Dopo il vertice di Ventotene: Dare spazio ad altre voci all’interno dell’Unione

21 ottobre 2016
Libération Parigi

Angela Merkel, François Hollande e Matteo Renzi rendono omaggio ad Altiero Spinelli a Ventotene, il 22 agosto 2016.
Angela Merkel, François Hollande e Matteo Renzi rendono omaggio ad Altiero Spinelli a Ventotene, il 22 agosto 2016.

Nel 1941, Altiero Spinelli, in esilio sull’isola di Ventotene, invocava l’unità del popolo europeo. Quando, 75 anni più tardi, i governanti del continente si sono ritrovati nello stesso posto, hanno evocato solennemente lo storytelling tradizionale del progetto europeo tecnocratico, unica alternativa al ripiego nazionalistico.

Son passati ormai due mesi. Angela Merkel, François Hollande e Matteo Renzi avevano scelto una scogliera arroventata dal sole in pieno mar Mediterraneo per pianificare il grande “rilancio” europeo, promesso all’indomani del referendum britannico sulla Brexit. Questa svolta sorprendente non era affatto una tappa estiva, bensì rappresentava una scelta altamente simbolica. Infatti, nel 1941, 75 anni fa, sempre sull’isolotto di Ventotene, Altiero Spinelli e qualche altro anti-fascista partecipante alla Resistenza lanciavano un appello all’unità politica dell’Europa.

Nel momento in cui l’Europa si trova in un profondo impasse democratico, la scelta di invocare l’aiuto di un altro “padre fondatore”, che fu uno degli oppositori più brillanti contro le derive tecnocratiche del famoso “metodo Monnet” che fondava l’Unione politica sulla costruzione di un grande mercato, è stata un’ottima ispirazione. Figura di spicco del socialismo italiano e al contempo infaticabile teorico della sovranità del “popolo europeo”, Altiero Spinelli in particolare aveva guidato, fra il 1955 e il 1962, una vasta mobilitazione transnazionale per la convocazione di un “Congresso del popolo europeo”, ricevendo il supporto di circa 700.000 persone in tutta Europa. La redazione dei “Quaderni delle rimostranze” nei sei paesi fondatori (cfr. Rivendicazioni del popolo europeo, 1962) rappresenterà un primo progetto di Costituente europea. Eccezion fatta per qualche riferimento di rito ai “padri fondatori”, i tre governanti europei non hanno proferito parola su quel “popolo europeo” e su quella rivoluzione democratica transnazionale che tormentava tanto Spinelli, ma hanno invece proposto come unico orizzonte politico comune un’Europa delle frontiere, della difesa e della sicurezza. Un tale maltrattamento della memoria forse non meriterebbe che ci si soffermasse, se non rivelasse in maniera più ampia il rapporto mitico che intratteniamo ormai con la storia del “progetto europeo”.

L’Unione europea resta infatti turbata dallo storytelling del suo inesorabile sviluppo. Col rischio di riempire il “progetto europeo” di miti e simboli, le istituzioni europee non hanno mai smesso di scommettere sulla costruzione di un “Pantheon europeo” dei padri fondatori, la cui profezia originale sarebbe quella “dichiarazione Schuman” del 9 maggio 1950 che apriva la strada alle Comunità europee. Ripetuta continuamente fino alla noia, questa storia teologica ci si è rivoltata contro. Con lo sguardo inchiodato sui futuri sviluppi dell’Unione, dalla quale un giorno sarebbe nata una democrazia europea, si sono viste esclusivamente opportunità di “rilancio” nelle cicliche “crisi” europee, mettendo così a tacere tanto le contraddizioni economiche e sociali quanto gli impasse democratici che le crisi mettevano allo scoperto. Raccontando la storia d’Europa come quella dello sviluppo di un progetto, abbiamo aperto la strada al suo rifiuto “in blocco” in nome di un improbabile DNA dell’Unione. Tra leggenda dorata e leggenda nera, è nato un rapporto mitico col “progetto” europeo, che sembra condannarci a scegliere tra lo status quo di una politica di Bruxelles che naviga a vista e il totale rifiuto dei “sostenitori della sovranità nazionale”.

Dunque, per allentare questa morsa e far cessare questo strategia difensiva, ora più che mai bisogna trasformare la storia europea e ricordare che l’Unione europea non ha mai costituito questo “blocco” monolitico immune da contestazioni e conflitti che si descrive retrospettivamente. Lungi dall’essersi fatta “in un giorno”, l’attuale pendenza in cui si trova l’Europa è frutto di una molteplicità di biforcazioni e svolte. Svolta negli obiettivi dell’Unione innanzitutto, con la cancellazione progressiva dei suoi obiettivi sociali (il “rafforzamento della coesione economica e sociale” o il “pareggiamento dei progressi” evocati dal trattato di Roma) a vantaggio delle libertà di circolazione e della libera concorrenza, elevate al rango di obiettivo fondamentale. Svolta anche nei metodi d’integrazione, con l’abbandono del progetto volontario di armonizzazione (economica, sociale e fiscale) e di coesione (fondi strutturali, ecc.) a favore di un modello che pone in concorrenza generalizzata i Paesi, le imprese e gli individui (cfr. benchmarking, ovvero il principio di “mutua riconoscenza”, ecc.), ecc. Svolta infine anche sulle dottrine, col passaggio da una politica industriale rispettosa dei servizi pubblici a una preferenza neoliberale sempre più affermata verso le modalità private di gestione, il subappalto, se non addirittura la privatizzazione, ecc.

Riesumando queste grandi svolte europee, possiamo ritrovare traccia della molteplicità dei “possibili europei” che sono stati progressivamente scartati e ormai completamente dimenticati. È un modo di rammentare un’epoca in cui i sindacati avevano un rappresentante alla Commissione e anche alla Corte di giustizia. Un’epoca inoltre in cui una pianificazione europea al servizio della crescita era all’ordine del giorno. Un’epoca in cui l’Europa difendeva una politica industriale relativamente indipendente dall’obiettivo della libera concorrenza. Un’epoca, infine, in cui le idee keynesiane erano ancora considerate alla Commissione. Non che sia mai esistita un’”età d’oro” del “progetto europeo”, del tutto improbabile in un’Europa dominata da sempre dall’obiettivo dell’unificazione dei mercati e delle libertà economiche. Tuttavia, è sempre più forte la convinzione che l’Europa non sia mai stata iscritta “nel marmo”, come voluto al giorno d’oggi dal comune ritornello.

Il mercato unico e la crisi della zona euro hanno sicuramente consolidato la pendenza ordoliberale dell’Unione, ma quest’ultima ha continuato ad essere attraversata da contraddizioni interne. Per quanto sottovalutati o annientati nel corso della storia dell’Unione, i progetti europei alternativi (armonizzazione sociale, cooperazione fiscale, difesa dei diritti umani, promozione dell’uguaglianza e della democrazia all’interno dell’Unione, ecc.) operano tuttora in Europa al suo interno. Sono “obiettivi” e “valori” iscritti nell’intestazione dei trattati (la parte “Solidarietà” della Carta dei diritti fondamentali, il Preambolo del trattato di Lisbona che evoca i “diritti sociali fondamentali”, ecc.) che permettono di puntare il dito contro le “promesse non mantenute” del progetto europeo. Sono istituzioni, spesso marginali, che portano dentro l’Unione la voce di un’altra Europa (i fondi strutturali, ma anche il piccolo ma tenace comitato europeo dei diritti sociali in seno al Consiglio d’Europa). Sono infine una serie di gruppi (come ad esempio i sindacati dei funzionari europei che resistono all’introduzione del New public management, le Ong come CEO, Finance Watch o AlterEU che combattono il peso delle lobby sul processo legislativo europeo, ecc.) e costituiscono un embrione di spazio pubblico critico. Queste riserve interne di democrazia e spirito critico che esistono nonostante tutto attorno alle istituzioni europee non saranno sufficienti per riuscire a riorientare il percorso del progetto europeo. Ma solo grazie a questi punti d’appoggio e queste leve potremo riaprire dei margini di manovra politica e restituire una parvenza di credito a questa alternativa democratica europea invocata da Altiero Spinelli.

Traduzione di Andrea Torsello

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