Economia Euro

Crisi del debito: Federalismo a suon di prestiti

12 maggio 2011
The Times Londra

I prestiti d'emergenza non riescono a risolvere i problemi dei paesi in crisi con il debito pubblico, ma il loro scopo è un altro: metterli sotto l'amministrazione controllata permanente delle istituzioni europee e aumentare la predominanza di queste ultime sulla politica nazionale.

Un altro anno, un altro scontro frontale tra politica ed economia in Europa. Un anno fa, all'una del mattino di lunedì 10 maggio 2010, i leader dell'Ue intrapresero quello che sembrava il passo più audace verso la creazione di una federazione politica europea vera e propria. Un passo se possibile ancora più decisivo dell'adozione della moneta unica nel 1999: la creazione di un fondo da 750 miliardi di euro, garantito collettivamente da tutti i contribuenti europei, per proteggere le nazioni Ue e non costringerle ad affrontare la scelta che quella notte toccava alla Grecia: abbandonare l'euro o dichiarare bancarotta per mancato rientro del debito pubblico.   Un anno dopo, è chiaro che il bailout per la Grecia non ha funzionato. E così l'Europa ha deciso di riprovarci. La Grecia ha mancato la maggior parte degli obiettivi economici fissati. Ha già speso 75 dei 110 miliardi del prestito d'emergenza. La settimana scorsa il governo di Atene ha riconosciuto che sarà necessario un altro enorme bailout per rispettare il pagamento dei debiti dell'anno prossimo. Alcuni funzionari tedeschi dissidenti stanno giudiziosamente insinuando nei media l'idea che la Grecia potrebbe essere espulsa dall'eurozona o dichiarata insolvente. Infatti i pochi prestatori privati della Grecia a non aver scaricato i loro bond alla Banca centrale europea o ai fondi di bailout Ue devono ora affrontare una probabilità di insolvenza compresa tra il 60 e il 75 percento. Nel frattempo la Bce e la Commissione europea continuano a definire ridicola e impensabile ogni possibilità di inadempienza o ristrutturazione del debito per la Grecia, esattamente come facevano un anno fa.   Ci sono però quattro elementi di novità in questo ritorno della crisi finanziaria europea. Il primo è che ora, invece della sola Grecia, i paesi che potrebbero essere espulsi dall'eurozona o affrontare la bancarotta sono tre, forse quattro: Grecia, Irlanda, Portogallo e probabilmente Spagna. Inoltre adesso è molto più chiaro che la svalutazione o l'inadempienza della Grecia innescherebbero eventi simili in Irlanda e Portogallo, lasciando Spagna e Italia estremamente vulnerabili se le prime tre tessere del domino dovessero cadere.   Secondo, il prezzo da pagare per i consumatori in Germania e in altri paesi creditori per sostenere Grecia, Irlanda e Portogallo sarà molto più alto di quanto era sembrato l'anno scorso. La maggior parte dei fondi del primo bailout è stata infatti utilizzata per ripagare i prestatori privati che avevano finanziato i tre paesi e le loro banche insolventi.   Terzo, la resistenza politica nei confronti di un altra tornata di bailout sarà ancora più forte dell'anno scorso. Non solo in Germania, Finlandia, Austria e Paesi Bassi, ma anche nei paesi indebitati. I bailout del 2010 hanno alimentato un potente sentimento anti-europeo sia nei paesi creditori che in quelli debitori.   E ora finalmente le buone notizie, anche se non necessariamente per i leader e i banchieri centrali dell'Europa: l'economia mondiale è molto più forte di quanto non lo fosse un anno fa. Probabilmente riuscirebbe a sopportare una riduzione contabile del debito pubblico di alcuni paesi, specialmente se ciò avvenisse in modo regolare, con i governi dell'Ue a garantire congiuntamente i pochi debiti che rimarrebbero.   E allora perché i politici e i banchieri centrali rifiutano anche solo di considerare l'idea della ristrutturazione del debito, continuando invece a prestare a Grecia, Irlanda e Portogallo somme di denaro che finiscono semplicemente per rimborsare i creditori privati? Oltre al timore di provocare un crollo bancario in stile Lehman Brothers – minaccia che potrebbe facilmente essere scongiurata dalla creazione di un fondo di garanzia finanziaria pan-europeo molto più ridotto dei bailout attuali – i banchieri centrali europei hanno un interesse acquisito nel diffondere il terrore della ristrutturazione del debito. A questo punto la Bce è infatti di gran lunga il maggior possessore di bon greci, irlandesi e portoghesi, e soffrirebbe gigantesche perdite se il loro valore venisse decurtato.   Oltre agli 80 miliardi che già possiede, la banca controlla più di 500 miliardi in titoli tossici come garanzia collaterale per i prestiti alle banche irlandesi, greche e portoghesi. In caso di una grossa ristrutturazione del debito la maggior parte di queste banche scivolerebbe nell'insolvenza, e di conseguenza alla Bce resterebbero in mano miliardi di euro in bond statali inservibili. Con un capitale totale di soli 11 miliardi, a quel punto la Bce stessa andrebbe incontro alla bancarotta, a meno di un sostanzioso bailout da parte dei governi europei. Cosa che naturalmente avverrebbe, ma probabilmente solo in cambio di un aumento dell'influenza politica sulla Banca centrale.  

Debitori per sempre

Le ragioni politiche per stringere il giogo del debito su Grecia, Irlanda e Portogallo sono se possibile ancora più chiare ed evidenti. Trasformando questi paesi in debitori permanenti della Bce e dei vari bailout Ue, Bruxelles e Francoforte accrescono a dismisura il potere delle istituzioni europee centralizzate a spese degli stati nazione. Il controllo senza precedenti della tassazione nazionale, della spesa e delle politiche sociali esercitato dalla Bce e dalla Commissione europea al momento è limitato a Grecia e Irlanda, ma l'esercizio del bailout ha fissato i precedenti e ha creato competenze istituzionali che potranno gradualmente estendersi all'intera Unione europea.   L'inevitabile passaggio dall'unione monetaria al federalismo fiscale e successivamente alla totale unione politica è stato predetto sia dagli euroscettici che dagli eurofederalisti nel 1989, quando la moneta unica fu suggerita per la prima volta da Jaques Delors, e di nuovo nel 1999 in occasione della creazione dell'euro. Il viaggio dalla moneta unica al completo federalismo politico sta percorrendo una strada in qualche modo diversa da quella prevista, ma sta andando avanti perfettamente in linea con i tempi previsti.   Resta da capire se l'Europa raggiungerà la destinazione prefissata prima che i lavoratori greci e irlandesi o i contribuenti tedeschi o finlandesi decidano che sono stati presi in giro. (traduzione di Andrea Sparacino)