La prossima guerra dell’Ue

Presseurop
7 novembre 2012

Nonostante il premio Nobel per la pace e i molti dubbi espressi sulle sue capacità di azione internazionale, l'Europa si prepara per il suo prossimo intervento armato. Il bersaglio però non è la Siria, come molti avrebbero pronosticato, ma i ben più abbordabili – almeno sulla carta – separatisti tuareg e fondamentalisti islamici che hanno preso ormai da mesi il controllo del nord desertico del Mali.

Da tempo si parla di un intervento straniero per aiutare il gracile esercito maliano a riprende il controllo del territorio, ma i preparativi stanno ora cominciando ad assumere contorni più concreti. Il 6 novembre a Bamako una commissione di esperti militari, a cui hanno partecipato anche gli inviati di Francia e Germania, ha consegnato il suo rapporto sull'intervento. Secondo i loro piani sarà necessario un contingente di non meno di quattromila uomini, in massima parte forniti dai paesi dell'Africa occidentale. Ma le porte della missione sono aperte anche alle "truppe non africane", ovvero europee. Il loro ruolo dovrebbe limitarsi al supporto e all'addestramento del contingente africano, ma la loro partecipazione ad azioni di combattimento non viene più esclusa a priori.

A premere per il coinvolgimento diretto è soprattutto la Francia. Da diverse settimane esponenti del governo Hollande descrivono l'intervento come "inevitabile", sia perché "gli interessi della Francia", ex potenza coloniale, sono in gioco, sia perché ci sarebbe il rischio che la zona diventi un grande campo d'addestramento per aspiranti attentatori diretti verso obiettivi europei. Pare infatti che diversi giovani francesi di ascendenza islamica abbiano già fatto le valigie per unirsi al jihad nel Sahara.

Germania e Stati Uniti suggeriscono un approccio più prudente, dato che in assenza di nuove elezioni in Mali non c'è speranza di offrire una legittimazione democratica alla rioccupazione del nord. Inoltre la coalizione dei ribelli sta già mostrando le prime crepe: se Al Qaeda nel Maghreb islamico mantiene la linea dura, i "moderati" di Ansar Dine hanno recentemente rigettato il terrorismo e aperto al dialogo con i paesi del Sahel. Oltre agli islamisti, poi, ci sono i tuareg che hanno preso le armi solo per protesta contro il disinteresse del governo di Bamako, e potrebbero essere convinti a deporle con qualche concessione sostanziale. Der Spiegel ha riassunto lo scetticismo tedesco:

Da anni la Francia combatte i fondamentalisti islamici nel Sahel, con le sue truppe speciali, istruttori per l'esercito maliano, soldi ed equipaggiamento, e soprattutto senza successo. […] I governi Ue vogliono minimizzare i rischi per i loro soldati, ma un approccio modesto avrebbe scarsi effetti nel breve termine. I tuareg avvertono che Al Qaeda sta diventando sempre più impopolare tra loro, ma un intervento occidentale potrebbe ridare sostegno ai terroristi. La missione rischia di essere un fallimento, anche perché il tempo scarseggia. Se sperano di invadere il nord prima della torrida estate, gli europei dovranno cominciare l'addestramento entro l'inverno. E se rimandano la missione gli islamisti avranno un sacco di tempo per rafforzare le proprie posizioni.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per prefigurare uno scenario di tipo somalo o afgano. Ma nonostante la pretesa discontinuità con il neobonapartismo di Sarkozy e il suo precipitoso intervento in Libia, Hollande sembra deciso ad andare avanti. I piani dell'intervento saranno sottoposti al Consiglio di sicurezza dell'Onu a metà novembre. Intanto si è già mosso il Servizio europeo di azione estera: Catherine Ashton è stata in visita ad Algeri il 6 novembre, ufficialmente per parlare di tutela del patrimonio artistico e investimenti infrastrutturali, in realtà per convincere la maggiore potenza regionale ad appoggiare l'intervento.