Repressione postglope in Turchia: L’Europa deve continuare a sostenere Erdoğan?

17 novembre 2016
openDemocracy London

La feroce repressione del governo contro i sostenitori della presunta mente dietro il tentativo di golpe di luglio sta trasformando la Turchia in un regime autoritario. I leader europei dovrebbero smettere di sostenere il presidente Recep Tayyip Erdoğan, a cominciare dal troppo tenero ministro degli esteri svedese Carl Bildt, afferma un docente universitario turco che vive in Svezia.

“Bruxelles dorme o è soltanto ignorante?”, si chiede l’ex primo ministro e ex ministro degli esteri svedese Carl Bildt in un editoriale apparso su Politico, in cui critica aspramente “la tiepida risposta” dei leader europei al mancato colpo di stato turco del 15 luglio. “L’Ue, per condannare l’accaduto, ci ha messo molto”, sostiene Bildt, mentre “i suoi leader hanno subito cominciato a criticare le misure adottate dalle autorità turche per ripulire la classe dirigente da qualsiasi elemento che potesse essere ricollegato al movimento gülenista”.

Secondo lui, “non c’era dubbio che la Turchia avesse il diritto di, anzi dovesse prendere i provvedimenti necessari a proteggerla dalle forze intenzionate a sconvolgere il suo ordine costituzionale.” Ovviamente “c’è il grave rischio che queste misure si spingano troppo oltre”, ma il Consiglio d’Europa e la Corte europea dei diritti umani potranno valutare la situazione quando tutto sarà calmo. In ogni caso, “è impossibile sapere a questo punto se il governo stia assecondando troppi cittadini o troppi pochi, ma commettere errori in entrambi i sensi creerebbe solamente nuovi problemi”.

Questo è inoltre il principale affondo contenuto in un rapporto pubblicato dal European Council on Foreign Relations (Ecfr), di cui Carl Bildt è uno dei presidenti. Redatto dal Senior Policy Fellow Aslı Aydıntaşbaş e intitolato da Bildt “il meglio che si può trovare sul movimento gülenista e il suo pericoloso ruolo in Turchia”, il rapporto ritiene assodata la versione ufficiale dei fatti e sostiene che il golpe sia stato davvero opera di ufficiali legati a Gülen. Si preferisce dunque chiudere gli occhi sulle tante incongruenze, addirittura contraddizioni, contenute nelle dichiarazioni dei golpisti catturati, e sulle incongruenze sparse nel racconto, che hanno spinto molti osservatori a sostenere che ciò che è trapelato di quella fatidica notte sia ben più complicato di quello che il governo del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) vuole farci credere.

A essere onesti, il rapporto fa riferimento alla “repressione” post-golpe nelle ultime pagine, ma l’attribuisce a “investigatori troppo zelanti”, preoccupandosi dunque di più della minaccia che tutto ciò pone all’“immagine della Turchia in patria e all’estero” piuttosto che delle reali vittime. [Nota della redazione: L’autore del rapporto dichiara anche che “in alcune occasioni, lo stesso periodo post-golpe sembra un colpo di stato in sé.”]

Come possiamo tentare di capire questa “Erdoğanofilia” improvvisa e, per quanto ne sappiamo, non richiesta (l’articolo sopra citato di Bildt è intitolato “L’Europa deve sostenere Erdoğan”, non la Turchia o la democrazia)?

È soltanto una dimostrazione di solidarietà da parte di un collega conservatore la cui carriera è (in egual modo?) caratterizzata da controversie – un funzionario diplomatico che, da inviato speciale dell’Ue nell’ex Jugoslavia, “impedì alcuni attacchi aerei che avrebbero potuto evitare il massacro di 6.000 persone a Srebrenica”, stando ai documenti desecretati resi noti dalla Clinton Presidential Library; un ministro degli esteri interrogato dal Comitato Costituzionale del Ryksdag (il parlamento svedese) per la sua appartenenza al consiglio di amministrazione di Vostok Nafta, una società d’investimento che possiede azioni della compagnia russa Gazprom (Bildt ha lasciato la Vostok Nafta due mesi dopo essere diventato ministro); un ministro degli esteri che è stato anche membro del consiglio di Lundin Petroleum, una compagnia petrolifera accusata di complicità in crimini di guerra e crimini contro l’umanità in un rapporto del 2010 redatto dalla Coalizione europea per il petrolio in Sudan in collaborazione con diverse Ong e organizzazioni per i diritti umani?

O è invece un eurocrate vecchio stampo, magari un indipendente un po’ romantico che sta tentando di proteggere gli “ideali politici e i valori democratici” europei che non si riflettevano a suo parere nella risposta dell’Unione al fallito golpe in Turchia? È davvero convinto che un legame più forte con la Turchia potrà aumentare le prospettive di democrazia del paese?

Se fosse davvero mosso da un sincero interesse o dalla passione per la democrazia, perché allora il nostro individualista è rimasto silenziosamente a guardare la rapida trasformazione della Turchia in una dittatura a pieno titolo durante i tre mesi e mezzo che hanno seguito il fallito golpe? Bildt ritiene che le misure adottate dal governo turco non siano ancora troppo pesanti? C’è ancora sufficiente tolleranza da permettere un singolo tweet critico?

O magari è troppo impegnato a girovagare per il mondo per stare al passo con il rapido ritmo dei cambiamenti politici in Turchia. Facciamogli dunque la piccola cortesia di riassumere gli avvenimenti degli ultimi giorni, anche se un resoconto più esauriente sulla repressione post-golpe avrebbe bisogno di più tempo:

  1. Coi due nuovi decreti d’emergenza emanati il 29 ottobre, 10.158 funzionari pubblici hanno perso il lavoro da un giorno all’altro, oltre ai 100mila che sono già stati licenziati o sospesi per il fatto di essere membri o simpatizzanti della rete gülenista, del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk, considerato terrorista da Ankara) e di varie organizzazioni di sinistra. Altri 37mila sono stati arrestati con accuse simili dal 15 luglio.

  2. Lo stesso decreto ha deciso la rimozione di 1.267 insegnanti universitari, portando a più di duemila il numero totale professori licenziati (anche se il numero esatto tuttora non si conosce!) Questo gruppo include anche diversi membri degli “Academics for Peace” che hanno firmato una petizione per chiedere la cessazione delle ostilità nel sud-est della Turchia. La Scholar Rescue Fund, Ong umanitaria con sede a New York, ha registrato un “inedito” aumento nel numero delle richieste di aiuto dalla Turchia: 65 domande di finanziamento a partire dal 15 luglio. Inoltre, il decreto del 29 ottobre ha anche abolito l’elezione dei rettori universitari, consegnando il potere di nominarli direttamente nelle mani del presidente Erdoğan.

  3. 15 organi di stampa sono stati chiusi con lo stesso decreto, fra cui Jinha, agenzia il cui staff è composto da sole donne. In tutto, 168 agenzie di stampa sono state chiuse e circa 100 giornalisti sono stati arrestati sin dal 15 luglio, portando il numero totale di giornalisti in carcere a 144, più di Russia, Cina e Iran messi insieme, come ha evidenziato la piattaforma per il giornalismo indipendente P24. Secondo www.engelliweb.com, l’accesso a 114.264 siti è bloccato in questo momento. La Turchia domina anche la classifica delle censure su Twitter. Solo nella prima metà del 2015, dunque prima del tentativo di colpo di stato, il 72 per cento delle 1.003 richieste di rimozione di contenuti emesse da tribunali e agenzie governative provenivano dalla Turchia, seguita dalla Russia che ha presentato solo il 7 per cento delle richieste.

  4. Il decreto d’emergenza del 29 ottobre ha stabilito la registrazione delle conversazioni fra avvocati e detenuti, ponendo come clausola aggiuntiva che i procuratori possano ottenerle. I decreti precedenti avevano esteso da quattro a quaranta giorni la durata massima della detenzione da parte della polizia senza controllo giudiziario. Ai detenuti può essere negato di incontrare un avvocato per un massimo di cinque giorni. I decreti, inoltre, permettono alle autorità di annullare o confiscare i passaporti di coloro sotto indagine come anche i coniugi o fidanzati.

  5. Un rapporto di Human Rights Watch (Hrw), pubblicato il 24 ottobre, registra 13 presunti casi di abusi, incluso privazione del sonno, gravi percosse, abusi sessuali e minacce di stupro sin dal tentativo di colpo di stato; questo evidenzia quanto le condizioni dello stato di emergenza abbiamo colpito negativamente i diritti e le condizioni dei detenuti post-golpe. Questo ha portato il ministro della giustizia turco e quello dell’interno a diffondere una dichiarazione congiunta che accusa il Hrw di “essere influenzato da persone legate all’organizzazione terrorista di Fethullah Gülen”.

  6. I sindaci e i consigli comunali di 27 municipalità, la maggior parte delle quali si trovano nel sud-est a maggioranza curda, sono stati rimossi dall’incarico e sostituiti con personaggi di fiducia del governo. Le ultime vittime di questa “misura” sono state Gültan Kışanak e Fırat Anlı, i sindaci di Diyarbakır (la più grande città curda in Turchia), arrestati il 31 ottobre.

  7. La repressione, o la “rete lanciata dal governo” per usare le parole di Bildt, ha raggiunto anche i giornali tradizionalmente di opposizione, col recente raid alla sede del quotidiano Cumhuriyet e la detenzione di tredici membri dello staff, incluso il direttore, per “aver commesso crimini” per conto del movimento gülenista e del Pkk.

Come può facilmente rilevare chiunque segua le notizie dalla Turchia, questo elenco è solo la punta dell’iceberg – anche se pare non essere ancora abbastanza palese da essere notato da Carl Bildt e dai suoi colleghi dell’Ecfr, che preferiscono limitarsi alla “vista da Ankara” come indica il titolo di un articolo pubblicato sul sito di Ecfr e scritto da İbrahim Kalın, consigliere del presidente Erdoğan e amico stretto di Bildt.

Carl Bildt è stato scelto qui come controparte in quanto è stato il primo politico di una certa importanza ad andare in aiuto a Erdoğan all’indomani del fallito colpo di stato e il primo a usare la retorica dei “cattivi gülenisti” (che sono in realtà le persone con cui l’Ecfr ha cooperato nel 2011) contro le “persone brave e amanti della democrazia”. Purtroppo, la Turchia non era una democrazia né il 14 né il 16 luglio, e il fatto che nel frattempo sia avvenuto un sanguinoso tentativo di golpe – i dettagli del quale rimangono tuttora avvolti nel mistero – non cambia questo semplice dato di fatto.

D’altro canto, ciò che lega Ue e Turchia secondo Bildt e i suoi colleghi è chiaramente sbagliato, dal momento che 1) l’Unione discute con la Turchia da oltre due anni difendendo i propri interessi, per esempio nel frenare il flusso dei migranti, senza porsi alcun problema rispetto al carattere sempre più autoritario del regime; 2) l’Ue non è più nella posizione di esprimere superiorità morale, considerando che continua a tendere verso il lato oscuro e 3) Erdoğan ha ripetutamente dimostrato di non essere uno che cede alle pressioni esterne e che anzi di norma le usa a suo vantaggio per alimentare il fuoco nazionalista.

Troppo pessimista? Certamente. Potrebbe esserci una crepa nel muro attraverso la quale la democrazia possa toccare la Turchia, per parafrasare il testo della famosa canzone di Leonard Cohen? Forse, ma non nel futuro prossimo.

Traduzione di Andrea Torsello

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