Chi ha paura della Germania? / 5: Un affare di famiglia

25 novembre 2011
Die Zeit Amburgo

Decenni di integrazione hanno trasformato i paesi europei in altrettanti parenti, che nonostante le ruggini non possono abbandonare le pecore nere o i cugini in difficoltà. Estratti.

Al momento in Europa tutto sembra possibile: tracollo o successo, decadenza o rinascimento. Se alcuni parlano di rovina dell'euro, altri evidenziano un livello di integrazione finora sconosciuto. È la fine della solidarietà, o al contrario siamo di fronte a una sua diffusione senza pari grazie agli eurobond o all'acquisto illimitato di obbligazioni della Bce?

Non siamo mai stati veramente vicini a una politica interna europea. I nuovi esecutivi in Spagna, Italia e Grecia avranno un'importanza infinitamente maggiore per i tedeschi della prossima grande coalizione di Berlino. Contemporaneamente, questa vicinanza genera tossine e pericoli: basta pensare alla goffa ostentazione del predominio tedesco da parte di Volker Kauder o alle reazioni tutt'altro che docili di Londra. L'Europa si trova a un punto di svolta. È il momento di chiedersi che senso abbia tutto ciò.

Indietreggiare di un passo, diciamo pure migliaia di chilometri, può aiutare. La scena si svolge in un caffè di Lahore, in Pakistan. L'ospite tedesco ha fatto le sue domande sul paese, adesso tocca al suo interlocutore interrogarlo sulla Germania. Una cosa lo preoccupa in modo particolare: si può ancora dire che i tedeschi siano bravi ingegneri? Sì. Quindi sono certamente anche in grado di costruire armi formidabili? Sì, sarà anche vero. "Allora perché non avete testate nucleari? Gli inglesi e i francesi le possiedono. Come potete sopportare che gli altri abbiano la bomba e voi no?".

Nel mondo in cui vive il pachistano, che in Germania non si discuta affatto dell'eventualità di dotarsi dell'atomica suona totalmente inconcepibile. Il vicino con la testata nucleare per un pachistano è l'india, il nemico giurato. Per noi è la Francia, e che possieda armi nucleari ci lascia assolutamente indifferenti. Non sono i suoi armamenti a preoccuparci, piuttosto il suo rating, e non temiamo che migliori, piuttosto che possa peggiorare. Questo capovolge l'esperienza di secoli di storia. Per il novanta per cento dell'umanità, condizioni simili sono impensabili.

La politica – un tempo eroica, ora esangue – che gli europei hanno sviluppato negli ultimi decenni è molto di più che una semplice conseguenza del loro passato bellicoso. È una forma di vita comunitaria, un modo di mettere in relazione stati e popoli che, nella crisi, deve essere esteso a un nuovo ambito, quello dell'economia e del bilancio. Per questa forma di convivenza c'è un'immagine, apparentemente ingenua, sentimentale e in un certo senso alla Helmut Kohl, ma molto precisa: l'Europa è una famiglia.

Famiglia nel senso che sussiste una solidarietà spontanea di cui non ci libererà facilmente, neanche in caso di comportamenti sbagliati. Nessun malgoverno può trattare i Greci come estranei. Tuttavia ogni famiglia ha il suo modo di esercitare pressioni morali sulle pecore nere o su qualche cugino alcolizzato per costringerlo a seguire una cura di disintossicazione.

Non c'è niente di piacevole nel dipendere dai parenti. L'essere subordinato alla propria banca può essere molto più sopportabile. Il tipico miscuglio di affabilità e crudeltà mostrato da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel nei confronti dei capi degli stati indebitati al vertice di Cannes ha un carattere inconfondibilmente familiare, e nessuno si esporrebbe volentieri a un tough love simile.

La fine della diplomazia

A questo modello familiare è collegato un altro elemento, che potremmo definire la fine della diplomazia. La famiglia è un ambiente relativamente informale: si fanno pochi complimenti o cerimonie. Questa franchezza sta progressivamente connotando anche i rapporti in Europa. Inveire contro i miseri paesi del sud è tanto sgradevole, in parte ripugnante, tanto egoisti sono gli inglesi o tanto avidi di potere i tedeschi.

Ma, insieme, sono anche la manifestazione di una nuova intimità. Da tempo gli uni si immischiano nelle faccende degli altri, tengono la mano nelle casse del fisco e il piede sul freno. Ciò provoca una lacerazione potenzialmente grave per la tenuta dei rapporti. Però non c'è nessuna ricaduta nel diciottesimo secolo, nessun ritorno dei vecchi demoni della guerra mondiale o del periodo che l'ha preceduta. Si avverte piuttosto lo scricchiolio, il sibilo, il tintinnare di un esperimento per l'avvenire.

Il successo dell'Europa e della sua filosofia politica non è per niente garantito. Anzi, negli ultimi decenni le opposizioni non sono mai state tanto agguerrite. Il progetto europeo è qualcosa di unico, un'eccezione nella storia. Da Lahore, da un subcontinente diviso e pieno di armi, dove gli uomini sono ancora uomini e le bombe ancora bombe, si guarda a questa Europa con occhi increduli. Ma anche con un po' di curiosità e invidia. (traduzione di Anna Franchin)

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