Porte girevoli per gli ex commissari europei: Barroso e Kroes portano avanti la tradizione neoliberista

8 novembre 2016
Libération Parigi

José Manuel Barroso e Neelie Kroes durante una conferenza stampa nel 2007.
José Manuel Barroso e Neelie Kroes durante una conferenza stampa nel 2007.

Lungi dal costituire un’eccezione, la recente riconversione nel privato dell’ex Presidente della Commissione e dell’ex commissaria alla concorrenza Neelie Kroes ci ricordano, al contrario, che l’Europa è il laboratorio di un nuovo tipo di Stato, dove il confine tra pubblico e privato è strutturalmente poroso.

José Manuel Barroso a Goldman Sachs, Neelie Kroes al “comitato di consiglio sulla politica pubblica” (sic) da Uber ... Queste due dismissioni al vertice dell’Unione europea sono sicuramente stupefacenti. Ma sarebbe sbagliato considerarle delle eccezioni individuali alla regola, legate al profilo ideologico dell’uno (neo-conservatore) o al percorso professionale dell’altra (che non ha mai smesso di giostrarsi tra i consigli di amministrazione dei grandi gruppi privati e i ruoli politici). Queste eccezioni non dipendono tanto da una patologia, bensì dal funzionamento ordinario di una politica europea in cui, da più di un decennio, si realizza quel che potremmo definire un fenomeno “neo-liberista” di porte girevoli.

In effetti, questi due “transfughi” devono fare nel “settore privato” esattamente il contrario di ciò che erano tenuti a fare in quello “pubblico”: eludere col gioco delle “interpretazioni”, delle “eccezioni” e delle “deroghe” ciò che prima si impegnavano a stabilire, ossia l’efficacia delle regole europee in tema di mercato interno, di concorrenza e di controllo dei deficit di bilancio. Questo non è il caso delle revolving doors in senso “classico”, come succedeva nella Francia degli anni Settanta, quando i vertici dello Stato erano legati ai gruppi industriali e bancari dei settori strategici o vicini al comando pubblico. Quella potente rete collusiva rappresentava infatti il prolungamento di una forma di preminenza dello Stato e dei suoi grandi enti, eretti a “coordinatori in capo” dell’economia mista “alla francese”.

Non s’è mai visto nulla di tutto ciò nell’Unione europea, che non è mai stato uno “Stato produttore”, né un attore economico (il bilancio dell’Unione costituisce appena l’1% del Pil europeo). L’Ue ha innanzitutto definito la sua forma specifica di Stato e di autorità pubblica sviluppando un “interventismo liberale” al servizio delle libertà economiche e della concorrenza “non falsata”, ponendosi come “grande ordinatore” dei mercati privati attraverso strumenti come la Direzione generale della concorrenza, la Corte di giustizia ma anche le agenzia di regolazione.

E questo market-making state forgiatosi nel laboratorio europeo non ha tardato molto a coinvolgere gli Stati europei, che hanno rimodellato profondamente il loro impianto amministrativo. Da Autorità della concorrenza ad Autorità dei mercati finanziari, sono diventati questi Stati “regolatori” non più incaricati di vitalizzare uno spazio economico alternativo, bensì di consolidare il funzionamento “libero” dei mercati per mezzo di “autorizzazioni” (immissione sul mercato), di “sanzioni” (degli abusi di posizione dominante), di “regole prudenziali” (per evitare i “malfunzionamenti del mercato”), ecc.

Questo rimodellamento neoliberale dello Stato ha trovato il suo corrispettivo nel mercato. Le grandi imprese hanno rapidamente compreso che il loro “potere di mercato” non si misurava più soltanto sulla loro forza d’innovazione industriale e commerciale, ma anche sulla loro capacità di pesare su questo pubblico opificio di mercati di privati. Il contatto col “regolatore” qualunque esso sia (europarlamentare, alto funzionario, commissario, giudice, ecc.) è diventato parte integrante delle loro strategie commerciali. In altre parole, mentre gli stati e l’Ue si inserivano nel mercato e portavano a compimento tale mutamento neoliberista, gli attori privati intraprendevano un movimento simmetrico, accumulando in tutti i modi competenza e conoscenza pratica del settore pubblico (creazione di potenti dipartimenti d’affari pubblici, ricorso ad agenzie di lobbying, assunzione di ex “regolatori”, ecc.).

Si arriva qui al paradosso essenziale dello stato neoliberista. Motivato dalla necessità di porre fine alle miopie pubbliche e di separare chiaramente i rispettivi ambiti dello Stato e del Mercato, la comparsa di questo genere di Stato ha in realtà favorito un mix di generi fra “pubblico” e “privato” che non ha precedenti, raffigurando una nuova forma di “rendita” a vantaggio dei professionisti dell’influenza (lobbisti, avvocati d’affari, ecc.). Di conseguenza, ciò che la trasformazione neoliberale degli Stati sancisce non è tanto un arretramento del “settore pubblico”, quanto piuttosto un forte offuscamento dei confini nel luogo geometrico in cui le autorità pubbliche (nazionali o europee) incontrano il mercato.

La posta in gioco politica e democratica è evidente. Ne va in primo luogo e soprattutto dell’efficacia dell’azione pubblica che viene ostacolata da coloro che sanno eludere la sua azione e addomesticare i suoi obblighi. Ma ne va anche del funzionamento stesso delle nostre democrazie: la frontiera “pubblico” – “privato” in effetti non è una frontiera come le altre. Rappresenta, giustamente dal punto di vista dei principi democratici, “il terreno d’espansione della stessa volontà generale”, e per questo descrive le modalità di deliberazione e di presa delle decisioni molto diverse da un lato all’altro di questa linea di demarcazione. Dal momento che ci troviamo in buona sostanza alle frontiere della democrazia, questa confusione nel confine pubblico-privato tipica dello Stato neoliberista espone più che mai lo spazio in cui si definisce l’interesse generale al gioco inegualitario del mercato.

È dunque sufficiente scongiurare questo rischio democratico moltiplicando gli strumenti di “trasparenza” della vita pubblica e di “prevenzione” del conflitto d’interesse, come si fa a Bruxelles da un decennio? Possiamo dubitarne. Anzitutto perché a Parigi o Bruxelles i comitati etici o deontologici, nati per valutare l’opportunità degli alti funzionari di passare dal settore pubblico a quello privato, continuano ad essere delle istituzioni interne alle amministrazioni, i cui pareri restano segreti e semplicemente consultivi.

Ma in particolare: la politica di prevenzione del “conflitto d’interesse” alla base di questi dispositivi sembra ampiamente insufficiente rispetto al carattere sistematico di questo intreccio tra “pubblico” e “privato”. L’espediente giuridico e individualizzante proprio alla lotta contro i “conflitti d’interesse” non permette assolutamente di arginare questo movimento di continuo allargamento dello spazio “pubblico-privato” e dell’influenza che non ha mai smesso di aumentare dopo ogni nuova legge nazionale o europea che adempiva alla trasformazione neoliberista dello stato. Se vogliamo davvero porre un limite al processo di “corruzione” dell’etica pubblica di cui il fenomeno delle porte girevoli costituisce sicuramente un campanello d’allarme, non possiamo esimerci dal dovere di compiere un più globale inventario politico delle conseguenze e degli effetti cumulativi dei due decenni di legislazione neoliberista.

Traduzione di Andrea Torsello

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