Le sfide dell’Ue: 2016, anno decisivo

18 gennaio 2016
Alternatives économiques Parigi

Depressione economica, crisi dei migranti, minacce di “Brexit”, spinte nazionaliste: il nuovo anno s’annuncia particolarmente difficile per l’Europa e per l'auotproclamata commissione europea dell'“ultima possibilità”.

Una volta eletto Presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker proclamava ovunque con grande consapevolezza che questa è la Commissione “dell’ultima possibilità”: se fallirà il suo mandato, diceva, determinerà la fine dell’Unione europea.

Poi gli eventi sono stati così rapidi e il paesaggio è cambiato così profondamente da provocare un ravvicinamento delle scadenze. Il 2016 è un anno pieno di pericoli. Ma anche e soprattutto per questa ragione abbiamo davanti a noi una maggiore opportunità di uscire a testa alta dall’interminabile crisi che attanaglia l’Europa.

Allineamento dei pianeti

Nel 2016 l’allineamento planetario considerato favorevole volge al termine, e comincia addirittura a produrre effetti negativi. Il calo del prezzo del petrolio provocherà recessione nei paesi produttori, a cominciare dalla Russia (meno 4 per cento del Pil per quest’anno) o dal Venezuela in dissesto economico generale... L’abbassamento dei tassi d’interesse fa ormai parte del passato, e il loro innalzamento deciso dalla Federal Reserve americana provoca molte preoccupazioni per i vari paesi indebitati in dollari.

L’euro, nonostante la svalutazione del 25 per cento, non ha permesso il calo della disoccupazione. Malgrado la politica ultra lassista della Banca centrale europea, l’Ue continua a registrare un grosso deficit negli investimenti: meno 40 miliardi di euro medi annui dal 2007.

In particolare la novità ereditata dal 2015, accompagnata dai vecchi limiti dell’Unione che continuano a esistere ed espandersi, è stata la quantità di nuove fratture interne che contribuiscono ad aggravare la situazione.

Divisione Nord/Sud

La classica divisione fra Nord e Sud, che oppone la Germania e i suoi alleati ai paesi in difficoltà del Sud, sta per andare in frantumi. Al Portogallo, all’Irlanda, alla Grecia e alla Spagna dobbiamo affiancare ora la Finlandia. Un tempo saldamente in testa fra i paesi più arroganti, adesso sta implodendo. È impantanata in una profonda recessione, mentre la coalizione conservatrice al governo non riesce in alcun modo a imporre la sua politica di aggiustamento, fatta di riduzione dei salari e tagli alla spesa. Finora i manifestanti scesi in piazza hanno bloccato queste politiche.

Ma questo è solo un elemento del nuovo puzzle che si sta componendo. Perché in realtà è l’intero blocco che finora ha governato l’Europa attorno alla Germania che è sul punto di disgregarsi.

L’Est in effetti sta per fare la secessione. Guidati dall’estrema destra ultra nazionalista, ungheresi e i polacchi hanno mostrato durante la crisi dei rifugiati la loro considerazione per l’Europa, per i suoi valori e le sue regole. Questi paesi, fino ad ora alleati del ministro tedesco Schaüble a favore del “duro rispetto delle regole” per domare la ribellione greca, lasciano ora, spinti dai rispettivi governi, libero sfogo ai loro tropismi xenofobi, che l’Unione un tempo riusciva a tenere sotto controllo – tra l’altro, sarebbe opportuno che i sostenitori della dissoluzione dell’Ue riflettessero sull’ottimo risultato che il ritorno degli stati nazionali porta nel contesto di forte crisi che stiamo conoscendo.

La secessione dell’Est

Se a questo aggiungiamo le pressioni che provengono dal Regno Unito e la sua minaccia di andarsene se l’Ue non cede ai suoi ricatti, che provoca ulteriori divisioni in seno alle capitali europee, la spaccatura diventa allora palpabile e indiscutibile.

Sotto il peso della crisi, tanto interna quanto mondiale, sotto il peso delle guerre e dei rifugiati che esse producono, l’Europa si divide e ri-divide seguendo linee di frattura in parte inedite e comunque profonde. Un terribile allineamento di pianeti nefasti, che fa gongolare i sostenitori del ritorno agli stati nazione e alla chiusura rispetto all’esterno, è dunque sul punto di verificarsi. Se non si agisce, finiremo nel baratro.

Uscita a testa alta?

Eppure se la ragione riuscisse a prevalere ci sarebbe ancora speranza.

Perché la crisi che sta falciando così profondamente l’Europa ereditata dai trattati di Maastricht e Lisbona offre anche un insieme di opportunità che, se verranno colte, permetteranno un’uscita dalla crisi completamente diversa rispetto a quella che finora si prepara. Un’uscita “a testa alta”.

Anzitutto va constatato che aver fatto pesare la propria influenza – e nel modo più infame – per sottomettere la Grecia non è servito a nulla. O quasi. Perché non ha impedito né la formazione di una nuova coalizione anti-austerità in Portogallo (che fra le prime misure annunciate ha inserito un aumento del salario minimo), né la disfatta di Mariano Rajoy, l’allievo preferito di Angela Merkel, che, insieme al notevole risultato elettorale di Podemos, ha permesso alla Spagna di entrare in una nuova era. Nonostante il trattamento riservato alla Grecia, le voci anti-austerità e i popoli, quanto meno in Portogallo e in Spagna, continuano a farsi sentire!

Anti-austerità

Bisogna prendere atto inoltre che da almeno due parti diverse alcune voci sicuramente “autorizzate” sostengono ormai che le regole di bilancio e l’austerità che implicano potrebbero e dovrebbero essere alleggerite. Così, la Commissione europea ha acconsentito alla dichiarazione unilaterale di François Hollande secondo cui “il Patto di sicurezza è più importante del Patto di stabilità”. Con lo stesso spirito, in Germania, il partito di maggioranza lascia intendere che il fatto di prendersi carico dei migranti implica che le regole di bilancio siano ripensate e allentate, per rendere possibile l’accoglienza in condizioni dignitose. Chiaro, si tratta di semplici dichiarazioni. Ma bisogna ammettere che affermazioni simili da parte della Commissione e della Cdu tedesca sono inedite.

Alla fine forse è questa la questione principale, è davvero il momento di realizzare la stupidità in cui l’Europa si è imprigionata. Ricordiamoci questo dato essenziale: nel 2015, l’Ue ha generato all’incirca il 3,2 per cento di eccedenza commerciale rispetto al Pil – l’ l’8,3 per cento solo in Germania, ovvero il 2,3 per cento in più rispetto a quanto autorizzato dalle regole europee, così care al ministro Schaüble e delle quali però questa volta non si preoccupa. Invece di lasciare che questa eccedenza di risparmio sia investita sul mercato straniero o che evapori in mercati di capitali più o meno esotici, non converrebbe forse che una politica europea finalmente degna di questo nome orienti questo risparmio verso l’investimento interno?

Ultima chance

L’occupazione, in particolare giovanile, le regioni in difficoltà, la transizione ecologica... per citare soltanto questi ambiti, sono spaventosamente carenti di risorse. La Banca europea per gli investimenti non potrebbe seriamente prendere le redini della situazione per ripensare e ridimensionare un “piano Juncker” per gli investimenti finalmente all’altezza delle necessità?

Non è forse arrivato il momento che lo stesso Juncker si ricordi che dirige la Commissione dell’ultima possibilità? Un’uscita dalla crisi a testa alta per l’Europa non è solo auspicabile: è possibile. Ci sono margini, e anche notevoli – e non siamo certi, per dirla con un eufemismo, che esisterebbero anche in caso di dissoluzione dell’Europa e di ritorno alle politiche nazionali. Il tempo stringe, e per l’Europa è una questione di minuti.

Traduzione di Andrea Torsello

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