Crisi del debito: Lisbona si arrende ai mercati

7 aprile 2011
Presseurop

Dopo aver resistito per mesi, il governo portoghese si è rassegnato a chiedere l'intervento di Bruxelles per fare fronte alla crisi del debito pubblico. L'aiuto, che ammonterebbe a circa 75 miliardi di euro, dovrebbe essere assegnato prima delle elezioni del 5 giugno.

“Ci sono volute due settimane al premier José Socrates per accettare l'inevitabile, ma alla fine ha dovuto rassegnarsi”, scrive il Guardian, per il quale “chiedendo a Bruxelles un prestito di emergenza, Socrates ha adottato la misura più radicale a sua disposizione – ma ha fatto anche quello che i responsabili europei, i mercati finanziari e molti portoghesi si aspettavano da tempo”.

In effetti, osserva il quotidiano londinese, il primo ministro “non aveva altra scelta” dopo le dimissioni rassegnate il 23 marzo, quando il parlamento ha respinto il suo piano di austerity. “Quella sera il Portogallo è entrato nel limbo politico, ed è diventato per i mercati finanziari un “dead man walking”, un condannato a morte in attesa di essere giustiziato.

“Non sarà facile accettare altri tagli, ma sarà impossibile tollerare altri interventi demagogici, altri rifiuti della realtà, altra incompetenza politica e mancanza di responsabilità”, commenta Público nel suo editoriale: “Il ritorno del Fondo monetario internazionale rappresenta per il Portogallo una dura sconfitta”.

Sempre su Público, Teresa de Sousa afferma che la decisione del governo era nell'aria dal giorno delle dimissioni di Socrates, e che si era arrivati a un punto in cui il tasso di interesse a breve termine del debito pubblico portoghese era a un livello pericolosamente elevato. Come spiega il Guardian, “il Portogallo avrebbe dovuto prendere in prestito sempre più denaro sui mercati solo per rimborsare gli interessi sul debito”. In altre parole, sintetizza De Sousa, “non era più possibile continuare a resistere”.

“La domanda di un aiuto esterno prima delle elezioni politiche del 5 giugno fa parte di uno scenario che il primo ministro aveva previsto dal giorno in cui ha presentato le dimissioni”, scrive ancora De Sousa. “Nonostante le smentite ufficiali dei contatti con le autorità europee, questa possibilità era stata evocata per la prima volta al Consiglio europeo di Bruxelles del 24 e 25 marzo, subito dopo le dimissioni del governo. Gli eventi sono precipitati dopo che negli ultimi tre giorni le principali banche nazionali hanno fatto pubblicamente pressione sul governo per convincerlo a chiedere l'intervento europeo”.

Altri fattori hanno spinto il governo di Socrates, continua De Sousa:

“Prima di tutto la riunione informale dei ministri dell'Economia e delle finanze [l'8 e 9 aprile] a Budapest, durante la quale il governo portoghese si sarebbe ritrovato di fronte alle richieste degli altri governi europei per un immediato chiarimento della situazione, considerata sempre più insostenibile. In seguito il Financial Times aveva confermato [il 6 aprile] le rivelazioni fatte il giorno prima da Público sui contatti fra le autorità portoghesi ed europee sulle modalità di un bailout da parte della Commissione europea. Nonostante le smentite ufficiali, alcune fonti vicine al governo hanno confermato a Público che c'erano stati dei contatti fra il governo, la Commissione e l'Fmi”.

Diversamente dal caso della Grecia e dell'Irlanda, con il Portogallo Bruxelles deve affrontare una situazione particolare, sottolinea De Sousa, perché “la Commissione deve discutere con il governo, con il presidente della repubblica e con i partiti suscettibili di andare al potere dopo le elezioni”. L'ipotesi più probabile è un intervento del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf) e dell'Fmi.

Secondo El País la richiesta portoghese “non ha sorpreso nessuno, ma era stata rinviata per ragioni politiche. Socrates avrebbe voluto che l'operazione fosse intrapresa dal prossimo governo”. I portoghesi dovranno affrontare una “situazione paradossale”, osserva il quotidiano di Madrid, perché il salvataggio dell'Ue non vuol dire che i problemi economici sono terminati. L'economia portoghese dovrà applicare “un drastico piano di austerity, simile e forse ancora più duro di quello respinto dal parlamento il 23 marzo”.

Per quanto riguarda le possibili ripercussioni della crisi portoghese sull'economia spagnola, quest'ultima è “troppo grande per cadere e al tempo stesso troppo grande per essere salvata”, secondo la formula ripresa da El País.

“Un attacco contro il debito spagnolo sarebbe in realtà una minaccia per l'intera moneta unica: la Spagna è la frontiera tra questa guerra fredda e un conflitto vero e proprio contro l'euro e contro il progetto europeo [...]. La reazione dei mercati nei prossimi giorni confermerà se la teoria del domino è corretta”, osserva il quotidiano, per il quale però la solvibilità della Spagna è nettamente superiore a quella del Portogallo e dell'Irlanda”, grazie soprattutto alle riforme economiche approvate di recente. Per questo motivo, conclude El País, “è molto probabile che la crisi del debito europeo si fermerà al Portogallo”.

Ben più severo, il quotidiano viennese Der Standard titola sulla “grande bugia” dell'euro.

“Tutto questo passerà. Ma con queste simulazioni e queste acrobazie contabili, la credibilità della zona euro è sempre più in discussione. L'Unione monetaria si trasforma in una grande bugia. La prima era la finzione che la Grecia ce l'avrebbe fatta da sola senza aiuto. Lo stesso vale per l'Irlanda e il Portogallo. Ma la menzogna più grande riguarda la zona euro, che continua ad affermare che gli stati salvati con i soldi dei contribuenti potranno rimborsare i loro debiti senza una ristrutturazione”.

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