Idee: L’Europa sta perdendo i cittadini

11 marzo 2013
El País Madrid

L’ultimo sondaggio Eurobarometro conferma che la crisi sta distruggendo la fiducia dei cittadini nell’Ue. Salvare l’euro non basta: bisogna salvare anche la sua legittimità.

All’euro servivano due cose per salvarsi: una decisione politica chiara che mettesse fine alle speculazioni sul suo futuro e uno strumento finanziario che rendesse credibile questa proposta.

Nel 2012, dopo vari anni di dubbi ed errori, i leader europei hanno fatto entrambe le cose. Queste due decisioni hanno tirato fuori l’euro dal baratro e lo hanno messo su una strada di stabilità sconosciuta negli ultimi anni.

La solidità acquisita dall’euro, almeno per il momento, è dimostrata dal limitato impatto del caos postelettorale italiano. Ricordiamo lo shock prodotto nell’ottobre 2011 dalla decisione di George Papandreou di convocare un referendum sulle misure imposte dalla troika: il suo annuncio mandò alcuni degli indici di incertezza usati dagli analisti finanziari a livelli superiori a quelli raggiunti dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti. Senza dubbio l’Italia è un caos, ma l’euro resiste, almeno per il momento.

Ma il risultato italiano, oltre che della forza dell’euro, parla anche della debolezza politica dell’Europa e segnala una crisi di legittimità che si sta pericolosamente facendo strada di elezione in elezione. I dati di Eurobarometro, il sondaggio realizzato ogni sei mesi dalla Commissione europea, indicano chiaramente fino a che punto la crisi ha minato la fiducia dei cittadini nell’Unione europea. In un paese come la Spagna, nel 2007, prima dell’inizio della crisi, la fiducia “netta” nell’Ue (la differenza tra chi ha fiducia e chi non ne ha) era di 42 punti (65 per cento contro 23 per cento). Oggi si è trasformata in una sfiducia netta di 52 punti (20 per cento contro 72 peer cento). Un crollo spettacolare.

Questo spostamento dai 42 punti di fiducia ai 52 di sfiducia obbliga a una riflessione profonda, specialmente in un paese europeista come la Spagna. In Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro, l’Ue è oggetto di una sfiducia simile a quella osservata in Spagna. Significativamente però la sfiducia ha preso piede non solo nei paesi debitori, ma anche in quelli creditori o in migliori condizioni finanziarie: neanche in Germania, Austria, Francia, Paesi Bassi e Finlandia la gente si fida dell’Ue. Chiaramente la sfiducia non è solo verso l’Ue ma anche di un paese e di un popolo verso l’altro. Nella situazione attuale tutti sembrano perdere e nessuno vince.

Ci troviamo di fronte a un importante problema di legittimità. Nell’ambito europeo, dove l’identità collettiva, i valori comuni e i processi democratici sono ancora in fase di sviluppo, la legittimità è venuta soprattutto dalle prestazioni economiche: a maggiore crescita corrisponde maggiore appoggio all’integrazione europea e viceversa. Questo significa che la riserva i legittimità del sistema, essendo quasi esclusivamente associata alla crescita economica, è debole e tende a esaurirsi rapidamente in situazioni di crisi.

Questo è quello che stiamo vivendo adesso. Da una parte, nonostante le politiche di austerità possano avere successo nel controllare i deficit (ma non nel ridurre i debiti), non producono crescita né impiego e non riescono a generare l’appoggio popolare necessario a sostenersi. Quel che è peggio, costringendo i governi a violare sistematicamente le promesse elettorali con cui sono stati eletti e a governare con le stesse politiche indipendentemente dal loro colore politico, minano anche la legittimità dei sistemi politici nazionali. Come vediamo nei paesi oggetto di intervento, i sistemi politici si indeboliscono (come in Spagna o in Portogallo) o si decompongono (come in Grecia e Italia). Dall’altra parte, nei paesi creditori, dato che non c’è crescita economica la sensazione dominante è che i paesi del sud sono un peso che assorbe le loro scarse risorse e rallenta lo sviluppo.

Fini e mezzi

E’ con questi fili di disaffezione e sfiducia così sfibrati che l’Ue deve completare un’integrazione politica ed economica imprescindibile. L’euro si è salvato, ma non sopravviverà a lungo senza un’unione bancaria che includa dei meccanismi di risoluzione delle crisi e garanzie paneuropee sui depositi. Né lo farà senza un bilancio degno di tale nome, la mutualizzazione del debito e un coordinamento più efficace delle politiche economiche.

Però queste decisioni richiedono esattamente ciò che oggi manca all’Europa: fiducia nell’Ue e fiducia reciproca. Perché l’Europa funzioni, i cittadini del nord e del sud, dei paesi creditori e debitori, del centro e della periferia devono essere disposti a dotare le istituzioni europee degli strumenti finanziari adeguati e, parallelamente, di strutture di governo efficaci e insieme legittime dal punto di vista democratico. Ma perché le tasse di un cittadino tedesco sostengano i depositi di un risparmiatore spagnolo e le tasse di un risparmiatore spagnolo quelli di uno greco o portoghese, abbiamo bisogno di una fiducia nell’Europa che attualmente non abbiamo.

Nel giugno 2014, di qui a poco più di un anno, l’Europa chiamerà i suoi cittadini alle urne. Se entro allora non sarà stata ristabilita la fiducia dei cittadini nell’Ue, la sorpresa potrebbe essere abbastanza sgradevole. Salvare l’euro era imprescindibile, ma l’euro è un mezzo, non un fine. Il fine sono i cittadini: un euro senza di loro non ha molto senso.

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