Dieci sguardi sull’Europa | 2: Sellate i cavalli

25 dicembre 2010
Presseurop

In mancanza delle energie necessarie a intraprendere progetti più ambiziosi, gli europei sono imprigionati in una convivenza precaria. E il rischio di scivolare all'indietro è sempre più concreto.

In una delle opere più curiose e divertenti di Rossini, Il viaggio a Reims, alcuni cittadini di ognuno dei paesi europei, in viaggio verso la città francese per una importantissima cerimonia reale, sono radunati in un albergo dove sono costretti a convivere perché non si trovano più i cavalli per il viaggio. Un'eccellente metafora ante litteram della situazione di sconcerto che vive attualmente l'Unione europea.

Gli stati d'Europa non possono far altro che rimanere uniti in diversi contesti sociali, culturali ed economici, ma non sembrano capaci di andare oltre e raggiungere obiettivi più ambiziosi e a lungo termine. A quanto pare mancano gli imprescindibili cavalli, ovvero progetti comuni che non siano meramente accessori e una serie di convinzioni e valori condivisi.

La scelta dei funzionari più importanti dell'Unione europea mostra chiaramente che i nostri stati non sono disposti a scommettere su una leadership forte per la missione comune. Si è preferito optare per figure moderate e di basso profilo, capaci di creare – o di convincerci a rassegnarci al – consenso. L'idea che i cittadini europei non vogliano una Ue più forte viene considerata un assioma.

Per molti spagnoli della mia generazione è difficile non considerarlo un fallimento confortevole: una frustrazione. Quelli di noi che erano giovani durante la dittatura franchista avevano un entusiasmo europeista, forse ingenuo, che era riassunto nel detto attribuito al filosofo Ortega y Gasset: "la Spagna è il problema, l'Europa la soluzione". In realtà questa soluzione sembra essere parecchio lontana dalle grandi aspettative che aveva suscitato. Oggi sappiamo che l'Europa, l'Unione europea, è davvero una soluzione. Tuttavia non un'Europa qualsiasi e non un'Unione europea qualsiasi, ma una che sappia raggiungere traguardi che oggi sembrano seriamente compromessi, quando non definitivamente tramontati.

Credo ancora che l'Europa in cui vale la pena credere è quella che sa difendere e rappresentare i cittadini, non i territori; quella che protegge i diritti politici (e di conseguenza anche i doveri) insieme alle garanzie giuridiche, e non i privilegi e le vuote tradizioni che li nascondono all'occhio esterno; l'Europa che mantiene l'integrità dello stato di diritto democratico davanti a rivendicazioni etniche retrograde e xenofobe; l'Europa della libertà accompagnata dalla solidarietà, mai indifferente davanti a coloro che a causa di una persecuzione politica o una necessità economica bussano alla sua porta, non arroccata sui suoi benefici ma sempre aperta, desiderosa di collaborare, aiutare e condividere. L'Europa dell'ospitalità razionale.

Militanti contro hooligans

Questa Unione europea ha bisogno di europeisti militanti, capaci di far fronte a politici europei dagli orizzonti ristretti. In tutti i paesi – lo abbiamo visto in Repubblica Ceca e in altri stati dell'est ma anche in Gran Bretagna, in Irlanda e persino in Francia – sorgono leader e gruppi nazionalisti, partigiani del protezionismo rigoroso verso l'esterno e del liberalismo estremo all'interno, con una mentalità da hooligan e valori inamovibili e discriminanti, utili a tagliare fuori tutto quel"altro" che temono così tanto. Europei intransigenti solo per ciò che riguarda i loro interessi ristretti (e molto cristiani). Un integralismo che definisce le radici europee, una selettività che privilegia la prospettiva più conservatrice e discriminante di una tradizione che è invece ricca grazie alle controversie e alle contraddizioni.

Tuttavia c'è un altro pericolo: la frivolezza della buona coscienza multiculturale che si oppone al cristianesimo discriminante non in nome del laicismo democratico, ma per patrocinare altri dogmi religiosi, che si presentano anch'essi come superiori alle leggi civili e alla versione occidentale dei diritti umani. L'Europa da desiderare è quella in cui le convinzioni religiose e filosofiche sono un diritto di ognuno ma il dovere di nessuno, e tantomeno un obbligo generale della società intesa come collettivo. Uno spazio politico radicale e di conseguenza laico – che non vuol dire antireligioso – nel quale le norme civili contino più di qualsiasi considerazione fideista, etnica o culturale, e dove ci sia una chiara distinzione tra ciò che alcuni considerano peccato e ciò che tutti condannano come crimine.

Un'Europa il cui contesto accademico permetta la mobilità professionale di studenti e professori, ma in cui l'università non sia al servizio di interessi aziendali, di rendimento immediato. L'Europa del talento senza frontiere, non degli elenchi e del lucro. E quindi sì, abbiamo bisogno di cavalli che ci trasportino, ma anche di cocchieri che sappiano fino a dove vogliamo andare. Credo che siamo ancora in tempo.

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