rio de Janeiro, l’inizio di un colpo di stato che rovesciò il governo democraticamente eletto del presidente di sinistra João Goulart e fece precipitare il paese in due decenni di dittatura militare. Quattro anni dopo, un collettivo di musicisti dello stato di Bahia, guidati dai cantanti Caetano Veloso e Gilberto Gil lanciarono Tropicália: ou Panis et Circensis il manifesto di un album che sfidava tutti i generi e ha lanciato un movimento artistico che porta lo stesso nome.

    Negli stessi anni dall’altra parte del mondo dalla Primavera di Praga emergeva il gruppo rock underground dei Plastic People of the Universe. L’arresto e il processo dei membri della band diede vita al movimento per la democrazia e a gennaio del 1977 oltre 200 attivisti politici e intellettuali firmarono una lettera in cui chiedevano al governo ceco maggior rispetto per i diritti umani. La Charta 77 segnò l’inizio della resistenza civile antiregime che 12 anni più tardi sfociò nella rivoluzione di velluto.

    Il 1977 è anche l’anno di uscita di Zombie del nigeriano Fela Anikulapo Kuti, pioniere del genere Afrobeat e voce scomoda contro il colonialismo occidentale, la corruzione e il regime militare nel suo paese. Quando morì di Aids nel 1997, Kuti aveva formato un partito politico, aveva cercato senza successo di candidarsi come presidente ed era stato imprigionato due volte da due diversi governi. “Nelle tue canzoni puoi parlare di amore o delle persone con cui andrai a letto“, ha detto una volta, “ma nel mio ambiente, nella mia società... non esiste musica di piacere, niente come l’amore. È più una lotta della gente per la propria esistenza”.

    Un’altra icona della musica africana nella lista di Foreign Policy è Hugh Masekela, trombettista anti-apartheid che ha suonato canzoni come l’inno di Nelson Mandela Bring him back home. All’inizio degli anni Ottanta Masekela mise in piedi uno studio di registrazione e una scuola di musica nella periferia di Gaborone, in Botswana, ma fu costretto a fuggire dopo l’irruzione nella zona dei soldati sudafricani. Trascorsi 30 anni di esilio volontario, è tornato a Johannesburg nel 1990, poco dopo la liberazione di Mandela.

    L’ultimo e più recente esempio di musica antiregime proposto da Foreign Policy è la colonna sonora della rivoluzione araba:

    Poco meno di sei settimane prima che il venditore di frutta Mohamed Bouazizi si desse fuoco davanti all’edificio governativo provinciale nella Tunisia centrale, il rapper 21enne chiamato El Général (nome di battesimo Hamada Ben Amor) ha postato un video musicale sulla sua pagina di Facebook. Era il 7 novembre 2010, il ventesimo anniversario dell’ascesa al potere del presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali; la canzone di El Général, Rais Lebled (presidente della repubblica in dialetto tunisino) era un atto di accusa al regime brutalmente franco e, data la reputazione dei servizi di sicurezza di Ben Ali, incredibilmente rischioso.

    Forse è presto per dire se le Pussy Riot riusciranno a scuotere le fondamenta del potere di Putin, ma, come cantava il menestrello delle canzoni rivoluzionarie Bob Dylan: “If your time to you is worth savin’ then you better start swimming or you’ll sink like a stone, for the times they are a-changing” (Se il tempo per voi rappresenta qualcosa forse fareste meglio a incominciare a nuotare o affonderete come pietre, perché i tempi stanno cambiando).

  • Intervista (2/2): Martin Schulz: “I leader europei sono in ritardo di due anni”

    Presseurop
    26 luglio 2012

    Secondo Martin Shultz l’euro può ancora essere salvato, ma per farlo i capi di stato e di governo europei dovrebbero sforzarsi di oltrepassare i meccanismi e gli interessi politici personali e concedere una possibilità al Parlamento. Nell’intervista concessa a Presseurop (qui potete leggere la prima parte), il presidente del Parlamento europeo delinea l’immagine del Parlamento che vorrebbe creare: un contro-potere che rappresenti il popolo davanti al Consiglio europeo e alla Commissione.

    D: Signor presidente, la crisi dell’euro sta attraversando la sua terza estate. Crede che la moneta unica possa ancora essere salvata?

    Sì, penso che l’euro possa ancora essere salvato. Dipenderà dalla volontà di ciascuno di sposare un durevole modello di gestione dell’eurozona. In occasione dell’ultimo vertice [il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno] ci siamo messi d’accordo nel corso di una riunione notturna, ma l’indomani due governi hanno dichiarato: “Non è questo che vogliamo dire”. Questi incidenti sono disastrosi. Facciamo parte di una zona economica forte, con una moneta forte e 17 governi diversi. Così non si può andare avanti.

    D: La crisi dell’euro è stata al centro di 25 vertici e innumerevoli “decisioni storiche” che di storico hanno soltanto il nome. La situazione attuale alimenta la collera dei cittadini, stufi di vedere i governi europei ostinarsi nell’attuale status quo. Cosa vuole dire ai cittadini europei per convincerli a credere ancora nell’Europa?

    Cerco di rivolgermi ai cittadini e alle cittadine d’Europa con messaggi positivi. Dico loro che se vogliamo, se lavoriamo insieme, possiamo essere molto forti. Se invece non vorremo agire insieme, se ci divideremo in unità indipendenti con la Germania come stato più grande e Malta il più piccolo, diventeremo il giocattolo degli interessi delle altre regioni del pianeta.

    Parliamo spesso di paesi “in ascesa” come il Brasile, il Sudafrica, l’India, la Cina… Spero per gli europei che presto non si parli di paesi “in discesa”. Per impedirlo abbiamo bisogno di un’Europa forte e unita.

    Il problema non sono le istituzioni ma la reticenza a unirsi dei capi di governo, quelli dell’eurozona ma anche quelli degli altri stati dell’Unione. Questa reticenza è dovuta al fossato ideologico che esiste all’interno del Consiglio. Da un lato c’è l’approccio della Germania ma anche dei Paesi Bassi, della Finlandia e di altri paesi, ovvero ”Non abbiamo intenzione di pagare per loro”, mentre dall’altro c’è l’idea che soltanto una condivisione del debito può essere la soluzione ai nostri problemi, sostenuta da paesi che esagerano nell’altro senso… Se non riusciremo a costruire un ponte tra queste due posizioni e trovare un compromesso solido ci aspettano tempi difficili. È questo che vorrei dire agli elettori e alle elettrici.

    D: Volete fare del Parlamento europeo un’istituzione capace di tener testa al Consiglio dei capi di stato e di governo. Cosa migliorerebbe per l’Europa se a guidarla fosse il Parlamento?

    Noi lavoriamo con maggioranze chiare. Voglio portare tre esempi. Due anni fa il Parlamento ha chiesto e presentato un patto per l’investimento corrispondente all’1 per cento del pil dell’eurozona, ma la proposta è stata rifiutata [dal Consiglio]. L’anno scorso il Parlamento ha approvato la tassa sulle transazioni finanziarie con 570 voti favorevoli, una maggioranza che non avevo mai visto e che trascendeva l’appartenenza ai gruppi politici. Infine due anni fa il Parlamento ha chiesto con una maggioranza schiacciante la creazione di un’unione bancaria. Ancora una volta la proposta è stata rifiutata.

    Oggi, con un ritardo di 24 mesi, il Consiglio europeo ha deciso di realizzare l’unione bancaria, una tassa sulle transazioni finanziarie e un patto per la crescita finanziato con l’1 per cento del pil. E vogliono anche che li ringraziamo. Sono proposte che il Parlamento europeo ha avanzato tanto tempo fa e che i capi di stato e di governo hanno rifiutato con arroganza. E così abbiamo perduto due anni. In sintesi: il Parlamento europeo agisce mentre i capi di governo, sfortunatamente, non lo fanno.

    D: Nessuno si interessa [dei lavori del Parlamento], come dimostra ogni 5 anni l’astensione massiccia alle elezioni europee. Cosa propone per fare in modo che questo appuntamento non sia più soltanto un’occasione per gli elettori di insorgere contro i loro governi nazionali?

    Nelle prossime lezioni per la prima volta ci saranno candidati che faranno campagna in tutta Europa presentando la propria linea politica. Per la presidenza della Commissione ci sarà un candidato per i socialisti, uno per i conservatori, uno per i liberal-democratici, uno per i Verdi e così via.

    Tutto questo darà luogo a campagne elettorali che opporranno programmi e individui. E finalmente al centro di tutto non ci saranno più i governi nazionali, ma si tratterà di capire se a governare l’Europa sarà la sinistra o la destra.

  • Intervista (1/2): Martin Schulz: “Il Parlamento europeo è il luogo della democrazia”

    Presseurop
    20 luglio 2012

    Martin Schulz non risparmia le parole. Nell’intervista concessa a Presseurop in occasione della sua visita ufficiale a Parigi, il presidente del Parlamento europeo ha spiegato che l’istituzione di cui è a capo deve ancora battersi per sopravvivere nel paesaggio comunitario: contro i mercati che vogliono imporre il loro ritmo alla democrazia; contro la mancanza di visibilità del lavoro svolto dagli eurodeputati e anche contro i leader europei che hanno ancora una pessima opinione del funzionamento democratico dell’Ue.

    D: Lei è il presidente del Parlamento europeo da 6 mesi e lo sarà fino al 2014. Qual è la linea di riferimento del suo mandato?

    Il Parlamento europeo è il luogo della democrazia in Europa, e la democrazia in Europa ha bisogno di essere difesa. Non dobbiamo assolutamente arrenderci al principio secondo cui le necessità dei mercati prevalgono sulla democrazia. Al contrario abbiamo bisogno che sia la democrazia a controllare i mercati. Questo processo non è più gestito unicamente dalle istituzioni nazionali, ed è necessario un parlamentarismo transnazionale che dia una legittimità alle istituzioni esecutive comunitarie. Il ruolo del Parlamento europeo è proprio questo. I governi nazionali non sempre sono pronti ad accettarlo, ma è normale che sia così. Nessun parlamento ha mai ricevuto le sue prerogative in dono dai potenti. Abbiamo sempre lottato per i diritti parlamentari. E questo è il mio primo dovere.

    D: Il Parlamento dispone di tutti i mezzi necessari a compiere questa missione?

    Sì, il Parlamento è sufficientemente forte per utilizzare i suoi strumenti legislativi. Un esempio: il consiglio dei ministri dell’interno ha deciso unilateralmente di escludere il Parlamento da una parte della gestione dello spazio Schengen. Il Parlamento ha reagito sospendendo 5 dossier principali, e non ha più intenzione di negoziare fino a quando il Consiglio non avrà abbandonato questa idea sbagliata. Ho già ricevuto segnali che mi fanno pensare a un ritorno del Consiglio al tavolo delle trattative.

    D: Di recente i presidenti del Consiglio europeo, della Commissione europea e della Banca centrale hanno lavorato insieme per presentare il rapporto “Verso una reale unione monetaria”. Il presidente del Parlamento europeo non ha partecipato. Avrebbe voluto essere invitato o fa parte dell’ordine naturale delle cose?

    Questo fatto mostra quale sia il pensiero di alcuni rappresentanti dell’Unione europea. Non viviamo più nell’epoca del Congresso di Vienna, dove le potenze europee si riunivano a porte chiuse per poi comunicare a sorpresa le loro decisioni. Viviamo in una democrazia multinazionale. Che il Parlamento europeo, e in questo caso il suo presidente, sia stato escluso mostra quale sia il pensiero democratico di queste persone. Mi ha stupito che soltanto [il presidente della Commissione europea] José Manuel Barroso abbia obiettato. Non mi aspetto che lo faccia [il presidente del Consiglio europeo] Herman Van Rompuy, perché rappresenta proprio le persone contrarie al rafforzamento del Parlamento europeo. Non tutti, ma la maggioranza. Da [il presidente della Bce] Mario Draghi non mi aspetto nulla, e fino a oggi [il presidente dell’Eurogruppo] Jean-Claude Juncker non si è espresso sull’argomento. Ma in ogni caso abbiamo raggiunto un successo importante: ora il Parlamento è integrato nel processo e sarà consultato come i governi nazionali sul progetto presentato da Van Rompuy. In futuro vedremo.

    D: Un’Europa federale presuppone un Parlamento più potente, ma questa non sembra essere la visione attuale.

    Il Parlamento europeo è già molto potente. Credo che siamo uno degli organi legislatori più potenti in Europa. L’Acta, per esempio, è stato bocciato dal Parlamento europeo, come anche l’accordo sul trasferimento di dati personali Swift [in seguito approvato dopo nuove trattative]. E poi ricordatevi la direttiva sui servizi, la cosiddetta direttiva Bolkenstein: anch’essa rifiutata dal Parlamento europeo. La riduzione dei costi del roaming è un’altra decisione del Parlamento europeo. Ma abbiamo un problema: siamo un legislatore forte con una visibilità ridotta. Il ruolo del presidente del Parlamento europeo è lottare contro questa situazione.

    Lei come la spiega?

    I governi nazionali, che sono un altro braccio del sistema legislativo in Europa, hanno il vantaggio di poter disporre di un pubblico nazionale. Questo permette loro di trasformare ogni nostro successo in un successo nazionale, dove il ruolo del parlamento sparisce. D’altra parte bisogna ricordare che non esiste un governo europeo. In questo momento a esercitare le funzioni di governo europeo è la Commissione, con una maggioranza governamentale che ne sostiene il presidente e con un’opposizione che rema contro. A livello comunale, regionale e nazionale c’è un unico sistema, che per gli europei è molto familiare. A livello europeo non è così. Spero che con le prossime elezioni europee, dopo le quali il presidente della Commissione sarà eletto dal Parlamento europeo, si creerà una struttura precisa: da una parte una maggioranza che ha eletto il presidente e lo sostiene, dall’altra un’opposizione. Spero che questo possa facilitare la visibilità del Parlamento europeo.

    D: Ogni parlamento trae la sua legittimità dal voto, e il Parlamento europeo potrebbe accrescere la sua attraverso una votazione realmente europea. Lei è in grado di fare in modo che alle elezioni europee ci siano liste transnazionali?

    Credo che stiamo andando in quella direzione. Il trattato di Lisbona prevede che il Consiglio europeo proponga al Parlamento un candidato alla presidenza della Commissione, rispettando il risultato delle elezioni europee. Le grandi famiglie politiche in Europa stanno creando una procedura per nominare un candidato su scala europea per la presidenza. Di conseguenza ci sarà una campagna elettorale che per la prima volta non sarà un appello a eleggere il Parlamento europeo. È giusto così, perché l’identificazione dell’elettore con la sua tendenza politica si riproduce nella sfida dei candidati, non in un appello a eleggere un’istituzione. Gli elettori finora hanno avuto difficoltà a capire a cosa serviva il loro voto. Cosa fanno i deputati dopo che li ho eletti? Come utilizzano il mio voto? Questa situazione ha ridotto le elezioni europee a una sorta di test nazionale. Credo che dalla prossima volta le cose cominceranno a cambiare. Aumenterà la partecipazione, e di conseguenza anche la legittimità del Parlamento.

  • Immigrazione: Odio per le strade

    Presseurop
    13 luglio 2012

    Verso la fine di ottobre Mina Ahmad, una somala di 20 anni incinta di sei mesi, stava camminando con la sua figlioletta nei pressi della chiesa Aghios Panteleimonas, nel centro di Atene, quando è stata avvicinata da sei uomini vestiti di nero. “Da dove vieni?”, le hanno chiesto e in seguito alla sua risposta l’hanno colpita in testa con un bastone di legno e l’hanno lasciata a terra sanguinante.

    Mahmoud e Maria, una coppia di rifugiati afgani, sono stati attaccati ad agosto in pieno giorno da alcuni uomini in motocicletta vicino alla stazione di Attiki. La profonda ferita sulla mano sinistra di Maria non si è ancora rimarginata.

    Sono alcune delle storie raccolte nel rapporto ‘Hate on the Street’, presentato da Human Right Watch il 10 luglio, sull’aumento della violenza xenofoba in Grecia. Tra ottobre e dicembre 2011 ad Atene e Patrasso si sono verificati 63 incidenti a sfondo razziale, 300 nella prima metà dell’anno scorso. Le vittime erano tutti immigrati, la maggior parte provenienti da Afghanistan e Somalia, ma anche dall’Egitto, dal Senegal e da altri cinque paesi. Tra loro anche due donne in gravidanza. Il rapporto denuncia che

    L’incapacità dei vari governi greci che si sono succeduti di adottare politiche migratorie coerenti, la cronica cattiva gestione del sistema delle richieste d’asilo e, più recentemente, la profonda crisi economica e la conseguente austerity hanno esacerbato quello che l’Alto Commisariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) ha descritto alla fine del 2010 come ‘crisi umanitaria’.

    Tanto che alcune zone di Atene sono diventate off limits per i migranti che temono aggressioni fisiche e verbali. Dai primi anni del 2000 la Grecia è diventata la principale via di accesso all’Europa per i migranti provenienti soprattutto da Asia e Africa. Frontex, l’agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne, ha calcolato che alla fine del 2010 le frontiere greche sono state attraversate dal 90 per cento degli immigrati irregolari diretti in Europa, mentre nel 2011 55mila clandestini hanno attraversato il confine tra Grecia e Turchia, un aumento del 17 per cento rispetto all’anno precedente.

    In mancanza di politiche adeguate, l’afflusso dei migranti ha avuto un forte impatto sugli abitanti delle città greche e negli ultimi anni si sono formati dei “gruppi di cittadini” che pattugliano i quartieri di notte per proteggere i residenti. Il sentimento anti-immigrati è stato fomentato da partiti nazionalisti di destra, primo tra tutti Alba dorata che alle recenti elezioni ha ottenuto 18 seggi in parlamento. Ma a cavalcare l’onda sono stati i politici di ogni schieramento, che hanno esplicitamente legato l’immigrazione irregolare all’aumento della criminalità e al deterioramento della qualità della vita dei greci. Così un paese storicamente accogliente è diventato inospitale nei confronti di molti stranieri, si legge nel rapporto di Hrw:

    Mentre i turisti sono benvenuti, i migranti e i richiedenti asilo si trovano ad affrontare un ambiente ostile, dove rischiano di essere detenuti in condizioni disumane e degradanti e di subire miseria e violenza xenofoba.

    Per Human Rights Watch i responsabili della situazione non sono solo le autorità nazionali, ma anche l’Europa e l’intera comunità internazionale che concentrate sulla crisi economica e preoccupate dal controllo dell’immigrazione hanno ”chiuso un occhio” di fronte all’avanzata della xenofobia in Grecia e nel resto del continente.

  • Eurobond: La storia si ripete

    Presseurop
    06 luglio 2012

    Sull’onda delle conclusioni raggiunte durante il Consiglio europeo della settimana scorsa dai leader dell’Unione alla ricerca di una soluzione condivisa alla crisi, sulla stampa dei diversi paesi si è scatenato un dibattito sulla sopravvivenza della moneta unica e dell’intero progetto comunitario. C’è chi parla della possibilità di tornare agli stati nazione, chi della necessità di manipolare il Dna dell’Europa e chi avanza proposte per realizzare un’unione politica che scongiuri il fallimento.

    Meno di tre giorni prima del vertice europeo, Angela Merkel aveva ribadito la sua opposizione agli eurobond. “Mai finché sarò in vita”, aveva annunciato la cancelliera tedesca, spazzando via qualsiasi ipotesi di una condivisione del debito tra gli stati dell’eurozona. La Germania è preoccupata di dover pagare il conto dei paesi più in difficoltà, come Grecia e Spagna. Come sempre la storia si ripete: non è la prima volta infatti che l’integrazione delle politiche economiche e finanziarie si scontra con le resistenze di chi si trova in una posizione di superiorità.

    Centocinquanta anni fa, quando su iniziativa del Piemonte e sotto la tutela di Francia e Inghilterra nacque il Regno d’Italia, i sette stati che lo composero si trovarono ad affrontare simili problemi di unificazione del debito. A metterlo in luce è stata la storica della finanza dell’Université Libre de Bruxelles, Stéphanie Collet, che negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa ha scovato l’unico precedente storico assimilabile agli eurobond. Un esempio importante di come “potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all’unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro”, scrive il Sole 24 Ore.

    Dal punto di vista economico, il Regno di Napoli, con la sua struttura industriale, la sua agricoltura fiorente e i suoi porti commerciali, era per l’Italia quello che la Germania è oggi per l’eurozona. Infatti dopo l’unificazione del 1861, il Regno di Napoli vide aumentare i propri tassi dal 4,3 al 6,9 per cento. Ma dieci anni dopo le emissioni cominciarono a ripiegare e i mercati a riprendere fiducia. E, cosa ancora più importante, nel lungo termine l'integrazione dei debiti sovrani fu uno strumento per favorire l'integrazione politica. L’analisi di Collet porta il giornale economico a concludere che

    Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l’euro? Per l’Italia ci volle all’incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un’annessione anche militare e quella europea è un’integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell’800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un’Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla.

  • Italia-Spagna: Panni sporchi

    Presseurop
    12 giugno 2012

    Contrordine. Siamo di nuovo nella stessa barca della Spagna. Ed è una barca molto scomoda, dato che Monti ha subito perso il suo proverbiale aplomb e risposto nervosetto al ministro delle finanze austriaco Maria Fekter, secondo cui l’Italia potrebbe essere il prossimo paese a richiedere l’intervento dell’Ue. “Trovo del tutto inappropriato che esponenti di altri governi dell’Unione europea parlino della situazione di altri paesi dell’Unione, per questo mi astengo dal commentare queste dichiarazioni”, ha ribattuto. Curiosamente, sono più o meno le stesse parole con cui gli aveva risposto Mariano Rajoy, quando era stato Monti a puntare il dito contro la Spagna.

    Può darsi, come scrive Jornal de Negócios, che “oggi abbiamo tutti il diritto di parlare di ciò che capita in casa d’altri. Perché la casa d’altri è ipotecata, e saremo noi a pagare l’ipoteca”. Ma forse prima di pensare all’unione fiscale e bancaria sarebbe il caso di mettere in piedi un’unione delle dichiarazioni. Perché questo giochetto del “lui è peggio di me” continentale, oltre a essere piuttosto indecoroso per uomini di una certa età, rischia di costare più caro del conto dei bailout.

  • Italia-Spagna: Non nella stessa barca

    Presseurop
    29 maggio 2012

    Il rapporto della Commissione europea sull'Italia, la cui bozza è stata pubblicata dal Financial Times prima della presentazione ufficiale, non è troppo tenero con il governo Monti. Nonostante i "significativi progressi", troppo poco è stato fatto sul fronte della lotta all'evasione fiscale e al lavoro nero, che Bruxelles considera le vere priorità per il nostro paese.

    Ma il rapporto contiene almeno una conclusione incoraggiante, nota Peter Spiegel sul suo blog: il sinistro accostamento tra Italia e Spagna sta perdendo quota. A parte il fatto che il deficit italiano è ben più contenuto di quello spagnolo – su cui pesano i disastrosi conti delle regioni – e contribuisce ad alleviare i timori sulla sostenibilità del debito, la vera differenza sembra farla il differente stato di salute del settore bancario dei due paesi. Mentre la vicenda Bankia sta tenendo col fiato sospeso tutta Europa, le banche italiane sembrano infatti disporre di fondi sufficienti "almeno per i prossimi tre anni".

    I mercati paiono dare ragione alla Commissione (o forse viceversa): quest'anno lo spread tra i bond spagnoli e italiani si è spostato di 250 punti a nostro favore. Anche se i demeriti di Madrid contano più dei suoi meriti, Monti sarà ben contento di lasciare a Rajoy il ruolo di sorvegliato speciale.

  • La grande cospirazione dell’euro

    Presseurop
    22 maggio 2012

    Altro che crisi imprevista: in un’intervista al Sunday Times ripresa dal Foglio, lo storico euroscettico britannico Niall Ferguson sostiene che il dramma greco era stato consapevolmente scritto nei geni dell'eurozona dai suoi padri, convinti che senza uno shock del genere l'integrazione europea non sarebbe mai stata possibile:

    Credo che gli architetti dell’unione monetaria sapessero già che il loro modello avrebbe portato a una crisi e che la crisi avrebbe portato a una soluzione federalista. Non sono certo di quanto fosse preciso il piano, ma era implicito. In effetti ora possiamo dirlo: quel modello era fatto per creare una crisi.

    Proprio per questo scopo, argomenta Ferguson, nel progetto dell'unione monetaria non è stata introdotta alcuna clausola di uscita:

    Gli euroentusiasti hanno ottenuto quel che volevano: una volta raggiunto un livello di integrazione così avanzato, è impossibile tornare indietro. E fin da subito si pensava che fosse impossibile uscire, per questo non esiste una clausola. Non si sarebbe ottenuto il federalismo con altri mezzi.

    Comunque stiano le cose, ormai l'Europa ha superato il punto di non ritorno e non ha altra scelta che andare avanti con il federalismo:

    Ora siamo al momento della verità, quello in cui non puoi più continuare con la storiella di un’unione monetaria che può esistere indipendentemente da un’unione fiscale.