Raphaël Glucksmann e la crisi dell’Unione: “Serve un nuovo contratto sociale su scala europea”

Raphaël Glucksmann a Bruxelles, il 9 dicembre 2016.
Raphaël Glucksmann a Bruxelles, il 9 dicembre 2016.
22 dicembre 2016 – VoxEurop

Per il saggista francese, l’unica strategia per evitare che l’Unione imploda sotto i colpi dei partiti populisti e nazionalisti è una rinascita delle forze democratiche e una prospettiva capace di “parlare al cuore degli europei”.

Di fronte a una crisi della società, possiamo uscirne dall’alto, rinnovando il contratto sociale, o dal basso. Oggi è necessario constatare che l’uscita dall’alto non riesce a concretizzarsi, mentre quella dal basso, attraverso il nazionalismo, la xenofobia e la paura, si afferma sempre più.

Nel corso degli anni Trenta, dopo che la crisi del ‘29 ebbe provocato milioni di disoccupati in tutto l’Occidente, si assistette a una vera crisi politica, sociale ed economica in tutte le democrazie occidentali. C’erano due strategie per uscirne: la maniera di Franklin D. Roosevelt, col New Deal e l’invenzione di un nuovo contratto sociale; e l’altra maniera, che si concluse con milioni di morti.

Il problema odierno è che i partiti progressisti che potrebbero sostenere l’idea di un contratto sociale faticano ad emergere, travolti dallo tsunami nazionalista. Sembra che ogni elezione ci sorprenda; tuttavia, dobbiamo superare la fase di negazione e smettere di dirci che fenomeni come la Brexit o la vittoria di Donald Trump alle primarie repubblicane negli Stati Uniti poi la sua elezione alla Casa Bianca sono impossibili. Proprio come bisogna smettere di pensare che Marine Le Pen non diventerà Presidente della Repubblica in Francia nel 2017 e che non potrà mai esserlo. Dobbiamo uscire da questa prospettiva e capire che sì, è possibile, tutto è possibile. Compresa la fine del progetto europeo.

Di fronte a questa situazione, bisogna sicuramente combattere le bugie e la propaganda nazionalista che imperversa in particolare sui social network. Ma questo non è sufficiente. Davanti a un discorso di estrema destra, il fact-checking della parte avversaria non è sufficiente. La denuncia morale non è sufficiente. Nemmeno il ricorso al cupo ricordo degli anni Trenta è sufficiente. Due cose appaiono indispensabili: bisogna prima di tutto capire l’origine della crisi. E questa crisi l’abbiamo creata noi con la nostra incapacità a dare senso al progetto europeo e alle democrazie europee e occidentali in generale, con la nostra incapacità a mantenere le promesse fatte. È dunque nostro compito fare una diagnosi accurata della crisi e poi, di fronte ai discorsi dell’estrema destra, proporre non soltanto una denuncia morale ma anche una visione, un progetto, che si opponga a quello nazionalista.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Dobbiamo tornare indietro con la mente a un’epoca in cui tutto sembrava andare per il meglio: siamo a Vienna, l’11 e il 12 dicembre 1998. I capi di Stato e di governo dell’Unione europea sono riuniti per un summit. All’epoca, non esistevano né Kaczynski, né Farage, né Orbán, né Boris Johnson; non c’erano nemmeno Berlusconi o Sarkozy. C’erano solo persone per bene. L’Europa era color rosa socialista, dominata da dirigenti socialdemocratici, filo-europei e aperti verso il mondo. Si chiamavano Jospin, Blair, D’Alema o Schröder. Potremmo immaginare che discutessero delle strategie per rendere l’Europa più democratica, per creare un’Europa sociale ed ecologica. Come invece racconterà l’allora Presidente del Consiglio italiano Massimo D’Alema al termine della riunione, “è un disastro: durante il 90% del tempo, abbiamo parlato di duty free e del destino dei negozi duty free negli aeroporti nel contesto del mercato unico”. Tutta la sinistra moderna ed europea era riunita, e invece di parlare di democrazia europea, di creare una potenza europea e una società europea più giusta, discussero di duty free.

In realtà, discutevano di un piccolo problema perché pensavano fondamentalmente che non ci sarebbero mai stati grandi problemi, che si era raggiunta la pace eterna, che la democrazia non sarebbe mai stata messa in discussione e che sostanzialmente avrebbero culturalmente dominato l’Europa per secoli. Avevano inconsapevolmente aderito alla visione di Francis Fukuyama, espressa al momento della caduta del muro di Berlino, sulla fine della storia: essa correva ormai su binari già tracciati ed era sufficiente lasciarla proseguire liberamente, affinché la costruzione europea continuasse e si creassero società democratiche eterne. Quella sinistra, quella élite ha fallito.

E siamo arrivati a questo punto perché, quando l’estrema destra non era (ancora) al potere nelle nostre teste, prima di esserlo forse in concreto, non siamo stati in grado di dare un senso, un senso più giusto, alla costruzione europea e alle nostre società. Abbiamo discettato sul vivere insieme, ma non l’abbiamo mai messo in pratica. Abbiamo ritenuto che i diritti dell’uomo fossero definitivamente acquisiti e non ci siamo mobilitati nel momento in cui venivano violati. Così abbiamo svuotato i nostri slogan della loro sostanza. È per questo che l’estrema destra, i reazionari, i nazionalisti al giorno d’oggi si sono impadroniti del discorso pubblico e delle anime degli europei.

Dobbiamo quindi prendere sul serio le loro critiche. Quando i sostenitori della sovranità popolare ci dicono che è aberrante e antidemocratico che esista una moneta unica senza governo politico democratico per questa moneta, hanno ragione. Quando dicono che aver abolito le frontiere tra gli stati europei senza creare dei servizi giudiziari e una Procura comuni e dei mezzi comuni per proteggersi, alla luce degli attentati terroristici degli ultimi anni, hanno ragione. Quando dicono che avere un mercato unico senza norme sociali e ambientali comuni crea fenomeni di dumping, hanno ancora una volta ragione. Non possiamo quindi affrontare le loro argomentazioni rispondendo semplicemente che hanno torto, perché a volte hanno ragione. Hanno ragione perché prendono di mira le nostre incoerenze.

Che fare dunque? Ammettiamo che siamo alla fine di una sorta di via di mezzo in cui si trova attualmente la costruzione europea. Ma i sostenitori della sovranità hanno torto e vanno combattuti quando deducono la necessità di ristabilire le frontiere dall’assenza di un sistema giudiziario comune. Hanno torto quando pensano che si debba uscire dalla moneta unica per la sola ragione che non abbiamo un governo della zona euro. Al contrario, questo sistema giudiziario e questo governo bisogna crearli. E se di fronte alle loro proposte continuiamo a difendere l’attuale via di mezzo, falliremo. Per questo motivo dobbiamo creare una visione, adottare una prospettiva che sia coerente come quella dei sostenitori della sovranità, dei nazionalisti e dei reazionari. Bisogna fare completamente propria questa visione, ovvero accettare di rianimare dal loro stato comatoso tutti quei termini che la sinistra e i progressisti in senso ampio hanno abbandonato. Termini e idee come, ad esempio, cosmopolitismo, vivere insieme, Europa federale. È necessario recuperarli e ridar loro senso, perché questa volta significhino davvero qualcosa e possano essere davvero realizzati in un progetto coerente.

Fino ad ora, infatti, che cosa viene proposto ai popoli in occasione dei diversi referendum europei o delle elezioni? Si propone una sorta di status quo difeso dalla maggioranza dei socialisti e dei conservatori europei, in contrapposizione alla visione coerente e simbolica del ritorno agli stati nazionali. Così siamo sicuri di perdere, poiché opponiamo qualcosa di insensato a qualcosa che invece un senso ce l’ha. Sostenere la sovranità nazionale è sensato, perché parla al cuore delle persone. L’Europa attuale non parla al cuore delle persone. Per questo motivo, anche se i sondaggi continueranno a indicare che gli elettori sono spontaneamente filo-europei, finiremo per perdere le elezioni, perché le campagne elettorali si basano sull’entusiasmo. Come volete dunque suscitare entusiasmo per un progetto che non viene completato? L’unico modo per fermare questo tsunami nazionalista e sovranista è di sviluppare un’Europa coerente, democratica ed ecologica, ben di più di quanto l’abbiamo fatto finora.

Fino a quando l’Europa non sarà capace di sostituire i ponti che troviamo sulle nostre banconote con volti che siano in grado di esprimere qualcosa; fino a quando noi non saremo capaci di metterci d’accordo nemmeno su questo, saremo incapaci di affrontare la sfida simbolica che ci lanciano i sostenitori della sovranità. Abbiamo perso in anticipo.

L’Europa ha un problema coi simboli. Con la capacità di creare una storia comune. Con la capacità di parlare alle persone, ai loro cuori, alla loro pancia e non soltanto alla loro razionalità. E questo è legato a un rapporto col mondo (un spirito encomiabile, aperto, che nutre dubbi e non vuol cadere nel dogmatismo) che proviene dagli anni Sessanta/Settanta. All’epoca, la generazione dei nostri genitori ha voluto smantellare i vecchi miti che soffocavano la società. Hanno decostruito il mito nazionalista, il mito statalista e anche il mito marxista-leninista rivoluzionario. Ma poi non hanno ricostruito né inventato altri simboli, e nemmeno la generazione successiva è stata capace di inventare il minimo orizzonte politico, il minimo simbolo che possa mobilitare la gente. Oggi paghiamo il prezzo di quel vuoto simbolico nel quale il progetto europeo ha creduto di poter continuare a progredire senza trovare un senso, senza parlare al cuore e alla pancia dei cittadini.

A proposito di simboli, si è affermato per molto tempo che, mentre alcune generazioni di europei si sono battute e sono morte in nome della loro bandiera nazionale, nessuno si è sacrificato in nome della bandiera europea, fino al giorno in cui, durante la rivoluzione ucraina, alcuni giovani studenti morirono stringendo in mano la bandiera europea, che non parla al cuore della gente. Tuttavia, nessun dirigente europeo (sinistra compresa) ha citato questo avvenimento e la sua portata simbolica per raccontare ai suoi concittadini che esistevano persone che, per quanto non fossero appartenenti all’Unione europea, erano pronte a morire pur di indossare quella bandiera. Nessuno di loro, perché non siamo in grado di produrre un simbolo e nemmeno di vederlo quando esiste.

Per quanto riguarda i termini, noi dobbiamo restituire loro un senso; in caso contrario, espressioni come “vivere insieme” perderanno il loro significato. I francesi, come tutti gli europei, non condividono quasi più nulla attraverso le classi sociali e gli ambienti in cui vivono. È per questa ragione che sono a favore di un servizio civile europeo universale e obbligatorio. Bisogna costringere i giovani a incontrarsi e frequentarsi: non saremo in grado di costruire una società cosmopolita e un’Europa unita se non si incitano i giovani ad uscire dai loro ambienti abituali e a mescolarsi. Nemmeno i partiti politici, che un tempo garantivano questo mescolamento, lo fanno più. I sindacati, che una volta realizzavano una forma di integrazione, sono quasi scomparsi.

Dunque, prima di dire che alcune popolazioni a priori non possono integrarsi, è necessario analizzare e capire che ci troviamo di fronte a una crisi delle nostre strutture d’integrazione. La disintegrazione non riguarda soltanto i figli degli immigrati recenti, ma anche le persone che vivono nelle aree periurbane che, per esprimere la disintegrazione che avvertono, votano per l’estrema destra. Risulta impossibile parlare di Unione europea con queste persone, perché ciò che sentono è che coesistono due mondi sullo stesso territorio: un mondo che approfitta di questa apertura delle frontiere, e un altro che non è mai stato così sedentario, perché è relegato nel suo quartiere e nel suo ambiente, sia esso una periferia o un paesino.

E questo è il risultato di un errore commesso dalla democrazia liberale: lasciare che si sviluppasse uno spirito individualista, fomentato dall’apertura dei mercati e delle frontiere, che colonizzasse lo spazio pubblico. A partire dal momento in cui lo spazio pubblico viene colonizzato da questo spirito individualista, non c’è struttura o narrazione che riesca a formare un senso comune e che permetta di creare e saldare i popoli. È in questo particolare contesto che emerge la figura del capo, che dirà “è colpa di questo o quello e la sola struttura che riuscirà di farvi sentire un popolo sono io”. È ciò che ci dicono Vladimir Putin e Donald Trump, che si presentano come gli unici garanti dell’identità nazionale. E rischia di capitarci la stessa cosa se non ci mostriamo capaci di ricostruire queste strutture e narrazioni comuni.

Ovunque in Europa si avverte l’energia, il desiderio di andare incontro all’altro per mettere in pratica questa ricostruzione. Ma questa energia, queste iniziative che spuntano qua e là, sono ancora particolarmente divise. È dunque nostro dovere assicurare uno sbocco letterario, intellettuale e politico a queste iniziative. Sennò perderemo. Le prossime elezioni nazionali sono a mio avviso perse in partenza, ma il prossimo appuntamento di grande importanza per coloro che credono nell’Europa saranno le elezioni europee del 2019. A quel punto, bisognerà che ognuno capisca che le strutture politiche esistenti non sono più sufficienti e che sarà necessario crearne di nuove che diano spazio a tutte le iniziative e che offrano una prospettiva che possa legittimamente confrontarsi con quella coerente dei sovranisti, dei reazionari e degli xenofobi.

Stiamo assistendo a una crisi strutturale del modello di sviluppo dell’Occidente e delle democrazie liberali occidentali e abbiamo dunque davvero bisogno di un Nuovo Corso. Le crisi economiche cicliche possono sfociare in profonde crisi identitarie, economiche e sociali, e non ne usciremo con semplici effetti ciclici. La frattura infatti è molto più profonda e si riparerà soltanto con un nuovo contratto sociale su scala europea. Coloro che ritengono che quest’ondata populista e xenofoba passerà spontaneamente non considerano la natura dell’ondata stessa: non si tratta solamente di malcontento e sdegno. Sono trent’anni che i sostenitori della sovranità, i reazionari e i nazionalisti lavorano per persuadere la società, esprimono le loro convinzioni, le rafforzano e combattono per difenderle. Oggi si mostrano più forti. Sono più motivati e più pronti, perché i fatti sembrano dargli ragione. Quest’ondata non si verificherà se ci sarà, tra i progressisti, un sussulto che traduca in fatti le parole impiegate.

Questo testo è la trascrizione dell’intervento di Raphaël Glucksmann durante la conferenza “Relancer l’UE”, il 9 dicembre 2016, a Bruxelles.

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